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FOTOGRAFIA

Milano, Osservatorio Prada in Galleria

Izumi Miyazaki, Hair Cut, 2016

Milano. L’universo Prada continua a espandersi e nel cuore della città si annette un nuovo spazio che consacra interamente alla fotografia. Denominato Osservatorio apre il 21 dicembre in Galleria Vittorio Emanuele II, completando il progetto avviato tre anni fa, quando il brand si aggiudicava la gara pubblica per l’assegnazione degli ambienti. Un lungo restauro ha reso disponibili gli 800 metri quadrati destinati ora all’attività espositiva, che si sviluppano al quinto e sesto piano di uno degli edifici centrali della crociera, al di sopra dell’ottagono, all’altezza della cupola in vetro e ferro. Con Osservatorio la Fondazione Prada vuole creare «un luogo di esplorazione e indagine delle tendenze e delle espressioni della fotografia contemporanea, della costante evoluzione del medium e delle sue connessioni con altre discipline e realtà creative» e lo fa inaugurando lo spazio con «Give Me Yesterday», una collettiva a cura di Francesco Zanot (fino al 12 marzo). Attraverso 14 artisti da tutto il mondo, la mostra indaga sulla fotografia utilizzata come diario personale dove fissare appunti e ricordi, dove giocare con l’immagine di sé e degli altri, e con le nuove tecnologie. Con un occhio ai precedenti storici, che vanno da Larry Clark a Nan Goldin a Richard Billingham, gli autori riuniti da Zanot, tutti nati tra gli anni Settanta e i Novanta, sono immersi in una contemporaneità che vive di una compulsiva produzione di immagini e della loro indiscriminata condivisione sulle piattaforme digitali. Lo sguardo puntato su di sé diventa allora «messa in scena della propria quotidianità e dei rituali della vita intima e personale», andando a sostituire «l’immediatezza e la spontaneità dello stile documentario con un controllo estremo dello sguardo di chi osserva ed è osservato». Si passa dagli autoritratti di Melanie Bonajo che si presenta in lacrime in una carrellata di selfie, a quelli di Izumi Miyazaki che posa in set surreali, alle esibizioni private di Tomé Duarte con addosso i vestiti della ex compagna. Ruotano invece intorno alla figura materna i lavori di Maurice van Es, che si rivolge agli oggetti riordinati dalla madre; quelli di Leigh Ledare, che la riprende nell’intimità della casa; e quelli di Lebohang Kganye, che si inserisce digitalmente in vecchie istantanee. E ancora: l’ideale viaggio in Italia attraverso le decine di orizzonti di Antonio Rovaldi, la fragilità connessa alla manipolazione digitale secondo Kenta Cobayashi, la comunità di Wen Ling e gli amici di Ryan McGinley, la distanza dal soggetto misurata con l’obiettivo di Irene Fenara, l’intersezione di pubblico e privato negli album di Vendula Knopova, la densità dei ritratti nell’indagine sui traumi familiari di Joanna Piotrowska, e l’outing di Greg Reynolds, unica eccezione generazionale, con il suo «Jesus Days» realizzato tra 1978 e 1983, e che ha molto da dire.

di Chiara Coronelli


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