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Multisala e indignados

Mentre in tutto il mondo il movimento degli «indignados» sfilava per protestare contro lo strapotere dell’economia e delle banche, il microcosmo dell’arte ragionava sul chi c’è e chi non c’è nell’annuale classifica dei superpotenti pubblicata da «ArtReview». Il primo posto assegnato ad Ai Weiwei è una collocazione strategica a mezza via tra populismo radical chic e verità: in effetti, chi potrebbe dire di no, ora, a un celeberrimo artista e architetto perseguitato da un governo reso ancora più odioso dal fatto che tiene in pugno (per usare un eufemismo) l’economia mondiale, in primis quella Usa? In realtà il dato più reale è quello più scontato: che a detenere il potere nell’arte, soprattutto quella contemporanea, sono i grandi mercanti e i supercollezionisti. Sono le supergallerie (in classifica tanto le multisala come Gagosian, Wirth e Continua, i colossi come Pace o i presunti piccoli come Noero) a controllare le biennali, formidabili macchine del consenso, e, attraverso i comitati di selezione di cui fanno parte, le grandi fiere. Sono giganti che finanziano ai loro artisti la creazione di costose opere e che spesso sono determinanti nella strategia e nei risultati delle vendite in asta. E sono i collezionisti a «controllare», sia pure indirettamente, le gallerie (vedasi il rapporto molto stretto tra Pinault e Perrotin), senza contare le mani in pasta (lo stesso Pinault, oltre ad Arnault) nelle case d’asta o nei consigli di amministrazione dei musei. Quando non siano essi stessi titolari di propri musei (ancora Pinault, Rubell, Prada). Se un’altra importante fetta della torta del potere è in mano agli artisti, nella classifica di «ArtReview» questa riguarda soprattutto le grandi firme della boutique del contemporaneo e, in parte, gli emergenti da pompare sul mercato perché su di loro hanno già investito i supercollezionisti. E i critici, gli antichi maîtres à penser, capaci di dire la loro anche in un sistema da sempre dominato dall’economia? Be’, i Greenberg e i Rosenberg sembrano appartenere alla preistoria. Quelli di oggi (un’esigua minoranza nella classifica di «Art Review») sono più che altro, tranne rarissime eccezioni, curatori, che è cosa diversa. Oppure, quando scrivono, commentano o intervistano, raramente pronosticano, rischiano o, appunto, criticano. Cresce, in questo settore, la categoria dei poetastri di corte, dei corifei da salotto e degli evirati cantori, a volte virtuosi, sempre inutili.
La logica dell’«io caccio i soldi quindi comando» ha dunque ispirato la compilazione dell’attesa classifica. È un paradigma che ha avuto effetti devastanti quando applicato dalla politica nelle sue interferenze nella cultura: i casi del Castello di Rivoli e della disinvolta sostituzione di Paolo Baratta con Giulio Malgara alla presidenza della Biennale di Venezia sono i casi più recenti e più vicini a noi. Una parafrasi nel sistema dell’arte dell’invadenza della banche rispetto all’autodeterminazione delle nazioni (una delle ragioni delle proteste attuali) si ottiene sostituendo le banche con i grandi mercanti e i più potenti acquirenti: è, questa, una inevitabile interferenza che ha una lunghissima storia. Anche l’omologazione al mercato dei  più noti «black bloc» in questo campo, Banksy e gli street artist, è un aspetto che risponde a una normale fisiologia, di cui scandalizzarsi sarebbe ipocrita e puerile e, anzi, dio salvi mercanti e acquirenti. Però mai come negli ultimi 15 anni, in coincidenza con il boom dell’arte contemporanea a tutti i livelli, dal mercato all’alto gradimento di un pubblico sempre più vasto, il loro potere è stato così diramato. Se tuttavia la casta dei banchieri nella macroeconomia genera differenze sociali e precariato , nel mondo dell’arte l’oligarchia dei mercanti e dei loro clienti produce, al contrario, accademia e appiattimento. Il pensiero va ora ad Artissima, dov’è stato annullato un progetto che ironizzava sull’Arte povera e su Germano Celant. Francesco Manacorda, direttore della fiera, ha addotto le sue ragioni e non c’è da dubitare della buona fede di un giovane curatore che forse, nell’occasione, ha solo peccato di ingenuità. Però è innegabile che quanto accaduto suoni male e si presti, purtroppo, ad altre interpretazioni. Che si tratti di un caso di «decommittenza» (cfr. in questo numero la sezione «Documenti») o di censura indotta, è un episodio che, se non indigna, certo preoccupa.

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 314, novembre 2011


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