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IN-POSSIBLE. Siate affamati, siate folli… anzi, siate falliti

Francesca Appiani, Curatrice del Museo Alessi, interverrà il 28 settembre alla due giorni organizzata al teatrino della Fondazione Palazzo Grassi di Venezia da Cescot-Veneto, “La costruzione dell’Errore”, che indaga l’errore come parte di un processo di innovazione, in contrasto con il mito della perfezione. Anticipiamo alcune delle sue riflessioni. Cosa si cela dietro a un oggetto di industrial design? Appiani sviluppa il suo ragionamento partendo dalla mostra itinerante “Alessi IN-possible. Quando l’idea non è ancora prodotto”, presentata in Triennale. “A differenza dei prodotti, i progetti non realizzati permettono d’illustrare con maggiore completezza i molteplici elementi che intervengono nel processo d’ideazione e sviluppo di un oggetto di design.” Quando l’idea non è ancora prodotto”, che porta il racconto delle storie dei progetti Alessi mai realizzati dal 1921, trasferendo la visione dell’azienda che ha scelto di diventare Benefit corporation, ossia un’impresa che si impegna per il progresso sociale, in termini di scopo, responsabilità e trasparenza. Alessi, afferma Appiani, “è un laboratorio nel campo delle arti applicate (…) in continua mediazione tra il mondo della creatività internazionale e i bisogni delle persone: non solo quelli di carattere primario, concreto e funzionale, ma anche quelli di ordine secondario, ossia poetici, artistici, affettivi”.






