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BE INSPIRED

Partendo dalle radici. Per capire l’impresa

Proseguono i nostri ascolti in profondità, per cogliere l’essenza della relazione tra arte e impresa. Lunghe conversazioni. Con una dichiarazione d’amore per Milano, Antonio Calabrò, giornalista che fa opinione, scrittore, Senior Advisor Cultura di Pirelli e consigliere delegato della Fondazione Pirelli e dell’HangarBicocca, ci parla dell’industria, della classe dirigente, delle storiche relazioni di Pirelli con l’arte, oggi vitali nell’avventura di Hangar Bicocca. E ci stimola, ogni settimana con il suo blog sulla cultura d’impresa sul sito di Fondazione Pirelli

Milano. Bicocca.  Quartier Generale Pirelli. Oggi, tra le pagine più importanti nell’arte contemporanea-in Italia e non solo- si scrive HangarBicocca e si legge Pirelli (un investimento di 3 milioni l’anno). Ci aiuta a comprendere la strategia di intervento culturale di uno dei principali Gruppi industriali internazionali del Paese?
Per comprendere la strategia di Pirelli occorre leggere anche la sua storia, nel rapporto con la città d’origine dell’impresa, Milano. Una storia che parte da una classe dirigente che, già all'indomani dell’Unità d’Italia, si propone di definire un futuro con un respiro nazionale ed europeo. Milano era stata provincia dell'impero austriaco, con un forte orgoglio identitario. E nella fase di crescita della borghesia e di spostamento di investimenti dall’agricoltura all’industria, a Milano era viva la sensibilità di una classe dirigente pronta a  rilanciare la sua funzione pubblica e politica. Alle spalle, c’era la tradizione dell’illuminismo di Cesare Beccaria e della rivista «Il Caffè» dei fratelli Verri. Ed era forte la consapevolezza dell’importanza di una formazione tecnico scientifica, accanto a quella classica, per cogliere le nuove sfide dell’industria e della tecnologia. Si guardava all’innovazione, oltre le tradizioni industriali tessili: alla meccanica, alla gomma, all’elettricità. Ma c’era anche una grande visione dei problemi del lavoro, con il confronto tra la politica liberale e le grandi correnti ideali del socialismo e del pensiero cattolico. Milano città aperta, insomma, dialogante, innovativa. Che cos'è una classe dirigente? Il capitale, il lavoro, l'informazione, la cultura. Questi i quattro punti qualificanti. Con una forte idea della politica come progetto, responsabilità, servizio. La classe dirigente milanese crea banche, fonda il Politecnico, definisce il piano regolatore di Milano, sostiene lo sviluppo dell’informazione, con il Corriere della Sera. Al passaggio del secolo, Milano è la città più moderna d'Italia, dà vita alla prima grande esposizione nel 1906 e favorisce il fermento dei fenomeni culturali più innovativi. I futuristi sono milanesi e nel loro  linguaggio ci sono  l'industria,  la tecnica, la velocità, l'informazione. Milano è la città delle grandi trasformazioni sociali. S’è nutrita della cultura umanistico-scientifica di Carlo Cattaneo e della sua rivista «Il Politecnico» (una testata fatta rivivere nel 1945 da Elio Vittorini, in cerca di una nuova cultura che «non consoli» ma «trasformi», cambi regole e modelli di economia, politica, società). E ha proprio nelle imprese una fortissima soggettualità: Edison, Pirelli, Breda, Falck. Milano è la Città delle Fabbriche, che si espande verso nord e punta sui settori più innovativi: l'acciaio, la gomma, la chimica.
Con una differente personalità rispetto a Torino, l’altra grande città industriale: lì tutto è ordinato, disciplinato, squadrato, l’esercito, la fabbrica gerarchica (la Fiat), il Pci dell’Ordine Nuovo, la chiesa (con l’impronta forte dei Salesiani), una città anche urbanisticamente ordinata, sulla pianta del «castrum», dell’accampamento militare romano. Ma se Torino è una città squadrata, Milano è rotonda. Le forme urbanistiche non sono mai casuali. E incidono sul carattere di una città. L’ordine e il conflitto. O l’accoglienza.
La storia di Pirelli è impresa e cultura d’innovazione, fin dalle origini. Giovanni Battista fonda l’impresa nel 1872, subito dopo un viaggio di formazione all'estero (appena laureato al Politecnico) per conoscere la produzione industriale europea contemporanea. E proprio durante il viaggio capisce che c’è un nuovo settore su cui puntare, la gomma. Trova i capitali, forma tecnici e operai, sperimenta, produce. Innovazione, lavoro, ricchezza, appunto. «Impresa e cultura» è un binomio che sta nella storia di questa azienda e questa città.

