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Marion True: macché assoluzione, giudici troppo lenti

Roma. Prosciolta, ma non assolta: sull’ex curator del Getty Museum Marion True restano profonde ombre. Solo il tempo trascorso impedisce ai giudici italiani di condurre in porto il processo contro lei (cfr. n. 303, nov. ’10, p. 6). La VI sezione del Tribunale di Roma, presieduta da Gustavo Barbalinardo, ha depositato la sentenza scritta dal giudice Aurora Cantilòlo che, a cinque anni dall’inizio e su richiesta della difesa (Franco e Francesca Coppi di Roma, Francesco Isolabella di Milano) conclude il dibattimento. Afferma: «Non è possibile procedere all’assoluzione per nessuno dei reati contestati», cioè la ricettazione aggravata e l’associazione a delinquere con diversi mercanti, tra cui Robert Hecht, Giacomo Medici, Gianfranco Becchina, Robin Symes e altri. Nessuna assoluzione: «Le acquisizioni probatorie non consentono una constatazione di tal tipo, nemmeno per il delitto di associazione a delinquere»; dagli «atti e testimonianze, emergono gravi indizi sull’esistenza di un’articolata organizzazione a livello transnazionale, dedita alla ricettazione e al traffico internazionale di opere d’arte provento di furto o scavo clandestino, esportate in modo clandestino e destinate in molti casi all’acquisto da parte dei più prestigiosi musei del mondo». Poi: «è certo che molti reperti archeologici di comprovata provenienza da scavi clandestini» sono stati acquistati dal Getty «anche negli anni in cui la True ne era curatrice»; «documenti e testimonianze evidenziano intensi rapporti» tra lei e vari trafficanti, «in particolare Medici e Becchina» di cui in Svizzera, nel 1995 e 2001, sono stati trovati depositi con migliaia di pezzi, spesso appena scavati e ancora da restaurare, migliaia d’immagini di oggetti sovente ancora in frantumi, e imponenti materiali d’archivio. I giudici riconoscono il ruolo di True nel rimpatrio di «numerosi reperti di scavo clandestino in Italia, alcuni d’inestimabile valore storico-culturale», e poi fanno i conti, sulla base delle riforme introdotte dal governo Berlusconi. Sette anni e mezzo il limite per l’associazione, contestata fino al 2002; dieci per la ricettazione, ultimo episodio l’acquisto della collezione Fleishman, nel 1996: termini spirati rispettivamente il 28 maggio 2010 e nel 2007. Da qui (e solo da qui), l’inevitabile proscioglimento. Le motivazioni, però, non la non assolvono: anzi, tutt’altro. Come valuta la sentenza Paolo Ferri, il magistrato che ha portato True al processo ed è ora consulente al Mibac per queste vicende? «La condanna di Medici e queste parole dei giudici confermano la validità dell’impianto accusatorio, anche per l’associazione a delinquere. La Corte non poteva dire di più: sta ancora processando Hecht, non può anticipare il giudizio».
Perché, allora, il processo è durato così a lungo, e perché è finito proprio ora?
La difesa l’ha troncato quando iniziava a esporre le prove a suo vantaggio, ed è singolare; avrebbe potuto rinunciare alla prescrizione o anche attendere di sviluppare le tesi difensive prima di chiedere l’assoluzione e, in subordine, la prescrizione. I processi durano invece a lungo, perché i magistrati sono oberati di lavoro, e a Roma l’organizzazione non prevede di concentrare le udienze».
Ferri non conferma i tatticismi dell’accusa, almeno fino alle restituzioni da parte dei musei americani, come se convenisse «tenerli sulla corda» con un dibattimento in corso; però dice che «dopo il documento confessorio, in cui True affermava che l’intero board era consapevole degli acquisti, abbiamo rallentato il ritmo, perché accusa e difesa discutevano di un possibile accordo; se magari rinunciare a vari testi, abbreviando così il processo». Ma perché proprio True, e soltanto lei? «Su di lei avevo le prove più complete; il Getty comprava in misura maggiore, e senza nemmeno guardare troppo per il sottile; ed era un museo di formazione relativamente recente: creato proprio negli anni in cui lo scavo diventa industria. In più, a carico della curator possedevo documenti fondamentali, come le lettere con altri indiziati».
Qualcuno potrebbe parlare di un processo politico.
Io ho soltanto rispettato l’obbligo dell’azione penale del pm, e la cura di interessi nazionali e sovranazionali; altri processi sono in corso, e se fossi rimasto in carriera, io stesso ne avrei condotti ancora.
Però nessuna condanna. Dipende dalla nostra giustizia?
In Italia è più facile essere arrestati per il furto di un paio di jeans che per lo scavo di un vaso antico. A inchiesta iniziata, poi, è stata approvata la legge Cirielli che ha ridotto i tempi di prescrizione da 22 anni e mezzo a 10. In certi paesi, questi reati sono permanenti, e dopo le nostre inchieste, molti stati hanno rafforzato le norme e le sanzioni. Non l’Italia. Il nostro non era un processo per episodi circoscritti, ma contro un fenomeno inedito anche per i giudici, che abbraccia 40 anni di saccheggi in Italia. Per le persone con la toga, i tecnicismi dell’archeologia non sono semplici da capire. Sono state necessarie 43 udienze in cinque anni, con 18 testimoni. Ho convocato invano Medici, mentre non ho potuto interrogare la True, perché la sua difesa ha voluto chiudere il processo anzitempo.
© Riproduzione riservata

Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


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