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Arte medievale

La scimmia della natura a Chiaravalle

Una tappa definitiva nella questione degli artisti «foresti» in Lombardia e nel recupero di Stefano fiorentino

La copertina del volume «Un poema cistercense»

Un libro straordinario per abbondanza di informazioni tecniche e di riflessioni scientifiche, un apporto determinante alla conoscenza di uno dei monumenti lombardi più importanti di tutto il Medioevo, e una tappa per certi versi definitiva nella questione-cardine del Trecento in Italia settentrionale: quella della presenza di artisti non locali, toscani in questo caso, in Lombardia, e, tra essi, la personalità di Stefano. È quanto offre il volume di cui parliamo, realizzato da Electa in collaborazione con Intesa Sanpaolo: illustrato da bellissime fotografie, si divide in due parti, nella prima un saggio di Mina Gregori ricostruisce il profilo di Stefano, nella seconda Sandrina Bandera con i restauratori guida il lettore all’interno della pittura di Chiaravalle.
È difficile in questo libro dissociare l’aspetto tecnico da quello critico e storico-artistico: finalmente, anzi, nelle pagine di Sandrina Bandera e dei restauratori la tecnica non è più un arido elenco di pigmenti e di stratigrafie, ma è strumento di comprensione profonda della materia, indivisibile e anzi identica alla nozione di stile, di uno dei pittori più importanti del Trecento italiano. Il dominio magistrale della tecnica a fresco è qualità giottesca, che il maestro deve aver trasmesso ai suoi allievi: guardando le pagine del libro, o, ricordando le visite degli affreschi sui ponteggi, si comprende perché Vasari dica che Stefano avesse diciamo superato, o almeno straordinariamente sviluppato gli insegnamenti del suo maestro: aggiungendovi, sembra a noi, la conoscenza delle elaborazioni da «oreficeria su muro» che i senesi, Simone Martini soprattutto, erano già stati capaci di realizzare e che costituisce comunque, secondo quanto scrive Galvano Fiamma, una specifica preferenza milanese e lombarda.
Lo sguardo sugli affreschi restaurati, e la lettura del libro, dunque l’occhio aiutato da quella sorta di archeologia mentale che è strumento indispensabile di conoscenza, restituiscono l’immagine dello spazio del tiburio di Chiaravalle, sormontato dai registri di santi affrescati dal bellissimo Primo Maestro; che Stefano poi concepì come un continuum colmato da una serie acrobatica di invenzioni, figure che escono dalle trombe o che vi entrano, spessori di muro che entrano in dialogo con spazi finti, una sfida ottica e fantastica sorretta da una capacità tecnica inaudita. Sulla scorta di questo libro, ora possiamo capire che allo spettatore appariva tra gli angeli la mandorla con il Cristo e la Vergine, come un medaglione di metallo prezioso, dorato e punzonato, un grosso gioiello incastonato fra colori lievi, veli rosei e azzurri che coprono corpi monumentali e volti dall’incarnato pallido e dal disegno supremamente sicuro; i riflessi dei metalli e degli ori giocavano con la percezione degli spazi e dei colori con effetti di suggestione a mia conoscenza finora non esperiti. Di fronte, la «casa» della Vergine Annunciata è altrettanto audace, scorciata a cassettoni e montata su un basamento ad archetti come un retablo d’altare tridimensionale; anche nei brani e nelle pareti palesemente realizzati dagli aiuti, e nonostante pentimenti e aggiustature da parte dei pittori che forse erano rimasti a lavorare dopo la partenza di Stefano, l’idea originaria, quella di una sbalorditiva concezione spaziale e pittorica, arriva fino all’occhio e alla mente dell’osservatore di oggi.
Mina Gregori, nel saggio che apre il volume, taglia la testa al toro su molte delle questioni critiche che da decenni agitano la discussione sul Trecento lombardo e i suoi rapporti con la Toscana; la sua ricostruzione, sostenuta da una lettura amplissima delle fonti, la vicenda aperta negli anni Settanta da Bruno Zanardi che aveva rimesso in ordine il pasticcio Stefano/Puccio Capanna, continuata e arricchita dagli interventi di Carlo Volpe e di molti altri studiosi, giunge definitivamente a restituire una parte della personalità di Stefano, la scimmia della natura, colui che Vasari ritiene aver superato Giotto per la capacità di fingere le architetture, dunque lo spazio, e le pieghe, dunque i corpi, i movimenti, la natura.
La cronologia che la Gregori propone sembra, a me, difficilmente oppugnabile: alla fine degli anni Trenta, la perduta Assunta pisana; all’inizio dei Quaranta, la Lombardia.
Resta un po’ in ombra forse, di fronte allo splendore del recupero di Stefano, la qualità anche molto alta del Primo Maestro, e forse anche la definizione esatta della sua cronologia chiaravallese: forse un po’ prima della fine degli anni Trenta, un programma interrotto probabilmente per le vicende interne del convento, e poi ripreso in un modo che adesso ci appare davvero rivoluzionario.

© Riproduzione riservata

Un poema cistercense. Affreschi giotteschi a Chiaravalle Milanese, a cura di Sandrina Bandera, fotografie di Antonio Quattrone, 304 pp., ill. colore, Electa, Milano 2010, e  120,00

Serena Romano, da Il Giornale dell'Arte numero 299, giugno 2010


  • Una delle figure di santi che decorano il tamburo della cupola dell’Abbazia di Chiaravalle, opera del cosiddetto Primo Maestro di Chiaravalle, anni Trenta del XIV secolo
  • Un particolare degli affreschi della parete est del tiburio, con la Glorificazione della Vergine, di Stefano fiorentino, metà del XIV secolo

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