Un DNA immutato nel tempo?
Milano, pur con alterne fasi di luce e d'ombra, è la città più accogliente, nella storia d'Italia. Il suo mondo del lavoro, le sue fabbriche sono meno ostili, più inclusive, durante le grandi ondate di immigrazione, da sud a nord e da est a ovest. E negli anni Cinquanta e Sessanta gli intellettuali, i poeti, gli artisti, gli uomini di musica e di teatro, i giornalisti partono dalla Sicilia e da Napoli, ma anche dalla provincia del  Nord, da Parma o da Voghera, e scelgono Milano per il clima di disinvolta possibilità di confrontarsi e farsi spazio fuori dai circuiti del tradizionale potere culturale. Bar e trattorie, gallerie e teatri, case editrici e giornali: è tutto un movimento, un dialogo di creatività che ha lasciato tracce e rivela la sua attualità. Anche nel confronto tra letteratura e industria, per esempio. Milano è la città in cui lavora Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta, che arriva da Montemurro, un piccolo paese in Basilicata, per poi trovare la sua strada di uomo di cultura e d’impresa, alla Pirelli e poi alla Finmeccanica dell’Iri, con la bella rivista «Civilità delle macchine». Milano, insomma, metropoli accogliente d’una provincia italiana vitale.

A Milano si ritrova uno spirito simile a New York? Meritocratico?
Esattamente. E molti intellettuali hanno un vivace dialogo progettuale e operativo con le imprese. Come Sinisgalli, appunto. O Vittorio Sereni, che lavorò prima in Pirelli e poi in Olivetti. O Bruno Munari, che fa pubblicità e disegna giocattoli per Pirelli. O ancora i grafici, come Bob Noorda, molto innovativi, che  trovano lavoro negli uffici di pubblicità delle imprese milanesi, Pirelli, Eni, Edison. Per non dire della Comit di Raffaele Mattioli, grande banchiere umanista. Non dimentichiamo cosa è stata la Banca Commerciale in questo Paese, con le collane dei classici delle edizioni Ricciardi e il sostegno di Mattioli ad artisti, giornalisti, letterati, giovani ma promettenti personaggi della cultura. Ecco, Milano città di imprese e banche, grandi giornali e case editrici, università d’eccellenza, pubbliche e private e laboratori di cultura. Un sindacato solidamente riformista. E una buona pubblica amministrazione comunale. Un vero e proprio circuito virtuoso, pur tra conflitti e contraddizioni.


E’ la stessa classe dirigente che, quando si pone il problema di rifare La Scala, ci mette i soldi e quando Paolo Grassi e Strehler vogliono mettere in piedi il teatro più innovativo che c'è in questo paese, investe.
Tra i soci fondatori del  Teatro Piccolo ci sono stati Piero e Alberto Pirelli, oltre ai Bassetti e ai Falck. E’ la consapevolezza della classe dirigente lungimirante, non solo mecenatesca, ma con una solida idea degli strumenti che servono per dare a Milano una dimensione internazionale: la buona cultura.

