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Il caso Getty: parla l’imputata salvata fuori tempo massimo

«È stato un processo politico»

Marion True ripercorre i 5 anni e le 43 udienze del processo: «Si è voluto condannare il collezionismo di antichità e terrorizzare i musei, specialmente statunitensi. Nessuno in Europa o Asia ha subito simili pressioni, anche se espongono oggetti che io stessa mi ero rifiutata di proporre al Getty»

A Sibari, nell’autunno 1996: da sinistra, John Papadopoulos, oggi professore di Archeologia alla University of California di Los Angeles; Pietro Giovanni Guzzo, già soprintendente di Pompei; una giovane collega di Berna; Fredericke van der Weelen, professore all’Istituto archeologico di Berna; Marion True e Silvana Lupino, direttore del Mueo archeologico di Sibari

Londra. Nel giugno 2010 «Il Giornale dell’Arte» annunciava la brusca interruzione, dopo cinque anni, del processo in corso a Roma contro di me, essendo decorsi i termini per tutti i reati dei quali lo Stato italiano mi accusava (cfr. n. 299, giu. ’10, p. 10). Il tribunale ne ha ufficialmente decretato la fine il 13 ottobre, in un’udienza durata 12 minuti (cfr. n. 303, nov. ’10, p. 6). Così, questo procedimento lungo ben cinque anni è terminato senza una sentenza, né di condanna né di assoluzione, una realtà dura da accettare, date le diffamanti accuse che mi erano state mosse. Per tutto questo tempo, i miei avvocati mi hanno consigliato di non rilasciare dichiarazioni, per non rischiare di compromettere la mia difesa.
Ciò che l’articolo non spiegava è il fatto che il pubblico ministero, ben consapevole dei termini di decorrenza, ha impiegato i trascorsi cinque anni unicamente per la presentazione della sua tesi accusatoria, con una serie infinita di proroghe e rinvii.
In questi sessanta mesi ci sono state 43 udienze, lunghe in genere dalle due alle quattro ore ciascuna, compreso il tempo per la traduzione. Sono stati presentati diciannove testimoni, per lo più ufficiali dei Carabinieri e giornalisti. La sola Daniela Rizzo, un’archeologa del Ministero, ha richiesto ben 14 udienze. Nelle sue deposizioni ha fornito interminabili dettagli su vasi e frammenti conservati al Getty Museum, avanzato rivendicazioni infondate sulle valutazioni di mercato (ammettendo lei stessa di non avere esperienza al riguardo) e accusato studiosi di ben nota reputazione, quali lo scomparso Sir John Beazley e Arthur Dale Trendall, di collaborazione in commerci clandestini. Per tutto questo tempo, i miei avvocati hanno soltanto potuto controinterrogare i testimoni dell’accusa, ma non esporre la mia tesi difensiva. In Italia non si ha diritto a un processo veloce, e si è presunti colpevoli fino a che non si viene dimostrati innocenti. Avrei potuto scegliere di rinunciare alla legge sulla prescrizione e andare avanti per qualche altro anno, ma con quali prospettive? Questo processo, mosso da ragioni politiche, ha raggiunto i suoi obiettivi ormai da tempo. Ha prodotto titoli cubitali con accuse prive di fondamento che hanno distrutto la mia reputazione e la mia carriera, esercitando un’azione intimidatoria su altri musei americani così da indurli senza discutere a restituire oggetti contesi. A un certo punto i media hanno perso interesse nel caso, e pressoché tutti hanno pensato che il processo si fosse concluso con la restituzione di alcuni oggetti da parte del Getty nel 2007. Come Hugh Eakin ha scritto su «The New Yorker» nel 2010, il pm Paolo Ferri gli aveva riferito, nel 2007, di «confidare in una conclusione rapida» e: «Non c’è ragione di proseguire in questa campagna diffamatoria contro Marion True». Persino il giudice, Gustavo Barbalinardo, aveva espresso la sua impazienza, affermando, nel 2009, di sperare che il processo potesse terminare prima del suo pensionamento.
Il dibattimento ha costituito solo una metà del tempo durante il quale sono stata sottoposta a indagini per attività criminali. Già il primo settembre 2000, infatti, alcuni ufficiali dei carabinieri contattarono l’ufficio del pubblico ministero di Los Angeles richiedendone la collaborazione. Mi sospettavano di ricettazione di reperti illegalmente acquisiti, di traffico illecito e di associazione a delinquere. Inizialmente il pm americano pensò che dovesse trattarsi di un errore, poiché sapeva che il Getty, e io in particolare, ci eravamo impegnati a modificare la prassi di acquisizione delle antichità. Invece non c’era alcun errore, e fu così che prese avvio un decennio di interrogatori, deposizioni, fughe di notizie orchestrate ad arte, udienze preliminari e infinite comparizioni in giudizio.