Cosa si cela dietro a un oggetto di industrial design? Nel 2014 Galit Gaon, curatrice del Design Museum Holon, ci ha invitati a realizzare una mostra che spiegasse il processo creativo che porta a un prodotto di design. Il punto di vista scelto per descrivere tale lavoro è stato quello dei progetti rimasti in sospeso. A differenza dei prodotti, i progetti non realizzati permettono d’illustrare con maggiore completezza i molteplici elementi che intervengono nel processo d’ideazione e sviluppo di un oggetto di design. I problemi tecnici e le limitazioni economiche – ossia le difficoltà che solitamente sono risolte nello sviluppo di un oggetto che giunge alla produzione – non esauriscono le ragioni per cui un progetto rimane tale. Nello sviluppo di un progetto possono darsi esiti inaspettati che riguardano la dimensione espressiva dell’oggetto, il suo linguaggio, la carica emozionale e molti altri fattori sia immateriali sia concreti.
La mostra e il catalogo “Alessi IN-possible. Quando l’idea non è ancora prodotto”, raccontano la storia di una cinquantina di progetti non entrati in produzione, dal 1921 – anno in cui l’impresa è stata fondata – a oggi. I progetti scelti riguardano oggetti tipologicamente molto diversi, dalle caffettiere alle penne, dai vassoi alle lampade, dalle automobili ai servizi di posate. Ugualmente eterogenei – per età, formazione e approccio al design – gli autori dei progetti selezionati, fra i quali: Ettore Sottsass, Achille Castiglioni, Aldo Rossi, Richard Meier, Studio Acconci, Lluís Clotet, Mimmo Paladino, Philippe Starck, Zaha Hadid, Denis Santachiara, Giovanni Levanti, Hani Rashid, Patricia Urquiola, Gary Chang, Jacob Wagner, Greg Lynn, Defne Koz, matali crasset, Giulio Iacchetti, Ronan, Elena Manferdini, Erwan Bouroullec, Andrea Morgante, Dror Benshetrit, Abi Alice e Chiara Moreschi.
Il racconto delle storie dei progetti mai realizzati è costruito attraverso i materiali conservati nel Museo Alessi: schizzi, render, disegni tecnici, prototipi, prime versioni, ricerche per nuovi colori o finiture, stampi, semilavorati… e, non ultimo, i documenti relativi al “carteggio” fra l’azienda e i designer. Materiali che non solo descrivono il complesso intreccio di fattori dal quale nasce un prodotto industriale, ma anche rivelano il nodo fondamentale di questo processo: l’incontro tra il designer e l’impresa. Un oggetto di industrial design è un’opera collettiva che nasce da un lavoro comune che vede da un lato il progettista e dall’altro un insieme di competenze che mediano l’ingresso del prodotto sul mercato. È un incontro di ingegni ed esperienze diverse dove l’azienda, in dialogo con il progettista, funge da “editore dell’opera”. Davanti al diffondersi delle stampanti 3D e ai sempre più numerosi casi di designer che si auto-producono, questo lavoro collettivo non perde di senso. É uno dei modi attraverso i quali si esprime il mondo del progetto, l'autoproduzione ne é un'altra declinazione che non nega né sostituisce il lavoro come si esprime nel dialogo tra impresa e designer. La fabbrica é una sorta di Agorá dove gli ingegnerizzatori, i disegnatori, i tecnici di produzione, i responsabili del marketing prodotto, quelli della comunicazione, dialogano con il designer e la loro deliberazione finale é il prodotto industriale, oppure la sospensione del progetto. È un dialogo continuo e sempre aperto, suscettibile di quello scarto, talvolta imprevisto, che porta dalla “In-possibilità” alla “Possibilità”, coerentemente con la natura di una ricerca che sia tale, ossia di un processo che tenda alla creazione di oggetti innovativi assumendosi il rischio dell’incertezza del risultato.
In italiano abbiamo il termine “fallire”, che ha un significato esclusivamente negativo. Nella ricerca creativa – anche in termini intellettuali – difficilmente un processo che non ha portato all’esito immaginato può essere considerato un semplice fallimento. La stessa esperienza realizzata comporta quasi sempre una crescita: che sia una nuova visione, una maggiore consapevolezza o un affinamento metodologico. Il rischio connesso alla sperimentazione è il punto nodale: quanto sia importante non temere l’incertezza nei processi “onestamente creativi”, ossia volti a produrre qualcosa di cui le persone hanno reale bisogno, che non sia superfluo, che non aggiunga rumore al rumore, consumo al consumo, ma risponda a una domanda.
La mostra descrive una dimensione fondamentale della pratica di Alessi: essere un laboratorio di ricerca nel campo delle arti applicate, più che un’azienda nel senso tradizionale del termine. Mission di questo laboratorio è la continua mediazione tra il mondo della creatività internazionale e i bisogni delle persone (non solo quelli di carattere primario, concreto e funzionale, ma anche quelli di ordine secondario, ossia poetici, artistici, affettivi…). In questa prospettiva il design è un fine e non un mezzo usato dal marketing in modo riduttivo, soltanto per conferire agli oggetti un aspetto accattivante e spingere le persone a comprarli. Si tratta di una dimensione importante dell’operato aziendale che ha portato a riconoscere Alessi tra le B corp (Benefit corporation), ossia imprese che usano il business come forza positiva, che basano la propria attività nel perseguire l’eccellenza in termini di scopo, responsabilità e trasparenza.
Così, tornando alla domanda iniziale e allargandone i confini: cosa si cela dietro a un prodotto innovativo, che sia un oggetto o un’opera d’arte, un brano musicale o un abito? Si cela un cammino non ancora battuto in cui ci si può perdere, ma anche incontrare qualcosa d’inaspettato. Questa dimensione della ricerca è intimamente collegata alla stessa esistenza delle persone: una relazione vera, “innovativa”, è quella intrapresa senza certezze, rischiando, esplorando e sperimentando. Nel realizzare la mostra ci siamo resi conto che il tema interessava al di là del contenuto, centrato sull’industrial design. Piaceva la riflessione sulla natura che deve avere la ricerca volta a realizzare qualcosa di realmente creativo. È nata così l’idea di accompagnare la mostra con degli “IN-possible Talk”: incontri in cui persone provenienti da discipline diverse condividono con il pubblico un’esperienza, un progetto, una visione che nell'immediato sono stati degli insuccessi ma in realtà hanno posto le condizioni per attuare un’innovazione.
La mostra e gli “IN-possible Talk”, non sono un elogio dell’errore o del fallimento, ma della ricerca svolta con onestà. Nel loro itinerario sono divenuti una sorta di laboratorio mobile: ad ogni nuova tappa vi sono progetti diventati realizzabili e recenti “in-possibili” da mostrare al loro posto, ci sono esperienze dagli esiti inaspettati e “fallimenti di successo” da continuare a condividere in un processo inesauribile come la ricerca di cui si vuole raccontare.

Francesca Appiani
Curatrice del Museo Alessi e membro del consiglio direttivo dell'associazione Museimpresa
Nata a Milano nel 1966, dopo la laurea in Filosofia, si specializza in museologia. Fino al 1997 lavora come libero professionista a progetti nell’ambito della museologia, della comunicazione e dell’aggiornamento professionale in campo museale. Nel 1997 inizia la collaborazione con Alessi per la creazione di un museo d’impresa interno all’azienda. Nel 1998 è inaugurato il Museo Alessi di cui continua a occuparsi come curatore. Nel 2001 partecipa alla fondazione dell’associazione Museimpresa e, da allora, è membro del consiglio direttivo. Dal 2003 al 2013 è vicepresidente dell’associazione.
Fin dalla ricerca sviluppata per la tesi il suo lavoro si è concentrato sul rapporto tra gli esseri umani e gli oggetti, intesi come documenti narranti le persone e i contesti in cui sono stati creati e utilizzati.
Ha curato la maggior parte delle mostre, dei cataloghi e delle pubblicazioni realizzati dal Museo Alessi. Ha tenuto numerose lezioni, scritto articoli e contributi sui temi legati alla sua attività di curatrice di un museo d'impresa.

di Redazione


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