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Così Collemaggio ha recuperato luce, colori e il suo Barocco

La soprintendente descrive la chiesa aquilana appena riaperta grazie ad Eni

L’Aquila. Il monumento simbolo della città ferita profondamente dal terremoto del 6 aprile 2009, la Basilica di Collemaggio, ha riaperto dopo due anni di restauri di complessità davvero straordinaria e nel rispetto dei tempi prefissati. Anche se il recupero del patrimonio di interesse culturale procede a un passo più serrato rispetto all’edilizia civile, con grandi aree del centro già restituite a nuova immagine dai restauri conclusi, molte zone del centro storico sono ancora occupate dai cantieri e precluse all’accesso. Dunque, per gli aquilani questa restituzione costituisce un nuovo poderoso segnale di incoraggiamento e di rinascita.

Il restauro dell’edificio dalla  facciata in pietra bianca e rosata, fondata alla fine del XIII secolo, ha avuto il finanziamento di 12 milioni dall’Eni. Ha redatto il progetto, con il supporto del Politecnico di Milano, dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Università dell’Aquila, e ha diretto i lavori la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per L’Aquila e il Cratere (guidata dall’architetto Alessandra Vittorini) con l’architetto Antonello Garofalo (progetto e direzione del restauro architettonico) e la storica dell’arte Biancamaria Colasacco (progetto e direzione del restauro storico-artistico). Passata l’inaugurazione con il ministro dei Beni e Attività culturali e del Turismo Dario Franceschini, la soprintendente tira le somme e guarda alle fasi successive.

Architetto, nella giornata di riapertura ha parlato di «esperimento» per Collemaggio. A che cosa si riferisce?
Si è trattato di un progetto corale fatto di competenza e passione, in cui esperti, tecnici e maestranze hanno animato, e concluso in tempi record, un vero e proprio «cantiere del sapere». Dal 2012 iniziava a prendere forma uno stimolante esperimento di collaborazione tra istituzioni, università e impresa che ha consentito di arrivare qui. In quella fase la Soprintendenza è stata individuata come responsabile della progettazione, della direzione dei lavori e del coordinamento per la sicurezza, con il contributo tecnico scientifico di autorevoli esperti di tre atenei. Abbiamo lavorato accuratamente, per circa due anni al progetto, che ha previsto anche soluzioni avanzate per interventi di rara complessità.

I lavori sono partiti all’inizio del 2016. Quali linee-guida vi siete dati?
Lo studio e la conoscenza, il consolidamento, la sicurezza e la compatibilità, il rispetto della storia e l’attenta valutazione critica delle scelte, l’adeguamento tecnologico per la futura gestione. E abbiamo lavorato in modo da consentire sempre la celebrazione annuale della Perdonanza con l’apertura della Porta Santa al passaggio dei fedeli che infatti, il 28 agosto del 2016 e del 2017, hanno potuto vivere, per qualche minuto, l’esperienza visiva di questa ricostruzione: fisica, materiale, artistica ed emozionale. Qui il restauro si è materializzato come simbolo e rappresentazione concreta di ciò che in tutti i cantieri del patrimonio culturale, in città e nel territorio, ci troviamo quotidianamente ad affrontare.

Poco fa ha parlato di interventi di «rara complessità»: ci fa un esempio emblematico?
All’indomani del sisma del 2009 un enorme cumulo di macerie ingombrava il transetto che, devastato dal crollo, si espandeva inesorabilmente verso il cielo. Lì i due grandi pilastri, ridotti a monconi apparivano persi in uno spazio divenuto immenso per la perdita dei suoi punti di riferimento e dei suoi confini. Nella navata si è partiti con ardite operazioni di smontaggio dei pilastri, che per giorni e giorni, hanno visto centinaia di blocchi in pietra, smontati, numerati e ordinati a terra, in attesa delle verifiche e delle necessarie reintegrazioni. Mentre le murature superiori, private del loro appoggio e sospese nel vuoto, venivano sorrette da complesse strutture in acciaio. Intanto sui muri perimetrali si operava con sistemi di consolidamento, nel rispetto delle porzioni originali superstiti della pregevole muratura in «apparecchio aquilano», e veniva rinforzata la copertura. A fine 2016 i due grandi pilastri erano già interamente ricostruiti, con il rivestimento ricomposto pietra su pietra con i pezzi recuperati, in un unicum strutturale con il nuovo arco trionfale.

Lei ha incontrato «Il Giornale dell’Arte» a lavori in dirittura d’arrivo ma ancora in corso (cfr. n. 381, dic. ’17, p. 46). Adesso che Collemaggio è libera dai cantieri quale reputa l’effetto visivo più immediato, per un fedele o un visitatore?
Il lavoro meticoloso ha restituito nuovi colori, nuova luce e aspetti inediti di un barocco che non finisce di stupire. La rimozione delle tinteggiature applicate negli anni ha infatti rivelato combinazioni inattese e raffinate come il rosa e l’avorio della cappella di Jean Bassand, che richiama il gioco cromatico del pavimento, della facciata e della cappella dell’Abate, e soprattutto il ricco apparato di stucchi della Cappella del Santo, nella nuova luminosa immagine data dalle dorature riemerse sotto gli strati pittorici che le occultavano: è un nuovo e sorprendente scenario per il Mausoleo di Celestino.

La cupola, recente, crollata, non è stata ricostruita.
Nella reintegrazione della parte crollata, che ha sofferto perdite irreparabili, sono state effettuate accorte scelte storico-critiche riproponendo, ove possibile, le forme e le decorazioni pre-esistenti (ricollocando tutti i frammenti recuperati) e ripensando, anche in forme semplificate, le parti non recuperabili. La cupola, in cemento armato e di recente costruzione, è una di queste. Dunque  nella ricostruzione si è deciso di privilegiare la continuità visiva con la navata prolungando la copertura lignea verso l’abside.

Capitolo concluso?
Si conclude un percorso che contiene un impegno immediato: restaurare e ricollocare le opere d’arte e gli arredi che arricchivano le navate, le cappelle, l’abside e il coro, attività che non erano comprese in questo intervento. Il prezioso organo barocco, i 29 dipinti (tra i quali il ciclo seicentesco ispirato alla vita di Celestino realizzato da Carl Ruther e le tele di Nicola Malinconico e di Lorenzo Berrettini), gli arredi lignei del Coro, della cappella dell’Abate e della sacrestia e le altre opere. E soprattutto, la Madonna con Bambino in terracotta attribuita a Saturnino Gatti, esposta da due anni al Munda – Museo Nazionale dell’Abruzzo. Tornerà presto nella Basilica, che è da sempre la sua «casa» naturale.


SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGIA, BELLE ARTI E PAESAGGIO PER LA CITTÀ DE L’AQUILA E I COMUNI DEL CRATERE#mce_temp_url#

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http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Enti/visualizza_asset.html_17337864.html
di Stefano Miliani, edizione online, 22 dicembre 2017

di Stefano Miliani


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