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Firenze

«Se non è Michelangelo è Dio!»

Il Museo Horne presenta, insieme a un Crocifisso di Giuliano da Sangallo e uno di Baccio da Montelupo, un inedito Crocifisso in legno di tiglio con un’attribuzione strepitosa e molto impegnativa. Ma è proposta e sostenuta da un gruppo di specialisti inattaccabili, Baldini, Bellosi, Ferretti, Gentilini e Paolucci, affiancati anche da anatomopatologi

Il dorso del Crocifisso attribuito a Michelangelo


Firenze. Una prima assoluta, più che una mostra un debutto: è quanto si sta preparando al Museo Horne per il 7 maggio, quando verrà presentato al pubblico e alia critica un Crocifisso in legno di tiglio dì dimensioni contenute (41,3x39,7 cm) e di straordinaria fattura, reperito una ventina di anni fa in una casa fiorentina, ora attribuito a Michelangelo giovane dagli storici dell'arte Giancarlo Gentilini, Luciano Bellosi e Massimo Ferretti. Sono loro che hanno studiato la scultura senza fretta, girandola e rigirandola fra le mani, hanno avanzato una lunga serie di attribuzioni procedendo per esclusione verso nomi sempre più «alti» e, alla fine, hanno concordato con una frase riportata di Federico Zeri nel vedere il Crocifisso per la prima volta: «Se non è Michelangelo è Dio».
Certamente la notizia di un «nuovo» Michelangelo in mani private provoca un'immediata reazione difensiva, una diffidenza che ha provato lo stesso soprintendente fiorentino Antonio Paolucci, come lui stesso racconta nel testo introduttivo al catalogo Allemandi pubblicato qui a fianco, una diffidenza che la qualità dell'opera però fa svanire.
Umberto Baldini, uno degli «storici» direttori dell'Icr e ora presidente della Fondazione Horne, non ha dubbi: «Se Herbert Percy Home si fosse imbattuto in un Crocifisso come questo avrebbe fatto l'impossibile per assicurarlo alla sua casa rinascimentale».
Il protagonista si presenta nella mostra (intitolata «Proposta per Michelangelo giovane. Un
Crocifisso in legno di tiglio», aperta al Museo Horne dall'8 maggio al 4 ottobre) accompagnato da due Crocifissi, anch'essi lignei e anch'essi di altezza «da devozione privata» inferiore al mezzo metro: il primo, di collezione privata, fu reso noto da Margrit Lisner nel 1969 come opera di Giuliano da Sangallo verso il 1480, il secondo, prestato dal Museo fiorentino di San Marco, è stato scolpito da Baccio da Montelupo nel 1495 ca e secondo la tradizione appartenne a Gerolamo Savonarola.
Prima di essere esposti al pubblico, i tre Crocifissi sono stati visitati dagli anatomopatologi Massimo Gulisano e Pietro Antonio Bernabei per determinare il livello delle conoscenze anatomiche dei loro autori (visita che, come rivela un estratto della relazione pubblicato a pag. 20, è stata determinante per l'attribuzione a Michelangelo, in quanto nessun altro in quegli anni aveva una tale pratica e familiarità con i cadaveri da riuscire ad avvicinarsi tanto al vero anatomico). Le tre opere sono state anche sottoposte a una serie di indagini tecnico-scientifiche e all'esame tomografico a raggi X, soprattutto ai fini della datazione e della tecnica di esecuzione; nel caso del Crocifisso attribuito a Michelangelo hanno dato esiti accostabili a quelli emersi dalle medesime indagini sul Crocifisso di Santo Spirito del Buonarroti.

Barbara Antonetto, da Il Giornale dell'Arte numero 232, maggio 2004


  • Un particolare del Crocifisso attribuito a Michelangelo, in legno di tiglio
  • Il volto del Crocifisso attribuito a Michelangelo

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