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Fondazioni d'impresa

Adriano Olivetti, memoria viva

A Roma incontriamo Beniamino de’ Liguori Carino, Segretario Generale della Fondazione Adriano Olivetti dal 2016. Una conversazione che ci offre uno sguardo lungo sulla storia della Fondazione, sulla vita di Adriano Olivetti e sulla singolarità dell'esperienza che rappresenta

Ph via Jervis © fondazione Adriano Olivetti. Francesco Mattuzzi

Leggendo Adriano Olivetti ci si stupisce di come le sue parole, così attuali, siano state scritte così tanto tempo fa. Parole che enunciano e praticano un pensiero 'complesso', cross-disciplinare, multi-scalare e profondamente umano, riportando il cambiamento – oltre la retorica acritica del progresso – sempre su un piano di giustizia, eguaglianza, 'eticità', comunità e, non per ultimo, sul piano del desiderio.

Dal 1962 la Fondazione che ne porta il nome – creata dopo la sua morte da alcuni familiari, amici e collaboratori – preserva e sviluppa l’impegno civile, sociale e politico che ha distinto l’operato di Adriano Olivetti nel corso della sua vita.

Nella storia più recente, il 2001, centenario della nascita di Olivetti, rappresenta per la Fondazione l'anno cruciale per rimettere in fila alcune priorità rispetto alla storia olivettiana. Dal 2016 cambiano le direttrici strategiche e inizia un nuovo corso con una progettualità fortemente orientata sulla divulgazione e sull'educazione.
Di tutto questo ci parla Beniamino de’ Liguori Carino, Segretario Generale dal 2016, che incontriamo in Via Zanardelli, nella sede romana della Fondazione.
Una conversazione che ci offre uno sguardo lungo sulla vita di Adriano Olivetti e sulla singolarità dell'esperienza che rappresenta.



Autore oggi molto citato e unico per la singolarità dell'esperienza che rappresenta. In questo periodo di crisi e transizione si torna ad attingere alle idee e alla visione di Adriano Olivetti. Idee forse troppo anticipatorie per essere comprese nel tempo in cui furono formulate? E' forse ancora incompresa la filosofia Olivettiana?
Sicuramente è così ed è anche ciò che muove la nuova progettualità della Fondazione.
L'osservazione della contemporaneità e la constatazione di quanto accade, la situazione socio-economico, politica e culturale attuale chiamano l'esperienza olivettiana in modo molto più diretto rispetto agli ultimi sessant'anni, in cui Olivetti era un'alternativa molto lontana dal poter essere assorbita e integrata in un percorso di contemporaneità.
Negli ultimi dieci anni le istanze olivettiane che la Fondazione rappresenta e il contesto sociale si sono andati via via allineando.
Oggi Olivetti non è solo una storia da cui attingere ma è una progettualità che la Fondazione rilegge e sviluppa in campi anche molto lontani.
Abbiamo ritenuto che bisognasse riportare Olivetti dentro Olivetti stesso, riportarlo al centro della riflessione.
Il nostro compito è quello di restituire questa figura in modo strutturato, complesso affinché possa ora articolarsi una rielaborazione critica.
“Riconsegnare” Olivetti, attraverso i programmi di divulgazione alla cultura italiana, in maniera estesa, non solo verso le élite, ci auguriamo possa far esplodere questa vicenda in tantissime altre linee di studio, di ricerca, di elaborazione che noi soli non saremmo in grado di sviluppare.

Concretamente come si sviluppa questa nuova mission? In termini di linee strategiche, progetti, investimenti sui territori di riferimento.
Mentre dal '62 a metà degli anni duemila la Fondazione si è occupata soprattutto di tutelare la memoria Olivettiana con la costituzione del Centro di Documentazione Adriano Olivetti - poi confluito nell’attuale Associazione Archivio Storico -  dal 2001, centenario della nascita di Olivetti e anno spartiacque, al 2008 è iniziata una fase di riassestamento e rielaborazione.
Un percorso di restituzione, di “democraticizzazione'” dell'esperienza olivettiana.
Dal punto di vista delle linee strategiche, dal 2008, abbiamo riiniziato ad investire moltissimo su Ivrea. La consistenza civile della tradizione Olivettiana è sempre stata molto chiara, ma negli ultimi anni abbiamo avvertito la necessità di rimetterla a valore e di portarla su un piano di divulgazione.

