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Le Corporate Collection: un possibile luogo di integrazione tra il mondo dell’arte e il mondo dell’impresa?

Avere una collezione corporate apre numerose opportunità sia alla comunità manageriale che a quella artistica. Avere una collezione corporate e non gestirla crea invece un ‘vuoto’: non è solo un’occasione persa, ma è un’opportunità che potrebbe cogliere qualcun altro o i cui esiti diventano difficilmente controllabili per l’azienda. Cosa significa gestire la collezione in modo strutturato? Quante aziende lo fanno? Ne parla Chiara Paolino, ricercatrice dell’Università Cattolica, autrice dello studio su 160 aziende- che continua a crescere- che AXA Art sta portando in un road show di confronti nella penisola. Il 16 ottobre presso Civita a Roma, il 25 alla Pinacoteca Agnelli di Torino. Solo il 30% coglie le opportunità che derivano dalla collezione, tra queste le Fondazioni Casoli e Lungarotti, Sulle nostre colonne, con l’autrice, si apre un percorso di condivisione su questi temi

I benefici di avere una collezione all’interno della propria azienda sono stati diffusamente teorizzati dalla letteratura. Se si pensa alle categorie di benefici più tradizionali, ci vengono in mente quelli legati all’identità e all’immagine di un’impresa. Ma se si guarda all’interno delle organizzazioni, questi benefici possono essere legati al sostegno alla motivazione, all’identificazione dei dipendenti con l’azienda, alla loro opportunità di coltivare un pensiero divergente. Con uno sguardo ancora più amplio, avere una collezione ‘viva’, che cresce, consente ad un’azienda di influenzare in qualche modo il mercato dell’arte, per esempio fornendo ai giovani artisti un ambiente protetto per evolversi. La collezione consente ad una azienda e agli artisti di avere un’influenza anche sul territorio di riferimento, grazie alle collaborazioni che è possibile attivare tra le imprese e gli attori pubblici e non profit, come musei e scuole.

Se queste sono tutte le aree di beneficio che, almeno in potenza, la presenza di una collezione aziendale può generare, è importante anche considerare che la mancata gestione della collezione non lascia indifferenti e può anzi generare delle conseguenze inattese. I dipendenti di un’azienda in cui la collezione ha solo una funzione decorativa potrebbero ignorarla, ma potrebbero anche decidere di costruire un senso e di attribuire un significato autonomo a questa ‘mancanza’ e al motivo per cui l’azienda, pur avendo un asset, decida di non utilizzarlo o di metterlo a disposizione della vita organizzativa. Similmente non gestire, non valorizzare l’importanza della collezione d’arte per la riqualificazione dell’identità di un’azienda, non è solo un’occasione mancata, ma significa anche lasciare la carica innovativa di questa identità, legata all’arte, a qualcun altro nell’arena competitiva.

Questa premessa vuole essere da stimolo per le aziende che hanno una collezione a che se ne occupino in maniera strutturata perché la portata motivazionale, innovativa, sociale dell’arte in impresa non vada sprecata. Ma che cosa significa gestire la collezione in modo strutturato? Quante aziende lo fanno?

Per rispondere a queste domande, la ricerca svolta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con AXA ART e Banca Intesa SanPaolo può fornire alcuni stimoli. La ricerca, infatti, si è basata sulla somministrazione di un questionario strutturato a 160 corporate collection, che hanno risposto a domande riguardanti la governance della collezione, la sua vitalità scientifica, e quanto la collezione sia in dialogo con la vita dell’impresa.

Per avere un’idea dei risultati della ricerca è interessante partire dalle sue conclusioni che illustrano che esiste un gruppo di aziende (circa il 30% del campione) che possono rappresentare un esempio virtuoso di gestione della collezione. Queste aziende hanno, infatti, collezioni valorizzate sia attraverso mostre ed eventi (strumenti più classici) che attraverso l’organizzazione di attività di formazione per i propri dipendenti e residenze per artisti (strumenti più sofisticati e in assoluto meno diffusi). Queste collezioni ‘virtuose’ sono anche quelle più vive, i cui pezzi vengono prestati più spesso che nel resto del campione e la cui crescita, in termini di acquisizione di nuovi pezzi, è più importante. Dall’analisi dei dati a disposizione, sembra che questa valorizzazione e gestione possa essere ricondotta alla struttura di queste collezioni, che sono gestite con un team stabile di persone, molto socializzate in azienda, e dipendenti direttamente dalla direzione generale: si tratta di collezioni che hanno personale a tempo pieno, personale che, avendo una formazione umanistica o ibrida, è comunque ben a conoscenza dei processi e dei prodotti aziendali, e, che dipendendo dalla direzione generale, può probabilmente avere una visione di insieme dell’effetto della collezione sulla vita di impresa. Le aziende appartenenti a questo gruppo di collezione sono, infatti, anche quelle che hanno dichiarato, in modo più netto rispetto alla media del campione, che la collezione ha un effetto positivo sulla reputazione, sulla performance d’impresa e sul clima organizzativo.