Che cosa ha indotto l’Italia ad assumere una posizione tanto aggressiva verso un singolo individuo fra tutte le istituzioni museali? In veste di dipendente del Getty Museum per ventitrè anni, avevo trascorso molto di quel tempo a lavorare con colleghi italiani del Ministero per i Beni culturali (in particolare Mario Serio, ex direttore generale; Adriano La Regina, ex soprintendente con competenze su Roma antica; Pier Giovanni Guzzo, già soprintendente di Pompei ed Ercolano) nell’intento di mettere a punto nuove prassi per istituire collezioni destinate al Getty, al di là degli acquisti di mercato. Insieme a Jerry Podany, responsabile della conservazione delle antichità presso il Getty, mi ero spesso recata in Italia per promuovere il prestito di reperti. In cambio noi offrivamo consulenza e assistenza sulla conservazione, unitamente alla pubblicazione e all’esposizione dei pezzi prestati. E, a partire dal 1987, su richiesta del presidente del Getty Harold Williams, ho collaborato con un collegio legale allo scopo di elaborare una politica di acquisizione per le antichità che prevedeva la notifica diretta ai Ministeri dei paesi mediterranei quando venivano proposti degli acquisti, richiedendo loro tutte le informazioni o eventuali obiezioni in merito alle acquisizioni in corso di valutazione. Secondo questa politica, i Ministeri avrebbero anche avuto immediata notifica dei pezzi acquisiti e, cosa fondamentale, ottenuto la restituzione di qualunque oggetto di cui si fosse dimostrata una provenienza illecita per quanto concernesse lo scavo o la vendita. All’epoca si trattava delle misure più rigorose fra quelle adottate da tutti i maggiori musei statunitensi, ulteriormente irrigidite nel 1995, con la richiesta che qualunque oggetto proposto per l’acquisizione dovesse risultare già pubblicato, quindi noto al mondo della ricerca, prima del 1995.
Al di là della retorica, da lungo tempo il Getty stava dimostrando la propria volontà di cooperare al rimpatrio di reperti. Fra il 1990 e il 2005, su mio incitamento, il Getty Trust ha restituito un numero notevole di pezzi importarti che il museo aveva scoperto essere stati illegalmente fatti uscire dall’Italia. Alcuni erano stati restituiti prima del 2000, l’anno in cui partirono le accuse contro di me. Un altro consistente rientro di oggetti era avvenuto nell’ambito del progetto di Francavilla Marittima, una ricerca messa a punto dal mio Dipartimento in collaborazione con il Ministero italiano della Cultura, il Museo archeologico della Sibaritide, l’Istituto Archeologico di Berna e l’Università di Groningen, in Olanda. Centinaia di frammenti, illecitamente estratti dal sito alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, erano confluiti nel Getty e nell’Istituto Archeologico di Berna. Quando il lavoro è giunto al termine, il Getty, a sue spese, ha fatto sì che tutti i pezzi presenti a Berna e a Los Angeles venissero imballati e rispediti in Italia.
Dati questi precedenti storici di cooperazione, è difficile comprendere perché il governo italiano abbia voluto avviare un processo internazionale anziché chiedere il rientro di reperti oggetto di disputa. Alcune osservazioni fattemi da ufficiali dei carabinieri lasciano pensare che il motivo fosse il recupero di una grande statua cultuale, la cosiddetta «Venere di Morgantina». In origine, questa statua non rientrava nelle accuse sporte contro di me e nemmeno aveva alcuna connessione con i miei coimputati nel processo, Robert Hecht e Giacomo Medici. Fu improvvisamente tirata in ballo da Paolo Ferri nel novembre del 2004 e quindi comparve sull’elenco degli oggetti contesi quando, nel 2005, il mio caso approdò in tribunale. E benché l’Italia non ne avesse mai formalmente richiesto il rientro, la statua ha poi assunto un ruolo importante nei negoziati in merito agli oggetti in discussione fra il Getty Museum e lo Stato italiano, separatamente dal procedimento contro di me.
