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I gialli dell'arte

Una Pala, una data

Salvatore Settis, nel libro Artisti e committenti, appena pubblicato da Einaudi, dopo una minuziosa ricostruzione dei fatti, suggerisce una soluzione al mistero della data della Pala di Castelfranco di Giorgione

Salvatore Settis

Immaginando Giorgione ancora al lavoro alla Pala nel 1505, Longhi accettava dunque la data dell’iscrizione sepolcrale di Matteo Costanzo come quella della morte di  lui, e perciò come un terminus post quem per la commissione e l’esecuzione del dipinto. Così, più o meno esplicitamente, tutta la bibliografia che ho visto: onde chi voglia dare alla Pala una data anteriore a quell’agosto del 1504 argomenta inevitabilmente che la commissione a Giorgione va staccata dalla circostanza di quella morte. Le cose non stanno così.
Cominciamo col rileggere accuratamente l’iscrizione: 
matheo• constantio• cyprio• egre
gia• corporis• forma• insigni• animi
virtvte• immatvra• morte• sublato
ob bene• gestam• militiam• tvcius• pater
mvtii• filivs• charissimo filio• pientis
sime• posvit mdiiii mensis avgusti 
Nonostante l’ipercorrettismo charissimo, è un’epigrafe scritta in buon latino, specialmente se la confrontiamo alle incertezze ortografiche del contemporaneo fregio di casa Marta-Pellizzari in Castelfranco, sia o non sia di Giorgione. Il lapicida aveva dunque avuto da Tuzio Costanzo un testo ben scritto su carta (probabilmente da un dotto di ciò incaricato), e lo aveva seguito accuratamente. L’elogio della corporis forma e dell’animi virtus del defunto è topico non meno che la bene gesta militia e l’immatura mors; la patria cipriota e il richiamo al nonno del defunto, il viceré Muzio, si aggiungono (...) al sarcofago di porfido dipinto sulla Pala per alludere alla dignità  perduta (e tacitamente rivendicata). Ma la data finale è davvero quella della morte di Matteo Costanzo come in genere si è supposto?
Indubbiamente no: secondo il formulario delle iscrizioni sepolcrali di quest’età, come mi conferma Armando Petrucci, il pientissime posuit che precede la data indica chiaramente che essa non è quella della morte di Matteo, ma quella in cui il monumento fu posto in opera e dedicato.
È possibile che, a questo punto, la cappella fosse già completa di altare, Pala e altre decorazioni a fresco sulla volta: in tal caso, l’agosto del 1504 non sarebbe un terminus post quem per l’esecuzione della Pala, ma un terminus ante quem. Se, come è logico immaginare, il pientissimus pater volle disporre un’esecuzione veloce dei lavori della cappella (altare con la Pala, affreschi e altre decorazioni, monumento funebre), possiamo immaginare che essa abbia richiesto (dal momento in cui il corpo di Matteo giunse a Castelfranco all’acquisizione e all’allestimento della cappella, pitture e sculture) non più di un anno in tutto.
Ma guardiamo meglio la data sull’iscrizione: pientissime posuit mdiiii mensis augusti. Come è subito chiaro, c’è qui un errore (l’unico) del lapicida: prima del genitivo mensis augusti si richiede tassativamente il numerale del giorno, che invece manca. Stranamente, questa elementare constatazione epigrafica non è stata mai fatta da chi ha citato, riprodotto o pubblicato l’epigrafe: eppure essa può gettare dei dubbi sulla corretta lettura dell’anno 1504 come quello indicato nell’epigrafe, e dunque avrebbe potuto far gioco nei discorsi sulla cronologia della Pala. Inoltre, molte trascrizioni (se non tutte) «regolarizzano» il «mdiiii» in «mdiv», ciò che non è lecito, e anzi «normalizzando» in apparenza l’iscrizione ne rimuove immetodicamente ogni aspetto problematico. Ora, da un punto di vista paleografico (e anche su questo ho potuto contare sull’aiuto di Armando Petrucci) l’assenza del numerale del giorno può essere spiegata in due soli modi:
a) il lapicida ha «saltato» il numero del giorno: ciò poteva essere particolarmente favorito dall’uso della numerazione romana, e dalla sequenza di due numeri, quello dell’anno e quello del giorno; contando il numero delle lettere di ciascuna delle sei righe dell’iscrizione, è probabile che si trattasse di un numerale di poche cifre, una o al massimo due. Questo tipo di errore sarebbe stato facilitato in particolare se il numerale era espresso, sul testo-modello cartaceo che il lapicida doveva tenere davanti a sé, mediante la stessa cifra romana i con cui erano espresse le unità dell’anno: in altri termini, i, ii o iii;
b) esiste però un’altra possibilità: e cioè che, confuso dalla sequenza di una numerazione che non conosceva bene, il lapicida abbia «fuso» i due numeri (dell’anno e del giorno) in uno solo, per attrazione dell’uno sull’altro. In tal caso il testo-modello frainteso dal lapicida potrebbe aver recato una di queste date:
1) posuit mdiii i mensis augusti (1 agosto 1503) 
2) posuit mdii ii mensis augusti (2 agosto 1502)
3) posuit mdi iii mensis augusti (3 agosto 1501)
4) posuit md iiii mensis augusti (4 agosto 1500).
Per questa strada, la data della collocazione del monumento funebre, e quindi del completamento della cappella, potrebbe dunque essere anticipata fino al 1500: ed è sorprendente che i partigiani di quella cronologia della Pala non abbiano mai neppur sospettato di poter far uso di un tale argomento.
L’analisi paleografica mostra che la prima delle due alternative sopra elencate (a) è di gran lunga la più probabile, a causa degli spazi di separazione posti fra una parola e l’altra, e che chiaramente delimitano il numerale dell’anno: mdiiii; così inoltre lesse ai primi del Settecento il Melchiori, che probabilmente si basava su Francesco Sansovino. Tuttavia, la seconda alternativa (b) non è del tutto esclusa, anche se, delle quattro sue possibilità (1-4), le prime due sono più probabili sulla base del conto delle lettere. In altri termini, dopo che abbiamo cercato di dimostrare che la data della Pala è legata a quella della morte di Matteo Costanzo e alla dedica del suo monumento funebre, dobbiamo rilevare che proprio l’elemento essenziale di questa data è soggetto al dubbio: il 1504 non solo non è necessariamente quello della morte di Matteo Costanzo, ma è in dubbio anche come data della dedica della lastra tombale. Poiché, tuttavia, il carattere funerario della Pala e la sua relazione con la morte di Matteo Costanzo non sono posti in forse da queste considerazioni epigrafiche, se riusciremo a recuperare altrimenti la data di quella morte ne ricaveremo un credibile terminus post quem per la Pala.
Nelle ricerche sulla famiglia Costanzo e sulla sua cappella non è sino ad ora stato individuato nessun documento d’archivio che fornisca la data della morte di Matteo: forse perché non c’è, ma forse solo perché, credendo di leggere quella data nell’iscrizione, nessuno si era posto il problema di cercarla altrove. C’è tuttavia un testo che parla della morte di Matteo, dando qualche notizia in più. Si tratta di Francesco Sansovino, che (...) dedica ai Costanzo molte pagine della sua opera Della origine et de’ fatti delle famiglie illustri d’Italia, chiaramente utilizzando materiali forniti dalla famiglia stessa. Sansovino ricorda la tomba e l’iscrizione, e anzi quasi ne trascrive in volgare l’accenno alla bellezza fisica: «Matteo secondogenito [di Tutio], formoso di volto, et di singolare presenza, condottiero nel fior di 23 anni di cinquanta lancie in vita del padre, si infermò nella guerra di Casentino, et morto in Ravenna l’anno 1504, gli fu inscritto nel sepolcro marmoreo». Nell’editio princeps del Sansovino (Venezia 1582), queste parole sono stampate in fondo a c. 294 