In termini economici l'investimento è proporzionale alle nostre possibilità, che non sono enormi.
La maggior parte delle progettualità vengono sviluppate attraverso attività di fundraising, sia dal punto di vista istituzionale che nello specifico del singolo progetto.
La Fondazione nasce ad opera di familiari, amici e collaboratori di Adriano Olivetti per raccogliere e sviluppare l'impegno civile, sociale e politico dell'imprenditore. Non è una Fondazione d'impresa e il capitale è rappresentato da un fondo costituito da una porzione del palazzo che ospita la sede romana, che copre il 20% circa del capitale necessario per la gestione della Fondazione.

Alla morte di Adriano Olivetti, la Fondazione è stata riconosciuta, dalla società Olivetti, come la prosecuzione di quello spirito progettuale innovativo che Olivetti aveva portato all'interno dell'azienda attraverso una serie di attività culturali che a quel punto però, cambiando la governance aziendale, veniva riconosciuta a quell'ente terzo che era la Fondazione, designata a portare avanti quella visione.
Tutti gli investimenti che abbiamo fatto in questi anni, dal 2004 in poi, sono stati anche penalizzati da questa particolarità patrimoniale che fino al 2003, cioè fin quando esisteva il nome Olivetti, beneficiava di un rapporto diretto con l'impresa – pur nell'indipendenza tra i due enti – con un contributo annuale che ci permetteva di svolgere un lavoro più sereno in termini di programmazione. Questo rapporto, concluso nel 2004, ha ridimensionato i nostri budget e, in termini strategici, ha portato a investire maggiormente su Ivrea e a differenziare le attività legate alla parte storica da quelle divulgative.
Con il centenario della nascita della fabbrica è nato, nel 2008, il primo impulso progettuale, che oggi è alla sua fase conclusiva, della candidatura della città di Ivrea e di tutto il patrimonio industriale a sito Unesco, con l'obiettivo di dargli una prospettiva generativa.
Sempre nel 2008 è stato fatto un lavoro di censimento delle realtà produttive ad alto tasso di innovazione tecnologica nell'area del Canavese, finanziato da Regione Piemonte e Microsoft, con l'obiettivo di verificare quante di quelle realtà provenissero dall'esperienza Olivettiana, dagli spin off creati o dalla cultura d'impresa da essa veicolata, facendo dunque un lavoro sull'intangibile per una sua valorizzazione, punto di partenza per la candidatura.

In termini di valutazione degli impatti?
Si, attraverso una serie di valutatori a cui abbiamo avuto accesso in questi anni e che in qualche modo abbiamo alimentato per capire cosa in questo territorio fosse rimasto. Di fatto per più di un secolo c'è stata una simbiosi, un'identità continua tra territorio, società canavesiana e azienda, con una serie di ambivalenze, ma anche la difficoltà nell'affrontarne la fine con tutte le criticità, soprattutto di natura economica, per il territorio.
Da lì è nata la necessità di riportare Olivetti in quel territorio e di farlo in maniera diversa, riportandone la cultura – immateriale – per fare di quel territorio un centro di sviluppo economico e sociale a base culturale.

Cultura Olivettiana come memoria viva, dunque.
Si, sono nati investimenti e collaborazioni con altri enti per la Candidatura Unesco, dal Mibact al Comune di Ivrea, attraverso la sua Fondazione che ha in parte finanziato il processo di candidatura, alle scuole del territorio, con cui sono stati avviati percorsi di divulgazione con la riapertura anche di una sede operativa ad Ivrea nel 2007. Un processo propedeutico al centenario del 2008.

Una riflessione sull'eredità olivettiana che si è andata ad intersecare a tutta una serie di riflessioni fatte con economisti d'impresa, ex dirigenti Olivetti, Microsoft e Regione Piemonte per ripensare oggi a quell'esperienza e alla sua lungimiranza.
In quel periodo, sempre nel 2008, abbiamo avviato anche una serie di pubblicazioni condivise in creative commons per perseguire quella volontà di apertura, mettendo i volumi a completa (e gratuita) disposizione, attraverso la Collana Intangibili, e dedicando una Serie alle Tesi di studenti o ricercatori.
Nel 2011 siamo riusciti a recuperare il marchio Edizioni di Comunità da Mondadori e abbiamo avviato un'attività 'molto dinamica' sulla parte editoriale.
La configurazione operativa delle Edizioni di Comunità nasce con l'obiettivo di fare un lavoro di divulgazione dell'opera di Olivetti, proprio perché è un autore molto citato ma poco letto forse.

