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Tutto iniziò negli anni Settanta, quando il Met...

«I “predatori” sono ancora tra noi, attivi nonostante la legge di Lord Renfrew»

Bronzo etrusco di atleta, già nell’archivio Symes

Roma. Un caso delicato turba il mercato d’arte internazionale delle antichità e toglie il sonno a qualche importante museo: quello delle fotografie sequestrate a Giacomo Medici e Gianfranco Becchina. La faccenda è nota: nel 1995, durante le indagini sui «predatori dell’arte perduta» (la «Grande razzia» che ha privato l’Italia di almeno un milione di antichità scavate in modo illegale dal 1970 e spesso contrabbandate all’estero), gli investigatori e i Carabinieri italiani scoprono un deposito di Medici a Ginevra (240 mq nel porto franco assicurati per due milioni di dollari); e nel 2001, tre magazzini di Basilea riferiti a Becchina e alla società Palladion rilevata da Karl Haugh, anch’egli mercante. Vi trovano migliaia di reperti, sequestrati e oggi tornati in Italia; ma anche migliaia di documenti e fotografie. Molte sono polaroid di oggetti prima del restauro, spesso appena estratti dal terreno: in mancanza dei diari di scavo, costituiscono la garanzia di autenticità del «pezzo». In molti casi, ne accompagnano il tragitto: dal «tombarolo» al mercante, all’acquirente. Scrive il giudice Guglielmo Muntoni nella sentenza di primo grado contro Medici, il 13 dicembre 2004: «Foto che provano l’autenticità, forniscono una prima idea del reperto e ne consentono l’offerta a terzi acquirenti spregiudicati. Colpisce che tra le migliaia e migliaia di foto di reperti e frammenti siano praticamente assenti quelle di oggetti non italiani. Evidentemente Medici ha voluto documentare solo la sua attività di mercante di beni archeologici dall’Italia». E inoltre: «L’archivio fotografico conservato con tanta cura da Medici fornisce prova documentale e obiettiva della gran parte dei fatti di ricettazione contestati, evidenziando come in Svizzera i reperti siano giunti freschi di scavo compiuti in Italia e come egli ne abbia curato il restauro per poi offrirli in vendita ovvero custodirli al porto franco o presso terzi in attesa di un acquirente». E, infine: «che Medici avesse una rete di rapporti, diretti e indiretti, con tombaroli operativi in Italia è documentato dalle foto di vasi appena scavati fotografati in un’abitazione di Santa Marinella a lui in uso. (...) Molti reperti sono inoltre ritratti nel momento in cui vengono ricevuti da Medici ancora avvolti in giornali italiani». Bene: Medici è stato condannato a 8 anni in secondo grado (e il processo in Cassazione è ora aggiornato, in attesa di un verdetto della Corte Costituzionale) e l’udienza preliminare contro Becchina è in corso; ma nessuno dei due è stato condannato per quelle immagini. Che cosa esse siano e rappresentino è evidente; ma, dal punto di vista penale, non significano molto. Il portfolio di Medici è stato pubblicato, e per qualche tempo era possibile consultarlo, sul sito del Comando Carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale; anche quello di Becchina è pubblico: già da tre anni allegato al processo di Roma contro Marion True (nel frattempo prosciolta) e Robert Hecht. Quindi, chi intenda riscontrare se un oggetto è nelle immagini sequestrate ai due «trafficanti», può farlo (anche se non è tenuto). Così, 15 anni dopo che sono state scoperte le fotografie Medici,  continuano a essere venduti tanti oggetti ritratti, prima del restauro, nelle immagini che egli conservava, e si presume siano passati per le sue mani (si può solo presumerlo, anche se in vari casi non manca il riscontro: dal cratere di Eufronio alla kylix frammentaria di Eufronio e Onesimo tornata al museo di Villa Giulia). Qualcosa di analogo accade per Becchina. Paolo Ferri che, smessa la toga, è ora consulente del Mibac su queste faccende (cfr. n. 299, giu. ’10, p. 58), dice: «Si dovrà trovare come pubblicare e diffondere al massimo tutte queste immagini. Il punto, però, è un altro: le case d’asta, ad esempio, si sono date un codice deontologico per verificare se l’opera è rubata, o frutto di scavo illecito: sicuri che facciano davvero tutto il possibile? In più di un caso, ne dubito. E poi, perché non applicare la “legge Renfrew”?». Di questa legge parleremo; e delle case d’asta discuteranno in primavera due forum, organizzati dall’Unodc (l’istituzione Onu che combatte la droga e il crimine) e dall’Unesco, che a marzo celebrerà a Parigi i 40 anni dalla propria Convenzione, ormai ratificata da 120 paesi.
Intanto, per limitarci a tempi recenti, ci sono stati gli episodi di Madrid, di Bonhams a Londra, di Christie’s a New York e, recentissimi, sei pezzi già di Symes, il mercante londinese che era il più importante di tutti ed è frattanto fallito, messi all’asta da Sotheby’s e Christie’s a New York. Nella capitale spagnola, il Museo nazionale archeologico ha acquistato per 12 milioni di euro nel 1999 una collezione di 187 oggetti (cfr. n. 300, lu.-ago. ’10, p. 26), 25 dei quali, secondo gli archeologi italiani Daniela Rizzo e Maurizio Pellegrini, eternati, in disordine, negli archivi di Medici e Becchina. Bonhams, poi, ha messo in asta a Londra altre due antichità già nel portfolio Medici, e non le ha ritirate dopo le segnalazioni ricevute e le proteste del nostro Ministero. A giugno, altri tre pezzi già nelle immagini Medici sono passati in asta da Christie’s a New York. Ora, due docenti che insegnano in Gran Bretagna, Christos Tsirogiannis (ricercatore a Cambridge e già archeologo al Ministero della Cultura greco) e David Gill (lettore di Archeologia mediterranea all’ateneo di Swansea), hanno scoperto altro, nei cataloghi di Jerome M. Eisenberg, uno dei maggiori commercianti di antichità. È lui stesso a vantarsi di aver venduto «almeno 600 oggetti negli ultimi 50 anni ai più grandi musei». Nel 1942 ha creato le Royal-Athena Galleries con sedi a New York e Londra. Di almeno 16 oggetti, 11 compaiono già tra le foto di Medici, 2 tra quelle di Becchina (una riferita a un altro celebre mercante internazionale, Mario Bruno che non c’è più, già sodale e socio di Medici) e 3 nell’archivio sequestrato sull’isola greca di Schinoussa, su cui una mega-villa era di Robin Symes, il mercante già proprietario, secondo la giustizia inglese, di 28 depositi di arte tra Londra, New York e la Svizzera: 17 mila oggetti, un terzo scavati illegalmente in Italia, e valutati 125 milioni di sterline (160 milioni di euro). Negli archivi sequestrati in quest’isoletta greca delle Piccole Cicladi c’erano, per esempio, anche le immagini di tre busti funerari in pietra d’epoca romana, che Bonhams ad aprile ha ritirato da un’asta, così come di una bella statua acefala del I secolo, di cui Medici aveva una polaroid, e di una corona d’oro frattanto restituita dal Getty alla Grecia. Tre dei 16 pezzi identificati nei cataloghi della Royal-Athena sono stati frattanto venduti (si ignora a quale prezzo), mentre per altri tre la Royal-Athena rilascia soltanto stime a richiesta; ma i 12 i cui costi sono indicati in catalogo valgono 370 milioni di euro. E tra le «carte» di Becchina non manca nemmeno la ricevuta per il restauro commissionato a Sandro Cimicchi, che lavora nella stessa città ed è uomo di assoluta fiducia di Becchina. Una pisside apula a figure rosse del 340 a.C., una scatola di forma tonda che apparteneva a una misteriosa «collezione inglese» ed è stata acquistata a Londra nel 1990, è apparentemente ritratta invece nel laboratorio di Fritz e Harri Bürki, padre e figlio di Zurigo (Fritz era bidello nell’università dove ha studiato Hecht), perquisiti dalla giustizia italiana che ha loro sequestrato anche altri oggetti: hanno restaurato tra l’altro il cratere di Eufronio con la Morte di Sarpedonte. La pisside apula, la cui foto era tra quelle di Medici, è immortalata proprio accanto a uno degli oggetti finiti al Museo di Madrid.
Nove di questi oggetti erano già passate attraverso la Royal-Athena Galleries tra il 1985 e il 1992; altre due da Sotheby’s, negli anni ’80. Otto appartenevano a Patricia Kluge, una ad Axel Guttmann, nove a non specificate «collezioni inglesi». Patricia è la terza moglie di John Kluge, e due tra gli otto oggetti volontariamente restituiti da Eisenberg all’Italia nel 2007 «prima di essere venduti all’asta da Christie’s nel 2004, erano passati proprio dalla collezione del magnate d’origine tedesca, naturalizzato poi americano», spiega Gill.

