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BE INSPIRED

«Are you ready Eddy?»

Oltre il mecenatismo all’epoca della rivoluzione culturale. Le istituzioni culturali in trasformazione si rivelano risorse per l’economia

Oltre quarant’anni fa Emerson, Lake e Palmer apostrofano così il mondo del rock (rivolgendo simbolicamente l’interrogativo al loro produttore) per prepararlo a un cambiamento profondo e repentino cui avevano l’ambizione – realizzata – di partecipare con la loro musica.
Il nostro Eddy contemporaneo è il mondo della cultura, che dopo aver trascorso tanti (troppi) anni in una certa qual autoreferenzialità fisica e di pensiero, oggi si trova giocoforza in un contesto  globale, che apre straordinarie opportunità e insieme -  per dirla con un’espressione forse abusata ma che rende l’idea - detta l’agenda.
E non c’è eccezione culturale (in questo caso: fortunatamente) che possa permetterci di prescindere dal quadro internazionale per agire in modo coerente con il necessario  sviluppo della nostra offerta culturale, la reale valorizzazione del patrimonio, la crescita del pubblico e l’ampliamento dei pubblici.
Mutamenti in corso. È questo il racconto che  ci arriva dai musei di tutto il mondo, mentre impariamo – tanto per cominciare – che lo scenario è planetario, la fruizione si smaterializza parzialmente e, di conseguenza, i linguaggi si trasformano.
Un’indagine condotta circa un mese fa da La Stampa all’ombra dell’appuntamento elettorale appena trascorso sul sentimento di appartenenza comunitaria collocava quasi l’ottanta percento degli intervistati, italiani, tra la dimensione global e quella glocal (39%  italo-globali, 21% cosmopoliti, 18,4% glocali).
Quanto a che fare con noi? Parecchio. La prospettiva è doppia. Se, come ho scritto qualche tempo fa, un museo non è solo il luogo fisico che conserva ed esibisce il suo patrimonio, ma rappresenta un servizio culturale rivolto alle comunità che deve essere in grado di suscitare partecipazione ed engagement nei suoi visitatori,  e un hub di sviluppo territoriale, innovazione sociale ed educazione culturale, non si può perdere di vista la missione  - non solo possibile ma necessaria - di proporlo senza timidezze come attore mondiale della cultura, costruendo  leadership e brand reputation sulla base della sua specificità, di ciò che lo contraddistingue e che non necessariamente passa dall’enciclopedismo della collezioni.
In termini cartesiani - esercizio non ozioso -  accertato l’hardware  (il patrimonio),  il software (l’articolazione dell’offerta e dei servizi, in senso lato) deve agire nel quadrante di segno positivo individuato dagli standard minimi e in esso  ottenere il massimo della valorizzazione possibile.
Qual è il timone di questa azione? Risposta secca: il visitatore. Non più spettatore né semplice fruitore, ma partner. Di una relazione che chiama a gran voce la condivisione di nuovi codici, leggasi: partecipazione, generazione di contenuti, storytelling del quale è al contempo testimone e protagonista. Co-protagonista, ça va sans dire, il web.
Uno per tutti valga l’esempio della Museum Week, che ha generato una community mista fatta dalle istituzioni culturali ma anche da un pubblico di appassionati globale e multilingue, partecipanti entusiasti di un racconto collettivo fatto di hashtag, cinguettii e selfie. Risultato: una vivacità di scambi e interazioni che è andata ogni oltre aspettativa, unendo luoghi, esperienze e persone da tutto il mondo, da Porto Torres a New York.
Ma anche nell’esperienza fisica della visita, il pubblico cerca un museo che sia piacevole, accessibile, sorprendente. Un luogo in cui cittadini e turisti possono scambiarsi conoscenze, raccontarsi storie, condividere impressioni e scoprire emozioni.

In quest’ottica la dimensione non è più contemplativa né commemorativa, ma è di fertilizzazione: il museo del futuro è una specie di rivoluzione spazio-temporale, in cui  passato e presente,  memoria e contemporaneo,  interagiscono. Non un tempio per eletti, ma uno spazio aperto in cui l’arte dialoga con la scienza per generare nuove idee,  la socialità produce inclusione per fondare un welfare della mente. I musei devono rappresentare uno dei nodi di un sistema che costruisce coesione sociale a base culturale e su di essa progetta il futuro.
Nuove agorà, dove si dibatte e ci si interroga nel contesto di reti policentriche alternative al centro unico, poli diffusi di attrazione delle città intorno ai quali si generino nuove  visioni urbane (e non solo) di concerto con università, centri di ricerca, altre istituzioni culturali.
Nuovi luoghi di formazione transgenerazionale, dove i giovani possano incontrare i maestri e i maestri imparare dai giovani, in un confronto che sprigioni ispirazione e liberi nuove energie creative.
E dove possibile i musei devono uscire da se stessi, investendo di arte la città in modo innovativo, intelligente e partecipativo.

Istituzioni culturali, pubblico e, last but not least, imprese. Una triangolazione virtuosa e indispensabile, ora che il rapporto pubblico-privato sui beni culturali comincia ad essere finalmente sdoganato. Ma lanciamo il cuore oltre l’ostacolo, e non fermiamoci al mecenatismo, che è cosa buona ma è solo uno degli ingredienti energizzanti di una ricetta più completa in cui la produzione industriale è sempre più produzione creativa e/o a ricaduta culturale. Attestati gli effetti positivi sulle economie nazionali degli investimenti pubblici in cultura e la capacità della filiera culturale e creativa privata di scatenare un indotto rilevante, le imprese non possono che investire nella nuova rivoluzione culturale.
La bellezza certamente salverà il mondo, ma sarà la cultura a nutrirlo per molti anni a venire. Siamo pronti, Eddy?


© Riproduzione riservata


Patrizia Asproni è Presidente Fondazione Torino Musei, Presidente Fondazione Industria e Cultura-Confindustria, Presidente Confcultura

di Patrizia Asproni


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