Grazie a un contributo della Compagnia di San Paolo abbiamo dato vita, insieme con l’Associazione Archivio Storico di Ivrea, al portale Archivi Digitali Olivetti, digitalizzando i fondi documentali Olivetti.
Abbiamo catalogato la biblioteca personale di Adriano, così da poter fare un lavoro su quello che erano i riferimenti culturali olivettiani, da cui è nata una collana delle Edizioni di Comunità che prova a ricostruire il catalogo storico della casa editrice e mettere in collegamento l'attualità del pensiero olivettiano con altre esperienze a lui coeve, portatrici di messaggi analoghi.

Immaginando un salto temporale vasto, a quale convivio potremmo invitare oggi Adriano Olivetti? E quale è invece un tuo consiglio di lettura?
La prendo vagamente alla lontana, così da poter raccontare un altro progetto a cui teniamo molto.
Cinque anni fa abbiamo iniziato a fare un percorso molto intenso di presentazione di scritti di Olivetti in giro per l'Italia attraverso incontri in scuole, librerie, associazioni, imprese, università.
Da lì abbiamo articolato un vero e proprio programma – le Lezioni Olivettiane ® – attraverso la costruzione di una rete di esperti in grado di affrontare i singoli aspetti della vicenda olivettiana.
Negli ultimi tre anni abbiamo fatto di media un incontro e mezzo a settimana, facendo di Ivrea il perno intorno al quale ruotava l'approfondimento delle varie direttrici disciplinari che questa storia ha al suo interno.
In queste occasioni ci viene sempre chiesto chi sono i nuovi olivettiani.
Sicuramente oggi c'è una consapevolezza generale – a volte ricercata, a volte istintiva - nel mondo dell'imprenditoria rispetto ad alcune necessità,  e ci sono molti casi di imprese che oggi adottano quel modello, ma non credo ci siano eguali.
Il bello di Olivetti è che non è stato solo un imprenditore, ma un intellettuale a tutto tondo. E il compito della Fondazione è quello di riportare in modo non scontato questi pensieri a vivere ancora.
Le parole di Olivetti, che non avevano nessun tipo di complessità e andavano a toccare corde profonde, rispondevano alle domande eterne della persona, parlando di senso di giustizia, di un'economia umana, di un progresso messo al servizio dell'uomo e non viceversa. Parole che Olivetti rappresentava e incarnava non solo in termini speculativi, ma anche realizzativi. E quello che mi sento di dire è che Olivetti oggi siamo tutti noi, tutti quelli che hanno a cuore queste tematiche.
Non so quale sarebbe oggi la sua biblioteca ideale né quali sarebbero oggi i suoi riferimenti per uno sviluppo integrale della società e della persona, ma il consiglio di lettura che mi sento di dare è ovviamente tutta l'opera di Olivetti, a partire da 'Il mondo che nasce', in cui viene restituito il senso della parabola intellettuale della sua riflessione come imprenditore.
Oggi un tema caro ad Olivetti sarebbe sicuramente il tema dell'accoglienza. Il principio di solidarietà che ha provato a sviluppare in modo non caritatevole oggi, con un mondo notevolmente mutato e complicato, con le immagini che offendono quotidianamente le nostre coscienze, sarebbe al centro delle sue riflessioni credo.
Come diceva d'altronde anche Don Milani, il tema della carità senza giustizia è una truffa.

Nel campo degli studi urbani, il pensiero Olivettiano della 'comunità concreta', anche alla luce dell'esplosione delle città, è particolarmente osservato.
Alberto Magnaghi sostiene che si sta compiendo quel principio territoriale di cui parlava Olivetti, una visione olistica del territorio che si contrappone alla visione funzionale, fondativo dell’idea di “comunità concreta” che integra natura e storia, città e campagna, fabbrica e società locale, entro relazioni di prossimità che concorrono a ricostruire quelle relazioni co-evolutive fra uomo e ambiente che hanno caratterizzato le civilizzazioni precedenti e che sono andate perdute.
E' così? Quanto è attuale quella visione? E come può contribuire a fare comunità, guardando al territorio come molteplicità, come spazio sociale.

