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Archeologia

Le «teste rotonde» di Fabrizio Mori

Fabrizio Mori

Roma. È scomparso questa estate a 85 anni Fabrizio Mori, l’ultimo dei grandi archeologi ad aver percorso il Sahara a dorso di cammello. Ogni anno, per quasi mezzo secolo, l’incontro con la guida tuareg Scech Omar nel cuore del deserto era l’incipit della missione che dirigeva nel Tadrart Acacus, in Libia Sud-occidentale, per studiare le pitture rupestri da lui scoperte nel 1955. Il paletnologo conobbe il nomade nel 1957, si parlavano in «tefinagh», ed era difficile dire chi guidava chi tra le rocce e le sabbie del Fezzan. Un sodalizio che portò alla scoperta del più vasto santuario d’arte preistorica risalente a 12mila anni fa e che valse a Mori l’istituzione nel 1970 della prima cattedra italiana di Etnografia preistorica dell’Africa presso l’Università di Roma La Sapienza e, nel 1985, l’inserimento del sito nella lista Unesco del Patrimonio mondiale dell’umanità. Punti forti della sua ricerca sono l’approccio multidisciplinare e gli scavi stratigrafici con il metodo del C14 a partire già dai primi anni Sessanta.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Giulia Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 302, ottobre 2010


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