Quando si rompe l’equilibrio?
Quando entra in crisi la capacità complessiva del Paese di tenere dietro alla sua modernizzazione. Con la caduta del primo governo di centro-sinistra del '64, poi con le sfasature nel '68, con l'autunno caldo e gli anni di piombo che Milano vive con particolare intensità. Con  la rottura tra la politica (di governo soprattutto) e le spinte sociali ed economiche di innovazione, trasformazione, riforma. Non a caso è milanese anche il primo grande evento drammatico che segna con la morte la storia del Paese, la strage di Piazza Fontana, nel dicembre ’69: l’inizio della “strategia della tensione” per cercare di bloccare le spinte al cambiamento.
Milano è la frontiera della trasformazione, il laboratorio che rileva di più nelle relazioni internazionali e con una intellettualità sempre molto vivace.
Torniamo a guardare alle imprese. L'Eni è milanese. E intorno all'ENI cresce una leva di uomini di impresa e di cultura molto sofisticati. E una interessante rivista di cultura d’impresa, il «Gatto Selvatico», accanto alla «Rivista Pirelli» e a «Civiltà delle macchine» dell'IRI dà un importante contributo al dibattito economico e culturale, negli anni Cinquanta e Sessanta.
La RAI di Milano è frontiera d'avanguardia: arruola, per concorso, come funzionario televisivo, Umberto Eco, al suo primo lavoro stabile. E il bellissimo saggio, che segna l'avvio in Italia dell’analisi semiotica dei processi culturali, "La fenomenologia di Mike Bongiorno", Eco lo pubblica sulla «Rivista Pirelli». Tra alti e bassi, questo è un fenomeno che lascia tracce. Nell’arte, con  Lucio Fontana e Piero Manzoni. Nel teatro, con Strelher e Paolo Grassi e con Franco Parenti. Nell’informazione stessa, con l'innovazione del Corriere della Sera, con Piero Ottone come direttore.

Come si trasforma in cultura d’impresa la partecipazione degli intellettuali alla vita aziendale? Come si trasferisce dai vertici alle cerniere di comando e via via nell'organizzazione? Quali sono i processi osmotici?
Milano, più che altre città italiane, considera la parola «innovazione» in tutte le sue declinazioni possibili. Innovazione è tecnologia. Nuovo linguaggio. Nuovi materiali. Un sistema di relazioni industriali dialoganti. O il legame tra estetica e funzionalità. Il design, appunto, è milanese. L'industria del mobile, che è un'industria tradizionalissima, ha dentro un motore di innovazione fantastico perché unisce tutti questi aspetti.
Un’innovazione che sta dentro a  tutti i processi, i prodotti, l’organizzazione interna dell’impresa, la corporate governance, i rapporti col sindacato... L'innovazione milanese è tutto questo. E, insieme, una costante abitudine al dialogo. Tutto  ciò, naturalmente, con ombre, cadute, fratture. Ma comunque con l’attitudine continua a un ragionamento che mette insieme processi produttivi, costruzione della ricchezza, ruolo sociale, testimonianza di responsabilità.

Anche oggi?
Direi di sì. A prescindere dal giudizio sulle singole persone,  non c'è governo che non pensi di dover tenere conto del contributo della cultura economica della Bocconi e della Cattolica, della Statale e delle altre università milanesi, proprio in un momento in cui, dopo la Grande Crisi, si cercano nuove sostenibilità dei processi economici e sociali.
Milano è la città che produce la cultura della televisione, anche quando in certi casi degrada verso la subcultura televisiva. E milanese è la consapevolezza delle nuove forme necessarie a comunicare l’impresa, il lavoro, i prodotti, con la pubblicità. E milanese è la sintesi tra «cultura del progetto» e «cultura del prodotto» che ha un’espressione alta nel mondo del design e dell'arredamento, con il Salone del mobile, che è l'evento mondiale per eccellenza, l’occasione in cui si realizza il più grande interscambio culturale tra architetti, artigiani, venditori, pubblico, disegnatori di palazzi, urbanisti.