Domanda complicata. Dentro c'è tutto il pensiero olivettiano, che lui circoscrive in termini operativi, organizzativi in uno spazio limitato, sia geografico che sociale. Da lì poi nasce tutta la sua riflessione sulle comunità, sull'ordine politico delle comunità, cercando di dare a questa configurazione territoriale un'espressione politica e produttiva con al centro la fabbrica, la produzione politica e culturale.
Una riflessione attuale ma non ancora compiuta. La Fondazione se ne è occupata con la candidatura di Ivrea a Sito Unesco, che ha un primo obiettivo di tutela e conservazione del patrimonio olivettiano per cercare di sottrarlo alle speculazioni del territorio, ma che si muove soprattutto nella messa in relazione del territorio stesso con i valori immateriali che esprime, che nel caso del laboratorio di Ivrea sono proprio gli aspetti sociali, relazionali che, se un tempo erano rappresentati dalla fabbrica, oggi evolvono verso altre forme che mantengono principi e valori comuni su un territorio a misura d'uomo.

Guardando alla deriva consumista della società, esistono o possono esistere oggi 'fabbriche buone' così come le aveva pensate e agite Olivetti?
Cerchiamo di portare la comprensione di Olivetti su un piano storicizzato per poterci poi lavorare in termini dinamici. Per come si era configurata quell'esperienza storica, da un lato è irripetibile, dall'altro è un'occasione persa.
Fare dei paragoni significa non capire quella vicenda né rispondere in modo corretto ad una domanda legittima come la tua.

Alle esperienze attuali credo manchi una cosa fondamentale che fa di Olivetti forse un caso unico al mondo, ovvero la portata politica del suo ragionamento, anche all'interno dell'impresa, che doveva portare ad una riorganizzazione delle società.
Oggi però i tempi sono forse maturi, come ha fatto Olivetti, per tornare a poter costruire la progettualità su degli elementi valoriali semplici e suggestivi, come può essere l'idea di un'impresa responsabile, di un'economia civile. Visto oggi il mondo come va, per contrasto forse, offre la possibilità di restituire l'emozione che c'è dietro a grandi imprese di uomini e questo è anche il motivo per cui in tutti gli strumenti che articoliamo, sia progettuali che educativi, cerchiamo di non aver paura di questi aspetti palpabili della nostra storia. Oggi forse il mondo è più pronto – o più bisognoso - rispetto al passato a costruire su questo tipo di valori.

Olivetti rappresenta un paradigma e per questo cerchiamo di lavorare sulla sua storicizzazione e non sulla creazione di un'icona per portarlo al centro del dibattito come esempio al quale guardare dal punto di vista imprenditoriale, intellettuale, politico. Elementi che Olivetti incarnava in una unica visione delle cose.
E l'architettura e l'urbanistica sono le discipline a cui lui demandava questa triade di valori.

In parte legato a questa visione c'è il progetto «Nuovi Committenti» (ideato nel 1991 dall’artista belga François Hers). Pioniera fu la Fondazione Adriano Olivetti quando nel 2001 decise di portare in Italia questo modello innovativo per la produzione di arte nello spazio pubblico.
Con il proposito di ristabilire un forte legame tra arte e società, Nuovi Committenti permetteva a chiunque – comitati spontanei di quartiere, scuole, amministratori locali, singoli individui o gruppi di cittadini – di farsi committente di un’opera d’arte destinata ai propri luoghi di vita o di lavoro, spesso con una funzione d’uso collettiva. La Fondazione si muove ancora su questi interessi?

I progetti di indagine sull'arte pubblica – condotti dal segretario generale di allora, Bartolomeo Pietromarchi insieme con Flaminia Gennari – sono stati pionieri su tematiche oggi indagate anche dagli urban studies, eliminando quella mediazione, quel diaframma istituzionale tra committente e fruitore.
'Molteplicittà' è stato il primo progetto di arte pubblica della Fondazione, durante la presidenza di Laura Olivetti. In quell’occasione sono stati chiamati artisti, antropologi, urbanisti a riflettere sulla trasformazione dello spazio pubblico a seguito di una migrazione straordinaria di curdi a Roma.
Era il 1999 e quello fu l'inizio di un percorso di indagine sulle trasformazioni dello spazio pubblico, sul principio comunitarista che governava queste trasformazioni che poi, attraverso l'incontro con François Hers durante una delle Assemblee Annuali dell’EFC, portò all'adozione del programma 'Nuovi committenti', una forma di riappropriazione dello spazio pubblico dal basso che oggi, soprattutto nelle periferie, è elemento assai diffuso. Un'altra fase molto importante del lavoro sullo spazio pubblico e sulla progettazione partecipata è certamente rappresentata dal progetto “Immaginare Corviale” realizzato con il collettivo Stalker tra il 2004 e il 2006, e dall’indagine europea “Trans:it. Moving Culture through Europe” i cui risultati riassunti in tre documentari e in un libro, sono stati presentati come progetto collaterale alla 51ª edizione della Biennale Internazionale d'Arte di Venezia.
Oggi le tematiche legate all'arte pubblica non sono più prioritarie, erano perlopiù legate alla visione strategica del tempo e all'allora segretariato.