Secondo le forze dell’ordine e la procura italiane, le loro motivazioni vanno ritrovate negli archivi di Medici, sequestrati nel 1995 a Ginevra. Medici aveva conservato fotografie di pezzi presenti in musei e collezioni private di tutto il mondo. Queste immagini, alcune delle quali mostravano sculture appena scavate, con superfici di vasi e frammenti ancora incrostati di terra, erano ignote, fino a che alcune di esse non furono pubblicate sul sito web dei Carabinieri, nel 1999. Io le vidi quasi tutte per la prima volta quando fui interrogata da Ferri e dai suoi collaboratori al Getty nel 2001, e dissi immediatamente che dimostravano il fatto che determinati oggetti fossero stati illecitamente portati fuori dall’Italia e dovessero esservi fatti tornare. Il Getty Museum aveva acquistato alcuni pezzi da Medici nel 1984 e nel 1985, prima che io diventassi curatrice, ma al di là di questo aveva avuto contatti limitati con il mercante, tranne l’aver ricevuto una falsa testa di kouros nel 1992. Il pubblico ministero aveva trovato tre lettere scambiate fra Medici e la sottoscritta, scritte nell’arco di dieci anni, concernenti oggetti già nella collezione o mai proposti. Gli oggetti delle fotografie mostratemi da Ferri erano stati acquistati da altri mercanti o collezionisti.
A questo punto, non sarebbe stato più semplice per le autorità italiane rivolgersi al Getty con le fotografie degli archivi di Medici dicendo: «Abbiamo le prove che alcuni oggetti acquisiti dalla vostra istituzione provengono da scavi illegali e vorremmo che ce li restituiste»? Non solo la nostra politica dichiara che siamo disposti a restituire qualunque oggetto rubato, ma l’avevamo anche messa in pratica numerose volte. Invece hanno scelto di avviare un procedimento giudiziario.
Per quanto concerne le accuse che mi sono state mosse personalmente, quand’è che sarei stata in possesso di pezzi sottratti illegalmente? Non ho mai avuto alcuno degli oggetti presentati come prove contro di me, per non dire di nessun’altra antichità di valore, né avevo mai visto prima le fotografie di Medici. Di fatto, io avevo proposto per l’acquisto soltanto 16 degli oggetti presenti sull’elenco allegato alla mia incriminazione, gli altri 24 erano stati proposti da miei predecessori oppure mai proposti. Tutti i pezzi acquisiti furono approvati dal consiglio di amministrazione del museo, dopo essere passati al vaglio del direttore, del co-direttore e curatore capo, e del consiglio ristretto (dopo il 1986), nonché dal presidente della fondazione. Traffico di beni archeologici rubati? Personalmente non ho mai comprato né venduto alcun oggetto antico, e nessuna delle prove presentate lascia supporre che l’abbia fatto.
Infine, sono stata anche accusata di associazione a delinquere, per aver colluso con i miei due co-imputati, i mercanti di antichità Hecht e Medici, oltre che con un numero imprecisato di «complici non incriminati», tra cui altri commercianti e collezionisti di antichità, per aver sottratto illegalmente all’Italia opere d’arte antiche e averle acquistate o vendute. Medici è un mercante di Ginevra che aveva venduto alcuni pezzi importanti al Getty Museum, ai miei predecessori, negli anni 1983-85, tra i quali una bella idria ceretana in prestito al British Museum per quasi cinquant’anni e venduta all’asta da Christie’s a Londra nel 1982. Aveva anche donato al museo una falsa testa di kouros, a scopo di studio, nel 1992. Hecht era molto noto ai musei americani ed europei come esperto di vasi e monete antiche, oltre che come uno dei maggiori mercanti di opere d’arte antiche. Sono stati esaminati tutti i contatti da me avuti con entrambi i mercanti, ma nulla in essi indica che vi sia stato altro all’infuori di corrette relazioni professionali. Se fossi stata implicata in una qualunque forma di collusione, perché avrei rifiutato, come falsi, oggetti offerti da questi supposti complici, quali la (autentica) pelike del Pittore di Kleophrades, già al Princeton Museum e ora restituita all’Italia, o respinto come «inaccettabile» la camera di pitture murali romane, ora ritornata in Italia dalla Svizzera? Questi sono alcuni dei molti pezzi presenti sul mercato dell’arte che ho scelto di non proporre per l’acquisto.