Sempre gli stessi
Kluge era un grande imprenditore televisivo: proprietario fino al 1986 della 20th Century Fox (venduta per quattro miliardi di dollari), secondo «Forbes» il più ricco al mondo nel 1987, è morto il 7 settembre 2010 a 86 anni. Una loro tenuta in Virginia di 45 stanze è andata in vendita per 100 milioni di dollari; da un’asta Sotheby’s dei loro beni, a giugno, ne sono stati ricavati 15 (un orologio cinese della dinastia Qing ne ha incassati da solo 3,8). Anche Guttmann non è un nome sconosciuto: gli inquirenti italiani sanno che possiede oggetti esportati illecitamente dall’Italia, e l’avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli ha con lui un contenzioso per un elmetto antico. Insomma, tornano a galla sempre gli stessi nomi. E per quanto riguarda i pezzi, alcune delle polaroid di Medici recano note manoscritte, come «pagata», «venduta luglio ’86» (su quella Guttmann: un’urna villanoviana in forma, guarda caso, proprio d’elmetto), o riferimenti di prezzi; vi sono vasi, bronzetti, e un piccolo Apollo in argento, passato per le mani di Symes e poi venduto a un anonimo newyorkese. C’è anche un vaso singolare del IV secolo, a forma di cervo accovacciato, valutato 18mila dollari; ma un paio di vasi a figure nere ne costano 85mila, oltre a quelli ancora più cari, per i quali non è indicato il prezzo. Tutti oggetti pubblicati dagli anni ’80 in poi, fino allo scorso settembre; soltanto in quel momento queste antichità sono uscite dal buio in cui risposavano da tempo: spesso giustificate con alquanto ellittiche provenienze, se non del tutto indefinite. Queste incertezze, con la sicurezza invece che le immagini dei medesimi oggetti sono state ritrovate nei depositi dei «trafficanti» e dei mercanti, sono davvero inquietanti.
Lo stesso vale per i tre bronzetti ex Symes andati all’asta da Sotheby’s a inizio dicembre: un cinghiale valutato 50mila dollari, un giovane danzatore etrusco (60mila) e due applique anch’esse etrusche (90mila). Provengono dalla favolosa collezione del filantropo Clarence Day, morto a 82 anni nel 2009, ed erano riemersi circa 30 anni fa da Mathias Komor, mercante newyorkese deceduto nel 1984. Day, infatti, s’innamora dell’archeologia negli anni ’70, come dimostrano le fotografie dell’isola greca, in cui la polizia ellenica ha sequestrato nel 2006 il portfolio d’infinite opere di provenienza illegittima passate per le mani di Symes e di Christos Michaelides, allora suo socio, come ha ricostruito sempre Gill. Nella fotografia il giovane danzatore etrusco è ancora sporco della terra di scavo. E altri tre marmi già di Symes, venduti ad altre collezioni a fine anni ’70, di grande valore (due romani, un figura di erma drappeggiata e una Testa di Afrodite, 350 e 250mila dollari), sempre a dicembre sono transitati da Christie’s a New York: nemmeno il passaggio per tanti mercanti e collezionisti riesce a cancellarne, oltre 30 anni dopo, la provenienza di frodo.