E il mondo della moda?
Ha avuto stagioni straordinarie. Oggi temo che la creatività italiana abbia ceduto spesso il passo alla «vetrina», l’impresa produttiva allo show room. Ci sono realtà produttive di eccellenza assoluta (Bottega Veneta, Brunello Cucinelli, Loro Piana, Della Valle, Zegna, oltre che naturalmente Armani e Prada e Trussardi, per fare solo alcuni nomi) ma più in generale manca, come succede invece  per l’arredamento, il legame stretto, tutto italiano, tra creatività e produzione, tra i progetti e i distretti manifatturieri del prodotto.
Milano è ancora una città d’industria meccanica e chimica, nella grande area metropolitana, con medie e piccole imprese specializzate,  multinazionali, di alta qualità, che fanno essere ottimisti. Lo possiamo leggere anche nei cinquanta progetti presentati da Assolombarda, «Fare volare Milano per far volare l'Italia»: la testimonianza di una cultura d'impresa con forte capacità di innovazione, competitività, ma anche responsabilità sociale e impegno per la  legalità.
Efficienza, etica ed estetica, insomma. Che si possono presentare a Milano in molti modi. Dalla trasformazione del design per una dimensione dell'abitare più sostenibile alla sicurezza sui posti di lavoro, che è avanzatissima. Dalla abitudine alla qualità, dei processi produttivi e delle relazioni sociali alla managerialità che informa le organizzazioni del volontariato sociale. Ai luoghi di cultura d’avanguardia e di respiro internazionale.

Un modello per il Paese?
Dirsi modello è una dimensione arrogante. Un punto di riferimento forte per il paese, questo sì. Nonostante tutto (un nonostante enorme) Milano lo è.

Cos'è Pirelli oggi?
Pirelli è una delle più grandi multinazionali del nostro Paese, con stabilimenti in tredici paesi del mondo. E una dimensione internazionale che riguarda l’azionariato, la governance, le attività produttive, i mercati, la cultura d’impresa. Con fabbriche molto moderne - penso a quella di Settimo Torinese, con la «spina centrale» dei servizi progettata da Renzo Piano. Tutto in cerca della qualità e dell’eccellenza.

Fabbriche belle
La fabbrica bella  è efficientissima, produttiva, competitiva. E il suo essere bella è in funzione della qualità del lavoro, che si riflette sulla produttività e la redditività. E con un valore aggiunto di qualità. Lavorare in una struttura trasparente, in mezzo agli alberi di ciliegio, che in primavera fioriscono, è meglio che lavorare al buio, in un posto brutto. E tutto ciò incide sull’orgoglio d’appartenenza e sull’efficienza stessa.

La cultura d'impresa di Pirelli di quali elementi si nutre oggi?
Due punti di riferimento: il primo è «impresa è cultura», il secondo possiamo chiamarlo «cultura politecnica». Nella pagina della Fondazione Pirelli c’è un blog sulla cultura d'impresa. Temi di discussione diffusi del management della Pirelli. Componente chiave dell’identità aziendale.
Un'impresa, per reggere, per essere una multinazionale efficiente e competitiva, come pretendiamo in Pirelli, deve avere una testa strutturalmente orientata all'innovazione.
L’innovazione è  un modo di pensare, è la capacità di percepire anche i segnali più deboli delle trasformazioni, che si traducono nelle relazioni, nei processi, nei materiali. Nei prodotti. Nei rapporti con i mercati.
Se il gruppo dirigente è abituato a confrontarsi in continuazione con nuovi linguaggi, nuovi sguardi, nuovi pensieri, anche discontinui, si arriva ai migliori risultati.
L’HangarBicocca fa parte di questo percorso innovativo. I nostri ingegneri usano i laser e ne hanno parlato a lungo con Carsten Nicolaj, che ha trascorso molte ore nei nostri laboratori e ne ha tratto ispirazioni per le sue opere. E Céline Condorelli, un’artista che esporrà tra qualche tempo, alla fine del 2014, ha già lavorato nei nostri laboratori con le mescole.

Quindi c'è una condivisione anche di processi di ricerca con gli artisti?
Dialoghi sulla sperimentazione e sull’innovazione. Una delle opere di Micol Assaël riguarda la produzione dell'elettricità passando dall'acqua, che lei ha pensato nei nostri laboratori, dove ha trovato un generatore di Kelvin, diventato il nucleo centrale della sua installazione.

Anche Tomas Saraceno
Saraceno ha parlato per giorni di nanotecnologie con i nostri tecnici,  pensando ai suoi fogli leggerissimi di plastica sostenibile, portante. E cercando ispirazione per altre opere.   

