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Banche, intossicatevi d’arte

Rendete pubblico il vostro patrimonio e destinate ancor più risorse alla conservazione dei nostri beni culturali. Anche i Musei se ne gioverebbero

Una delle sale di Palazzo Anguissola a Milano, nuova sede delle collezioni di Banca Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo

Ci si interroga spesso tra cronaca pubblica e dibattiti privati sul futuro della Grande Brera, il progetto di ampliamento di uno dei musei più importanti d’Italia. Quarant’anni di vane attese. Si cercano i motivi di questo relativo fallimento, incerti se imputarlo all’indifferenza del Ministero che non investe sui propri gioielli o alla disattenzione della città che ha avuto a lungo fastidio per tutto quanto è pubblico o alla girandola dei soprintendenti che non ha offerto continuità al lavoro, ma invece di cercare eventuali colpevoli bisognerebbe innanzitutto considerare il momento storico in cui viviamo e percepire la generale disaffezione verso il modello culturale del Museo così come è stato concepito sin dall’età illuminista: il luogo dove conoscere la memoria storica di una città e di una nazione e l’arte che di questa memoria è il documento fondamentale.
La fortuna degli eventi effimeri sta inesorabilmente erodendo, specie in Italia, l’interesse per il Museo, un contenitore considerato poco dinamico e sorpassato, e così i fondi economici (anche pubblici, e non solo degli sponsor) vengono destinati alle mostre (spesso inutili e pretestuose) e quasi mai indirizzati verso l’amministrazione ordinaria e la necessaria manutenzione di questi delicati e meravigliosi strumenti di educazione e piacere. Basterebbe notare il moltiplicarsi degli inserti a pagamento destinati nei principali quotidiani nazionali a promuovere le esposizioni temporanee, fogli che proprio in questi ultimi mesi hanno assunto una cadenza quasi settimanale, producendo la spiacevole sensazione che la critica militante è finita e i giornali sono ormai destinati a svolgere la funzione di uffici stampa.
Nel mio ricordo due soli inserti tra le centinaia che mi sono passati sotto gli occhi più o meno nell’ultimo anno erano destinati a celebrare eventi non effimeri, vale a dire quello che documentava l’inaugurazione della Galleria Chigi al Quirinale restaurata con lunghe cure grazie alla Fondazione Bracco, e quello promosso da Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo in occasione dell’apertura del Museo delle proprie collezioni dell’Ottocento e del primo Novecento inaugurato ora a Milano in alcuni palazzi di interesse storico di proprietà della banca (cfr. n. 311, lu.-ago. ’11, p. 1). E proprio qui a Milano si percepiva, grazie al sobrio allestimento di Michele De Lucchi che si impone per qualità di discrezione al contrario di quanto non avvenga nel meno felice intervento di Italo Rota per il Museo del Novecento, una dignità e uno sforzo civile che speriamo sia trainante.
Se tutte le banche, invece di riempirsi di titoli tossici, rendessero pubblico il proprio patrimonio e soprattutto destinassero più risorse (oltre a quelle ingenti che già destinano) per la conservazione dei nostri beni culturali, la difesa del Museo e della memoria storica che rappresenta avrebbe sicuri baluardi.
Dispiace infine constatare che nonostante tutte le apparenti prese di distanza del mondo della cultura italiana dal cosiddetto «modello Goldin», neologismo sintattico che sta spesso a indicare una attività espositiva «drogata» dalla comunicazione e dalla voglia di spettacolo fine a se stesso (anche per la ripetitiva girandola di nomi da presentare al pubblico), si assista talvolta a una paradossale emulazione di quel modello criticato anche in ambienti storico-artistici qualificati. In questo senso, la recente mostra «La bella Italia» vista alla Venaria Reale, e trasferita ora a Firenze per celebrare le prime capitali dell’Italia unita, è un pericoloso campanello d’allarme, anche perché sono soldi pubblici quelli spesi per quello spettacolo effimero di una qualità modesta rispetto alle ambizioni e al budget milionario.
© Riproduzione riservata

di Alessandro Morandotti, da Il Giornale dell'Arte numero 315, dicembre 2011


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