Testata Arte e Imprese ilgiornaledellarte.comilgiornaledellarte.com


CONDIVIDI Condividi su Facebook

EDITORIALE

Stati Uniti d’Europa

Una evocativa rondine con i colori dell’Italia e dell’Europa, per esprimere «la volontà di puntare al massimo» nel ripensare gli Stati Uniti d’Europa, accompagna il semestre della Presidenza del Parlamento Europeo appena consegnata all’Italia

L’agenda politica sarà ambiziosa[1]. Guarda a crescita, riforme, competitività, immigrazione, energia e ambiente, chiamando a bordo la «generazione Erasmus», che si è formata UE.
Ciò che l’Italia vuole per l’Europa, oggi stanca e lontana dai cittadini, rispecchia ciò che vuole per sé.
Il Paese,  stremato da politiche interne miopi (consideriamo comunque che circa il  75% della legislazione nazionale deriva dal processo normativo europeo[2]), ha voglia oggi di cambiare. Lo ha espresso chiaramente con il voto di maggio, un voto di forte discontinuità, dal valore antropologico.
Dell’Italia che deve tornare a fare l’Italia si è discusso nell’annuale seminario estivo della Fondazione Symbola, l’adunata  trasversale di economisti, politici, giornalisti, donne e uomini del mondo della cultura, dell’associazionismo, delle cooperative, del green, delle piccole imprese come dei big player.
Tutti a raccolta per riflettere sul futuro del Made in Italy partendo dal tema conduttore dell’edizione «Coesione è competizione». La condivisione della ricerca, dei progetti d’impresa è la strada per le aziende italiane che iniettano nella produzione alto valore simbolico, «Rinnovando la vocazione a produrre bellezza, creando l’estetica di un nuovo tempo: quello della sostenibilità» e una nuova narrazione, dice Ermete Realacci, presidente di Symbola. Lo abbiamo già detto dalle nostre colonne: perfino la meccanica incorpora sempre più elementi qualitativi, nella ricerca, nei materiali, come nei processi di produzione e un pneumatico può andare al Moma!
La cultura esce dai recinti e invade la produzione. Lo testimoniano gli esiti del Rapporto corale di Symbola «Io sono cultura», che da quattro anni promuove un modello di sviluppo tutto italiano, in linea con le piste europee, basato sulle industrie culturali e creative.
Siamo il secondo paese per industria manifatturiera, ma «La forza dell’Italia non è più nella standardizzazione dei grandi numeri a differenza dei tedeschi - dice Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere - ma nella qualità di un’offerta altamente specializzata che deve avere al fianco la pubblica amministrazione per sostenere la creatività, far nascere nuove imprese».  E se si alza lo sguardo ai prossimi quindici anni, come ha indicato Giorgio Squinzi, le opportunità si ampliano: nei Paesi emergenti mezzo miliardo di persone vorranno accedere «ai simboli e ai consumi del benessere. Gusto, qualità, raffinatezza, personalità. Il successo di un’impresa non si gioca più sulla politica dei prezzi dei prodotti e dei servizi, ma su aspetti qualitativi che sono connessi alla domanda: valorizzazione del territorio, rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori, risposte efficaci ai consumatori. Puntare sulla coesione, tra impresa e territorio, in tutte le sue componenti, sta diventando l’elemento distintivo».
I numeri del Rapporto, seppur molto discussi dalla vestali della ricerca per il perimetro  in esame che ha osato valicare la concezione classica del settore culturale (perimetro che Walter Santagata nel suo libro postumo ritiene sia considerato per difetto rispetto al reale impatto della cultura), ci dicono che si va in questa direzione. Un dato per tutti. La filiera  delle industrie culturali e creative italiane (e l’economia attivata dalla cultura, in primis il turismo)  ha generato nel 2013 il 15,3% del valore aggiunto nazionale. Anche se i dati sono sempre da maneggiare con cura[3], va considerato che dalle 443.458 imprese che rientrano nell’indagine arriva il 5,4% della ricchezza prodotta nel nostro Paese: 74,9 miliardi di euro, che diventano circa 80 se si includono le realtà pubbliche e il non profit. Nonostante la crisi, l’export culturale è cresciuto dal 2009 del 35% (da 30,7 miliardi a 41,6, pari al 10,7% dell’export nazionale), con un surplus commerciale secondo solo alla meccanica.
Ma è l’effetto moltiplicatore che spinge l’effetto positivo della Cultura: per ogni euro investito se ne attivano 1,67 negli altri settori. 80 miliardi ne stimolano altri 134, per un complessivo di 214, con un effetto evidente sul fronte occupazionale: con il patrimonio storico-artistico e architettonico, le performing arts e le arti visive danno lavoro a 1,4 milioni di persone, il 5,8% degli occupati in Italia (1,5 milioni se includiamo il non profit).
Il clima di fiducia delle imprese migliora. Secondo ISTAT è salito a giugno a 88,40 da 86,90. Una crescita in tutti i settori. Per dirla con il sociologo Aldo Bonomi, l’Italia ce la può fare, con un nuovo capitalismo che guardi a una nuova mappa di produzione del valore, capace di saldare il vecchio e il nuovo. Un capitalismo di territorio che interpreti una green society, ci racconta in questo numero Fabio Renzi, segretario generale di Symbola, che è riuscito a mettere in campo, nell'appuntamento annuale di Treia, una potenza di fuoco impressionante di attori trasversali, facendo  cadere steccati, muovendo consapevolezze, attivando un cambiamento culturale. Fuori dalla retorica, la Cultura è l’infrastruttura competitiva. E in Europa, figure leader come la nostra Silvia Costa che sta varando un Osservatorio europeo sulle industrie culturali e creative, guidano il dibattito su queste basi.



© Riproduzione riservata


[1] La Commissione ha varato un regolamento per il programma Europa creativa a sostegno dei settori culturali e creativi europei; ha inoltre svolto uno studio di fattibilità volto a valutare la possibilità di raccogliere e analizzare i dati dei settori culturali e creativi diversi dal settore audiovisivo, e trasmette i risultati di tale studio al Parlamento europeo e al Consiglio. http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32013R1295
[2] Anche noi diamo una tiratina d’orecchie sulla crescita delle sponsorizzazioni culturali segnalate dal   rapporto Symbola. La fonte, la ricerca  Ipsos Stage up che si muove sull’ascolto dei principali player,  indica un trend discendente delle sponsorizzazioni culturali compensato solo dall’effetto Expo. Quindi gli investimenti risultano in crescita trainate da un grande evento. Le testate giornalistiche che si sono basate sul dato Symbola hanno annunciato il  boom del nuovo mecenatismo.
[3] Siamo certi che con questo nuovo corso non vedremo più i parlamentari italiani al quintultimo posto nella classifica VoteWacht Europe per la  presenza nelle riunioni in seduta plenaria.

di Catterina Seia


Ricerca


GDA febbraio 2017

Vernissage febbraio 2017

Vernissage gennaio 2017

Copertina RA Sponsor novembre 2011

Vedere a ...
Vedere a Bologna gennaio/febbraio 2017


Società Editrice Umberto Allemandi & C. spa - Piazza Emanuele Filiberto, 13/15, 10122 Torino - 011.819.9111 - p.iva 04272580012