Comincia nel 1972
Il problema è uno soltanto: quello delle regole. «Nessun museo deve accogliere oggetti il cui pedigree non sia immacolato precedentemente al 1970, data della Convenzione dell’Unesco: né in dono, né per acquisto; questo principio è già stato accolto, per esempio, dal British Museum, dallo stesso Getty, dall’associazione dei direttori dei musei americani; inoltre, tra i maggiori creditori del fallimento di Symes c’è il governo inglese: trovo immorale che recuperi questi crediti con la cessione di opere di scavo clandestino», spiega Lord Renfrew, già docente di Archeologia a Cambridge. Francesco Bandarin, che sovrintende all’intero settore della Cultura dell’Unesco dopo anni trascorsi a capo della sezione del Patrimonio e dei siti da tutelare, si è già interessato a una sorta di «aggiornamento», 40 anni dopo, della Convenzione stessa: magari una «raccomandazione» ai Paesi membri. Non è meno deciso Ferri: «È difficile capire, 15 anni dopo, come antichità di cui alcuni tra i maggiori mercanti possedevano le immagini prima del restauro, possano essere ancora in circolazione nel mercato». E aggiunge: «Da quando in Italia scavare clandestinamente, da sempre un fatto endemico ma anche limitato, diventa un’autentica industria, nove decimi dei materiali che tornano alla superficie senza un passato cristallino e dimostrabile provengono dai “tombaroli”: sono il frutto di ricerche illegali, cui spesso seguono il contrabbando e la vendita all’estero. La data da cui possiamo far partire questa trasformazione sono proprio gli anni ’70». Assumiamo la Convenzione Unesco come un termine universalmente generalizzabile; ma che con gli scavi di frodo si possano anche guadagnare tanti quattrini, il sistema dei «grandi predatori» (tombaroli, piccoli mediatori di zona, trafficanti su più larga scala, i pochi grandi commercianti internazionali) lo capisce sicuramente nel 1972, quando il Metropolitan spende, per la prima volta, un milione di dollari (di allora) per un reperto, appunto il Cratere di Eufronio. «Da allora, molti dei problemi, evidentemente, non sono stati risolti; ma che questa piaga resti ancora aperta, lo trovo assai poco sopportabile», conclude l’ex magistrato.

© Riproduzione riservata

di Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 305, gennaio 2011


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