Esperienze vitali, che producono lo spazio dando vita a nuovi paesaggi culturali ma che, di fatto, sono ancora considerate accessorie da chi poi ha il compito di pianificare la città.
Ci siamo molto dibattuti internamente su questo, mettendo in discussione la nostra progettualità e, guardandola ex post, può essere meglio compresa, oltre la missione statutaria.
C'è sicuramente uno scarto tra il 'sentire' del territorio e la governance dello stesso. Ciò però non deve invalidare la sperimentazione. Vedere oggi all’ultima Biennale di Architettura di Venezia curata da Yvonne Farrell e Shelley McNamara, il progetto di Laura Peretti sulla rigenerazione del quartiere romano Corviale, volto ad ottenere una nuova e migliore qualità urbana e spaziale e una migliore vivibilità e sicurezza per gli abitanti, significa che il lavoro fatto nel 2004 dalla Fondazione non è andato perduto. Oggi abbiamo una capacità di lettura molto più lucida e sappiamo – e dobbiamo – riconoscere i tempi omeopatici della trasformazione culturale.
In questo senso fondamentale è ancora una volta il lavoro svolto, a partire dal 2008, sul territorio di Ivrea, con l'opera di divulgazione, sul campo.
Dal 2001 la Fondazione ha gettato semi che sono maturati nel tempo.
L'architettura è l'elemento tangibile che resta. Ivrea conserva una virtuale rappresentazione di quello che era lo spirito olivettiano che cerchiamo di mantenere vivo attraverso le numerose attività che svolgiamo. Permettono di capire tridimensionalmente, in un viaggio immersivo, la città, il tentativo di Olivetti di costruire una città a misura d'uomo.

Prossimi impegni?
Siamo appena tornati da Bruxelles dove abbiamo partecipato al Forum for Sustainable Cities dell’EFC, promuovendo un panel sul tema “La rigenerazione del patrimonio culturale come motore di trasformazione delle aree urbane". Il nostro contributo ha presentato il caso di “Ivrea, da città industriale a Sito Unesco”, speriamo di avere presto altre occasioni di confronto internazionale.
Proprio in questi giorni siamo a San Francisco per “Olivetti World. The global legacy of an italian maker”, un progetto realizzato con l’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con il Consolato Italiano di SF e il fuseproject, che prevede un ciclo di tre Lezioni Olivettiane e due mostre nell’ambito del San Francisco Design Week. Ripercorreremo le radici di una storia accaduta molti anni prima di Steve Jobs e Bill Gates e racconteremo Ivrea città industriale del XX secolo, attraverso lo sguardo del fotografo Francesco Mattuzzi, a cui abbiamo commissionato nel 2012 un reportage sulle architetture candidate Sito Unesco.

A metà giugno torniamo a Ivrea con la prima edizione dell’Adriano Olivetti Dynamo Academy, un’executive school sui fondamenti dell'impresa responsabile che promuoviamo con la Fondazione Dynamo. Suddivisa in due momenti formativi, tra Ivrea e San Marcello Pistoiese e con una faculty di grandissimo livello, la scuola mette a sistema anche le suggestioni offerte dal paesaggio architettonico, culturale, emotivo olivettiano.
Stiamo collaborando con l’Associazione Libera Contro Le Mafie per un percorso formativo in tutta Italia nel segno di Adriano Olivetti e a ottobre porteremo una Lezione Olivettiana anche a Istanbul durante la Biennale di Design.



Beniamino de’ Liguori Carino nasce a Roma nel 1981. Laureato in Storia Moderna e Contemporanea all’Università La Sapienza di Roma con una tesi sulle Edizioni di Comunità. Dopo gli studi ha collaborato con il German Marshall Fund of the United States, a Washington DC e, successivamente, a Roma, con un editore indipendente. Dal 2009 è  membro del Centro Studi della Fondazione di cui diviene, nel 2016, Segretario Generale. Già membro del Comitato Consultivo dell’Associazione Archivio Storico Olivetti dal 2016 è stato nominato Vice Presidente. Dal 2012 è editore e direttore editoriale delle Edizioni di Comunità.

@ Riproduzione riservata

di Stefania Crobe


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