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Il progetto Mutina for Art è il dopo Artissima di Sarah Cosulich

Il progetto Mutina for Art è il dopo Artissima di Sarah Cosulich

Fiorano (Mo). Il dopo Artissima, per Sarah Cosulich Canarutto (1974) che l’ha diretta per cinque edizioni a partire dal 2012, si chiama Mutina for Art, un progetto legato all’arte contemporanea lanciato dall’omonima azienda che produce superfici ceramiche, fondata e diretta da Massimo Orsini, imprenditore cinquantenne e collezionista. La Cosulich è curatrice del progetto, che inizia con l’inaugurazione di uno spazio espositivo in seno all’azienda, MUT (in tedesco «coraggio»), e una mostra in corso sino al 23 febbraio basata sulla collezione di Orsini. Abbiamo intervistato la curatrice, in questo periodo impegnata anche come consulente per lo sviluppo di Manifesta 12, che nel 2018 si svolgerà a Palermo.
Quando è avvenuto il primo contatto con Mutina?
Ho conosciuto Mutina in occasione di Artissima. Da subito l’azienda mi ha colpito per l’approccio sofisticato, sensibile e appassionato. Raro, insomma, come piuttosto rara era l’apertura che dimostravano nei confronti dell’arte contemporanea. Proporre un’idea come «This is Not a Prize» (un finanziamento a un artista di 5mila euro, Ndrè venuta naturale: hanno capito subito le potenzialità non solo l’idea di sostenere un artista, ma anche un suo progetto futuro. Mutina è un’azienda che dà grande valore al rapporto con le persone e quindi anche al rapporto con gli artisti. Infatti nel 2016 il «non-premio», assegnato a Giorgio Andreotta Calò, si è successivamente concretizzato nel sostegno di Mutina alla sua installazione alla Biennale di Venezia. Quando poi mi hanno chiesto di immaginare un progetto strutturato per l’azienda nel mondo dell’arte contemporanea, ho accolto la sfida con grande entusiasmo.
Per Massimo Orsini era un esordio?
No, lui aveva già affinità con il mondo dell’arte essendo un collezionista. Viaggia, guarda, visita. Nel 2003 ha fondato Mutina, nel distretto della ceramica di Fiorano Modenese, con una visione controtendenza: non semplicemente ceramica ma l’idea di superfici ceramiche design, attraverso un progetto che coniuga la creatività di grandi designer internazionali e l’eccellenza di qualità e ricerca.
C’è una linea nella sua collezione?
Il suo indirizzo secondo me è la sua voglia di essere parte del mondo di oggi e al tempo stesso di guardare al futuro. C’è sicuramente attenzione alla fotografia, all’arte concettuale e minimalista ma non soltanto. In generale ha un istinto che lo ha portato a fare ottime scelte. Il nostro dialogo è un’opportunità per mettere in relazione le sue opere o per creare altre connessioni attraverso nuove acquisizioni. La sua sensibilità per l’arte ha contaminato tante scelte dell’azienda, dalla grafica alle pubblicazioni, alle presentazioni, sempre molto curate. Anche l’edificio progettato da Angelo Mangiarotti dove ha sede Mutina, è unico in una periferia in cui non si vede nulla del genere. Negli uffici sono presenti diverse opere e la sensazione è che quello contemporaneo sia un linguaggio che anche soci e collaboratori seguono con interesse. Ho presentato in anteprima la mostra a tutto lo staff, sono coinvolti e partecipi e in futuro organizzeremo altri momenti di approfondimento. È bello quando tutti in azienda hanno voglia di comunicare i contenuti dei progetti a ospiti e visitatori. A una cinquantina di collaboratori in sede si aggiungono infatti i tanti agenti e clienti di passaggio, ma anche designer e architetti. È uno spazio già vivo, vissuto, frequentato e ora sarà aperto anche a chi lo vorrà visitare.
Come si articola il nuovo spazio?