r, e la pagina seguente riprende da «Mutio terzogenito...»: la brusca conclusione della frase implica che era prevista la trascrizione dell’iscrizione (...), come infatti fa Melchiori trascrivendo Sansovino. Lo stesso erudito, nel Catalogo historico-cronologico [...] di Castelfranco (1724-35), dove palesemente trascrive dal Sansovino, non solo ripete luogo e data della morte di Matteo (Ravenna 1504), ma aggiunge: «et il di lui corpo fu condotto a Castelfranco ove dimorava il padre Tutio, dal quale fu fatto seppellire nella parrocchia dentro del castello, all’altare di San Giorgio, cappella eretta dallo stesso Tutio, dove nel suo sepolcro marmoreo si vede il medesimo Mattheo scolpito in abito di guerriero con la seguente inscritione [segue la trascrizione dell’epigrafe]». Queste e simili notizie furono poi ripetute molte volte anche da altri, ma che io sappia non sono mai state controllate. Proviamoci.
La «guerra di Casentino», che contrappose Venezia a Firenze e il cui scopo ultimo era probabilmente il controllo di Pisa, è una serie di operazioni militari condotte dagli armati della Serenissima, approfittando della crisi della repubblica fiorentina, a partire dal settembre 1498. L’esercito che fu messo insieme (e che muovendo dalla Romagna invase il Casentino occupando Bibbiena ma non Poppi) contava all’inizio duecentocinquanta cavalieri e ottocento fanti, e fu posto sotto il comando di uno dei maggiori condottieri del tempo, Bartolomeo d’Alviano. Fra i suoi capitani doveva contarsi Matteo Costanzo, che ebbe in quell’esercito un ruolo cospicuo, nonostante la giovane età: egli comandava infatti «cinquanta lancie», che comportavano tre uomini ciascuna, un cavaliere e due fanti in suo aiuto, ognuno armato di lancia. Questa osservazione di tecnica militare, che devo ad Armando Petrucci, può forse spiegare un dettaglio della Pala di Castelfranco, i due guerrieri nel paesaggio a destra del trono. Come i recenti restauri hanno confermato, essi spettano senza dubbio a Giorgione e non a successive ridipinture. Indossano entrambi l’armatura e hanno una lancia ciascuno, anche se uno solo (quello seduto) calza l’elmo. Sono in riposo, anzi in conversazione: quello seduto tiene con la destra la lancia posta di traverso sulle ginocchia, con la sinistra lo scudo, e ascolta l’altro, in piedi, con la lancia appoggiata al braccio destro, mentre la sinistra fa un leggero, discreto gesto di eloquio. Il tono elegiaco della scena, l’aria assorta dei due armati in mesta solitudine, quasi persi nel largo paesaggio, contrastano con le loro possenti, inutili corazze: potrebbero essere i due fanti portalancia al seguito personale di Matteo Costanzo, allusivamente rappresentati nel momento in cui erano rimasti privi del loro capitano?  Marin Sanudo non fa mai il nome di Matteo Costanzo nei suoi sterminati Diarii, ma alla data del 3 novembre 1498 menziona «uno fio di domino Hugo [probabile errore di trascrizione per «Tuzo»] di Costanzo» fra i  capitani della guerra di Casentino (II, c. 99) che «voleno esser e restar con la Signoria nostra», mentre «la compagnia di domino Joanne Bentivoy [Bentivoglio] si desviava per esser quello conzo [d’accordo] con Milan», anzi «in stretta praticha d’accordo col duca», e anche il figlio Annibale Bentivoglio si rivelava malfidato, e «semenava col ducha di Urbim e Medici qualche zizania». «El fiol di domino Tuzo» è invece sempre fra i fedelissimi che «voleno servir la nostra Signoria», e Annibale Bentivoglio, per ottenere la paga, si scusa della defezione del padre «per non aver danari», e come prova di fedeltà dice di esser rimasto col giovane Costanzo e con altri capitani fedeli (II, c. 132). Frequenti invece le menzioni del ben più noto padre, Tuzio, che era fra la gente d’armi «a li alozamenti in