Tra un centro di ricerca applicata e un artista ci sono grandissime affinità
Si lavora cercando. Provando tecniche e processi. Immaginando risultati possibili. E considerando l'errore un nuovo punto di partenza. Un centro ricerche deve avere  capacità di individuazione della discontinuità. E anche un artista vive di discontinuità. Di creatività, appunto.

Oltre agli artisti visivi, quali alimentano il pensiero?
I responsabili della Comunicazione di Pirelli hanno lavorato con  grafici, fotografi e scrittori, per il bilancio Pirelli, cercando un nuovo modo di rappresentare i risultati dell’impresa. Perché occorre capacità di narrazione: il bilancio che cos'è, se non il racconto dell'impresa, sotto forma di numeri?
Anche in questo caso, aiuta la lezione della memoria, della tradizione, custodita nell’Archivio Storico della Fondazione Pirelli, adesso diretta da Alessia Magistroni. Un esempio? Quando Arrigo Castellani, responsabile dell’”ufficio propaganda” e cioè della comunicazione Pirelli dagli anni Cinquanta, mette in piedi l’innovativa campagna pubblicitaria del Cinturato,  il famoso pneumatico della motorizzazione di massa italiana nella stagione del boom economico, crea una grafica molto innovativa e inserisce anche un racconto di un viaggio, firmato da Camilla Cederna, notissima giornalista e scrittrice. Abbiamo di recente riprodotto le tessere quadrangolari di quelle pubblicità per una  mostra in Triennale dedicata appunto al Cinturato, “Un viaggio, ma...” e le abbiamo inserite in un cubo, un contenitore nero decorato con il battistrada del pneumatico Cinturato. Un cubo-libro, da guardare e da leggere. Un libro speciale, un po’ alla Munari.

Un battistrada come segno condiviso che esce dal  luogo nel quale si vive.
Esattamente. Abbiamo parlato a lungo anche con i responsabili del MOMA, a New York, raccontando che il pneumatico è un oggetto di design: il battistrada è il risultato di un grandissimo lavoro di adattabilità della gomma alla strada, ma ha anche una ricerca di piacevolezza del disegno grafico.

L’impresa si racconta. Come si colloca il calendario Pirelli?
Il calendario nasce per un pubblico di gommisti e rapidamente diventa un cult. Un indicatore di mode, modi, costumi, linguaggi. Un segno dell’evoluzione del tempo. Ed è sempre stato vissuto come un’occasione libera di espressività da una lunga serie di grandi fotografi internazionali, sino all’ultimo, quello firmato da Steve McCurry in Brasile, con un dialogo tra bellezza, ambiente, temi sociali.

Cosa vedi per l’Italia di domani?
Vedo un Paese che nonostante tutto si rimette in piedi, facendo leva anche su una delle sue componenti migliori, la manifattura. L'Europa chiede, a tutti i suoi membri, insomma a se stessa, di portare l'incidenza della manifattura sul Prodotto interno lordo dalla media attuale del 15% al 20%, entro il 2020. I tedeschi sono al 22%, noi italiani al 16%. Ciò significa un fortissimo investimento europeo sulle fabbriche, sull'industria, stimolando tecnologia, ricerca, produttività e puntando alla creazione di lavoro e di ricchezza. Questa è la scommessa più grande che l'Europa abbia davanti. L'importanza della manifattura è stata di recente rilanciata anche negli Usa, con studi molto interessanti, ad Harvard, sulla «manufacturing renaissance» e con investimenti massicci, voluti dal presidente Obama, appunto sull'industria. Pure Cameron investe sull'industria, in una Gran Bretagna che pensava che il suo destino fosse finanziario. E Hollande mette 30 miliardi di euro sulla manifattura francese. Noi dovremmo seguire lo stesso percorso, essendo per altro più forti degli inglesi e dei francesi, appunto sull'industria. Siamo il secondo paese manifatturiero europeo, dopo la Germania. Una posizione da difendere e rilanciare. Vedo insomma un'economia italiana che si rimette in piedi grazie alla sua capacità manifatturiera, nonostante le quote di mercato perse, la caduta della produzione e la chiusura di molte aziende.