Se questo 30% del campione rappresenta la parte virtuosa, in media però le collezioni corporate in Italia vivono in una terra di mezzo, in cui la collezione non sembra produrre dei risultati positivi così netti, sia in termini di valorizzazione e crescita propria, sia in termini di benefici per la vita aziendale. Al di là degli esempi virtuosi prima citati, le collezioni corporate in Italia hanno in media ha una struttura organizzativa meno definita, non godono di personale stabile e cosi socializzato in azienda, ma si appoggiano spesso a personale part-time, legato alla comunicazione e al marketing (il 69% delle aziende intervistate impiega una persona part-time per la collezione, o una risorsa esterna all’azienda, o non ha nessuna risorsa dedicata alla collezione; nel caso in cui ci sia una risorsa part-time o esterna, queste persone hanno nel 70% dei casi un background nel marketing o nella comunicazione istituzionale). Questo tipo di struttura consente sicuramente di cogliere alcuni vantaggi in termini di immagine per l’azienda, ma sembra non permettere alla collezione di partecipare di più della vita dei dipendenti, della vita degli artisti e di crescere. Mediamente, infatti, per esempio, quando si guarda alle attività di stima del valore della collezione, il 38% del campione non si è mai dedicato ad una vera e propria attività di stima e un altro 24% dichiara di averlo fatto l’ultima volta tra i 6 e i 10 anni fa, testimoniando il fatto che, in media, le aziende non conoscono con sicurezza di che cosa si compone la propria collezione. Se guardiamo alla esposizione della collezione, in media, il 18% delle aziende non espone la collezione e il 30% la espone in azienda, ma non la apre al pubblico. Se si guarda alla valorizzazione, le residenze per gli artisti e le attività di formazione legate alla collezione vengono organizzate solo dal 18% del campione.

Il tema da affrontare sembra dunque quello di diffondere e condividere dei modelli di gestione che esistono già nel Paese e metterli a disposizione delle aziende che desiderano gestire la propria collezione in modo strutturato. Anche tra le collezioni più vicine alla struttura virtuosa, i modelli sono diversi tra loro, si va da quello della Fondazione Ermanno Casoli, che cresce grazie all’attività con gli artisti contemporanei in progetti di formazione presso le aziende, a quello della Fondazione Lungarotti, con una vasta collezione in grado di stabilire un rapporto profondo con il territorio, fino Banca Intesa e alle Gallerie di Italia, in grado di operare con un modello sostanzialmente museale. E questi solo per citare alcuni modelli, che possano essere di ispirazione alle aziende e alle loro diverse vocazioni e possibilità di rapportarsi all’arte.
La diffusione di un modello, o di alcuni modelli di gestione, non è un passo immediato, poiché la ricerca ha rilevato, grazie all’analisi dei network esistenti tra collezioni, che sarebbe importante investire perché si intensificassero le relazioni e gli scambi, almeno tra collezioni omogenee o che sentono delle affinità ‘gestionali’ o di origine.
Per questo si auspica la nascita di un’associazione delle collezioni corporate, al fine di promuovere la diffusione di prassi, di condividere conoscenza e risorse professionali, di stringere una collaborazione più incisiva con il mondo dell’arte e con le comunità di riferimento.

© Riproduzione riservata


Chiara Paolino è Ricercatore di Organizzazione Aziendale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’indagine dell’apprendimento individuale e organizzativo e sulle dinamiche di generazione della conoscenza. I suoi studi sui rapporti tra arte e impresa, si focalizzano su come l’arte possa introdurre processi e artefatti per attivare l’integrazione di conoscenza e generare occasioni di rinnovamento dei valori e delle identità delle comunità professionali.

di Chiara Paolino


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