Ferri ha anche addotto il fatto che i miei rapporti con i collezionisti di New York Lawrence e Barbara Fleischman rappresentassero un accordo fraudolento per acquisire oggetti che io volevo per il Getty Museum. Lawrence e sua moglie Barbara erano collezionisti di antichità da lunga data e miei cari amici (Lawrence è scomparso nel 1997, tre anni prima dell’inizio delle indagini italiane, e Barbara, benché interrogata, non è fortunatamente mai stata accusata). Tra di noi parlavamo spesso di oggetti che consideravamo entusiasmanti. Ma quale bisogno avrei avuto di colludere con loro per acquistare oggetti per il museo dagli stessi mercanti con cui ero già in contatto? Anzi, si può dire che sul mercato fossimo concorrenti. I Fleischman hanno creato una bella collezione con intelligenza e passione, ma non certo a beneficio del Getty.
Purtroppo, in Italia, nelle imputazioni del tribunale, o nei resoconti che ne fanno i media, i fatti contano poco. L’intento era quello di usare il dibattimento contro di me per condannare pubblicamente il collezionismo di antichità e per terrorizzare musei e collezionisti, specialmente statunitensi. Non è un caso che nessun museo europeo o asiatico abbia subito pressioni analoghe, anche se in molti di essi vi sono oggetti acquistati di recente, pezzi che mi erano stati offerti per il Getty ma che io mi ero rifiutata di proporre.
La strategia si è rivelata estremamente efficace. I musei americani hanno scelto non già di unire le proprie forze per sfidare la presa di posizione italiana, bensì hanno imboccato in silenzio ciascuno la propria via, con direttori in viaggio verso l’Italia a stringere accordi privati per la restituzione di pezzi, nella speranza di blandire così il pubblico ministero. Si respirava in qualche modo un senso di sollievo per essere ormai io l’unico bersaglio dei tribunali italiani. Tuttavia, sembra che non sarò la sola vittima. Sei mesi fa, il «New York Times» annunciava che un secondo curatore americano, Michael Padgett del Princeton University Art Museum, è indagato insieme a un altro gruppo di mercanti, con accuse molto simili a quelle sollevate contro di me. E questo malgrado la manifesta disponibilità del Princeton a collaborare con l’Italia per la restituzione di oggetti contesi.
Quando questo articolo uscirà, la «Venere di Morgantina» (cfr. lo scorso numero, p. 20, Ndr) sarà già tornata in Italia (anche se l’autore degli scavi di Morgantina, Malcolm Bell, ha confutato l’asserzione che la statua provenga da questo sito). Sarà esposta su una base isolante che la proteggerà dai terremoti, progettata e fornita dal Getty. Probabilmente, il clamore generato dal processo le porterà per qualche tempo molti visitatori, ma è ben difficile che il loro numero anche solo si avvicini a quello che si registrava alla Getty Villa di Malibu, presso Los Angeles, dove la scultura è stata finora esposta. L’ultima volta che l’ho vista, la kylix di Eufronio-Onesimos era in mostra non a Cerveteri ma a Villa Giulia, a Roma, un trofeo esibito insieme a migliaia di altri vasi greci.
Ma quanto è costato allo stato italiano il rientro di questi oggetti e di altri? Soltanto la spesa sostenuta per la mia difesa avrebbe consentito di pagare anni di programmi conservativi ed educativi in musei e siti di scavo italiani, per non parlare dei costi del procedimento. Allo stesso tempo, le recenti notizie dei crolli avvenuti a Pompei e a Roma (la Domus Aurea di Nerone e il Colosseo) hanno per l’ennesima volta generato scalpore per la mancanza di fondi destinati dal governo italiano alla sicurezza, alla conservazione e alla protezione dei beni. Se le indagini contro il Princeton andranno avanti, forse i musei americani stavolta faranno fronte comune e non cederanno alle intimidazioni. Le loro collezioni di antichità sono state assemblate con cura lungo più di un secolo e rappresentano risorse educative importanti, in un paese che considera i prodotti della Grecia e della Roma antiche come elementi fondamentali della propria cultura. Certamente, i metodi del collezionismo, negli Stati Uniti come altrove, in questo arco di tempo si sono modificati, così come le leggi e le convenzioni a protezione del patrimonio culturale. Ma i negoziati e le collaborazioni per anni promossi da me e da molti altri con colleghi italiani sono, nel lungo termine, di gran lunga più produttivi di contenziosi giuridici senza fine, distruttivi e dispendiosi.

© Riproduzione riservata

di Marion True, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


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