Il MUT, lo spazio espositivo, corrisponde per adesso a un’area di circa 200 metri quadrati; tutto il resto sarà dedicato allo showroom, quindi alle collezioni che Mutina presenta a ogni stagione. È significativo che per accedere allo showroom bisogna attraversare lo spazio Mut, che mantiene la sua autorevolezza e indipendenza come luogo dedicato alle mostre. Non c’è da parte di Mutina il desiderio di voler adattare l’arte al prodotto. Si sceglie invece di lasciare che l’arte contamini l’azienda in modo costruttivo e libero, come fonte d’ispirazione.
Com’è strutturato il progetto Mutina for Art?
Il progetto è composto da tre iniziative, rispettivamente di presentazione, supporto e produzione dell’arte. MUT è la presentazione. Il supporto avviene attraverso il premio annuale «This is Not a Prize», la cui dotazione di 5mila euro è, appunto, solo un inizio, visto che Mutina si impegna a sostenere anche un progetto futuro dell’artista. È un sostegno flessibile che può valere per progetti, mostre, pubblicazioni o altre esigenze degli artisti. Per questo è anomalo rispetto alla consuetudine, di qui l’intitolazione un po’ magrittiana. La produzione, infine, avviene attraverso l’iniziativa «Dialogue», fatta di progetti legati alla ceramica.
Come funzionerà il nuovo spazio?
Lo spazio rappresenta un luogo delle idee. Sarà dedicato a diverse tipologie di mostre, collettive, personali, progetti, incontri, in base alle opportunità che ci piacerà inseguire o creare. Non un contesto formale ma flessibile e spontaneo, nel desiderio di fornire stimoli nuovi all’azienda, alle persone che ci lavorano, la visitano e la frequentano.
Lavorerete con gallerie?
Certo, con artisti, gallerie, istituzioni. Uno spazio privato non profit non ha conflitti di interessi. Vuole essere solo promotore di scambi costruttivi.
Parliamo della mostra attuale.
«Think of this as a Window» è un titolo tratto dall’opera in mostra di Cerith Wyn Evans, che secondo me racchiude simbolicamente proprio l’idea dell’arte contemporanea, quella necessità di mettersi in discussione e guardare ciò che sta oltre l’opera. L’opera diventa una finestra, un riflesso, uno specchio. Permette di guardare e trasmette il desiderio di farlo. In questa mostra il tempo e la temporalità fanno da filo conduttore tra le opere, in un percorso in cui emergono tre soggetti fondamentali. C’è il ritratto, non inteso come letterale rappresentazione fisica, ma come molteplice immagine di sé o di chi guarda. Ecco allora On Kawara, con le sue date che sono, per quanto concettuali, dei ritratti, o Cindy Sherman che pur ritraendosi non ritrae se stessa ma i nostri stereotipi. Oppure Francesco Gennari, che racconta se stesso attraverso materiali metaforici e alchemici. Poi c’è la stanza che io chiamo del «processo», che è invece l’investigazione dei limiti dell’opera d’arte: gli apparenti ready made di Fischli/Weiss sono in realtà sculture classiche. Mentre Ceal Floyer scarica i pennarelli su fogli di carta lasciando che l’opera si autogeneri. La mostra si conclude con una stanza dedicata al paesaggio poetico ed esistenziale, con artisti anche molto diversi quali Spalletti in dialogo con Wolfgang Tillmans.
Da una fiera a un’azienda: che cosa è cambiato nel suo lavoro?
Artissima mi ha aperto competenze nuove al di là di quella curatoriale, contatti con interlocutori diversi, dell’arte e non solo. Il rapporto con Mutina mi ha permesso di vivere la connessione ideale tra mondo dell’arte e impresa perché è un’azienda che rispetta la cultura. Infatti non mi è stato chiesto di fare da consulente ma di essere una curatrice.


© Riproduzione riservata

di Franco Fanelli, Il Giornale dell'Arte n 379


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