E la retorica del Made in Italy?
Va declinata in modo più corrispondente al reale. Accanto alle «3 A» della tradizione del Made in Italy - artigianato, abbigliamento, agro-alimentare - si deve dare maggior peso soprattutto alla quarta «A», quella che incide di più, anche sull'export, e cioè l'automazione meccanica. Noi siamo bravissimi a fare macchine. Spesso, più bravi degli stessi tedeschi, campioni di meccanica. Ma, a parte le «4 A» dobbiamo fare sempre meglio leva sulle 4600 imprese, medie o medio grandi della manifattura, il nucleo del miglior made in Italy, le «multinazionali tascabili», i campioni del “medium tech”, che incorporano una grande cultura della qualità, dell’efficienza, della funzionalità ma anche della forma. Tecnologia e design. Per questo siamo ancora vincenti.

Che ruolo può giocare il patrimonio storico e artistico?
È incorporato in noi e nell'immaginario collettivo. Ma tutto ciò che è frutto culturale, va alimentato, non è acquisito una volta per tutte. Il capitale si usura, se non lo investi bene. Se si consuma improduttivamente, il capitale sparisce. Al di là della retorica,  occorre investire, molto, partendo dalla scuola. Dalla formazione e dalla cultura. E rilanciando, nel mondo dell’economia, una parola che sembrava in disuso e che per fortuna è tornata d’attualità, anche nell’ultima assemblea di Confindustria: la parola fabbrica. Un motore di trasformazione positiva, di creazione di lavoro, di ricchezza, di equilibri sociali.

Quindi qual è la strategia di Pirelli?
Fare molto bene il nostro lavoro, investire in ricerca e sviluppo, essere luoghi di attrazione di talenti, lavorare con strutture aperte e meritocratiche. E, usciti dal cosiddetto «capitalismo dei salotti», essere sempre più nettamente un protagonista del buon «capitalismo del mercato».

Alla ricerca e alla formazione non si rinuncia.
Assolutamente no: significa rinunciare al futuro. Così come non si può rinunciare agli investimenti, alla sicurezza, alla qualità. Tutti elementi chiave di una dimensione sostenibile della competitività, in grado di durare nel tempo.

L’avventura culturale di HangarBicocca, vero proprio fenomeno nella produzione contemporanea internazionale, con l’approdo alla responsabilità di «artistic advisor» di Vicente Todolì,  cosa ci riserva?
Todoli rimarrà fino al 2016. Ogni nuova mostra è un successo di pubblico, di critica, di relazione con l’impresa, grazie al nostro sguardo molto aperto sul futuro, molto curioso, attento alle esperienze sia dei giovani artisti sia di quelli già noti, consolidati.
La mostra di Cildo Meireles ne è buon esempio, una delle più stupefacenti che l’artista abbia mai realizzato, in una carriera comunque creativa, ricca, con una forte visibilità. Pensiamo che HangarBicocca sia oggi un punto di identità di Milano,  molto sperimentale, molto internazionale. Uno spazio in cui facciamo  ricerca, formazione, dialogo tra città, arte e cultura. Con la produzione di mostre che nascono in Hangar e anche quando ospitano opere già realizzate altrove, rivelano un forte carattere di originalità, per il contesto di uno spazio speciale, per il dialogo che lo spazio attiva tra le opere stesse. HangarBicocca come fabbrica d’arte, amiamo dire. Anche questa è passione per l’innovazione.
Abbiamo fatto crescere giovani curatori. Andrea Lissoni ha fatto un ottimo lavoro con noi. Oggi  è andato alla Tate Modern di Londra, ma continuerà a collaborare con noi fino allle mostre già in agenda per il 2015.

Come vi preparate per Expo?
Non avremo programmi specifici. Proseguiremo nella nostra programmazione, contribuendo alla dimensione internazionale di Milano. Con Expo si è perso tempo, è vero. Ma sono fiducioso sulle energie che sarà capace di convogliare sull’idea di «Milano, città dell’innovazione sostenibile», incrociando cultura e impresa. Una buona opportunità su cui continuare a lavorare.

di Catterina Seia


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