Friul, trivixana, vesentina, bergamasca e sul Polesine» (II, c. 83) e fu mandato «a custodia di Ravenna» con 160 cavalli (II, c. 92), dov’era il 14 novembre (II, cc. 126, 162, 205, 222); alloggiato a gennaio  1499 in Castel d’Elci (II, c. 309), a luglio Tuzio viene inviato in Friuli con 100 cavalli (II, cc. 875, 888, cfr. cc. 939,  953, 1177), e lì è ancora (o di nuovo) in ottobre (III, c. 7); nel maggio 1501 la Signoria paga e «cassa» Tuzio e un altro condottiero. È ovvio che del giovane Matteo il Sanudo parli assai meno, ed è perciò difficile ritrovarne le tracce. L’occupazione del Casentino fu breve, ma mentre parte delle truppe venete ripiegava su Ravenna l’armata dell’Alviano, dopo il ritiro dai domini di Firenze (aprile 1499) non si disperse; e anzi, su istruzioni del governo veneto, si impegnò subito su altri fronti, verso la Lombardia e il Friuli (mentre l’Alviano coltivava il proposito di farsi signore di Pisa); finalmente, dopo la strage di Senigallia compiuta da Cesare Borgia, l’Alviano chiede e ottiene di raccogliere le proprie truppe (con quelle del duca di Urbino e di altri) per marciare contro il Borgia. La data in cui il Senato veneto approva questa decisione (che di fatto non avrà poi seguito) è il 28 gennaio 1503, la città dove almeno una parte delle truppe che avevano formato l’«esercito di Casentino» va a raccogliersi è Ravenna. Fra le numerose conferme documentarie, citerò solo una lettera di Niccolò Machiavelli a Giovanni Ridolfi del 10 febbraio 1503:
«Di nuovo non ci è molto: Iacopo Salviati è tornato; il duca Valentino n’è ito alla volta di Roma; Giampagolo e Pandolfo si trovano con Luca; ed altronde intendiamo Bartolomeo d’Alviano essere venuto a Ravenna con 600 cavalli, e molti hanno opinione sia per ferire il duca da quella parte, per divertirlo dalle imprese di Roma contro gli Orsini; vedremo quello seguirà».
Ora se, come dice il Sansovino basandosi su informazioni avute dalla famiglia Costanzo, Matteo «s’infermò nella guerra di Casentino, e morì in Ravenna», la data della morte dev’essere posteriore all’arrivo a Ravenna delle truppe dell’Alviano, ben datato dalla convergenza della deliberazione del Senato veneto e della lettera del Machiavelli. È possibile che le truppe dell’Alviano siano confluite brevemente a Ravenna già a metà del 1499, ma le considerazioni epigrafiche sull’iscrizione tombale di Matteo (v. sopra) fanno propendere per il 1503 come data probabile della sua morte. Avremmo così guadagnato per la Pala, fino a smentita da altri documenti, un terminus post quem, la morte di Matteo Costanzo (a sua volta post 28 gennaio 1503). Se la Pala fu commissionata insieme alla lastra funebre di Matteo, da terminus ante quem potrebbe valere il 19 settembre 1504, quando la signoria veneta deliberò di sbandare le truppe dell’Alviano, ormai ridotte «in homeni d’arme 70 computati etiam i ballestrieri». La data in cui Tuzio Costanzo posuit nella cappella il monumento funebre del figlio può dunque essere al più presto il 1° agosto 1503, e al più tardi un giorno indeterminato dell’agosto 1504. Entro questi termini (primavera 1503-estate 1504), deve dunque cadere sia la commissione che l’esecuzione della Pala di Castelfranco, nonché la sua collocazione nella cappella Costanzo.
© 2010 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Il brano è tratto da Artisti e committenti fra Quattro e Cinquecento di
Salvatore Settis con postfazione di Antonio Pinelli in uscita il 9 febbraio
(234 pp., Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2010, e 21,00)

di Salvatore Settis , da Il Giornale dell'Arte numero 295, febbraio 2010


  • Lastra tombale di Matteo Costanzo, Castelfranco Veneto. Duomo di Santa Maria Assunta e San Liberale, cappella Costanzo

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