Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Mostre

Arcimboldo tra Leonardo e Caravaggio

A Milano, una mostra a Palazzo Reale indaga le radici culturali lombarde dell'artista, che fu anche regista di feste e tornei

Sylvia Ferino (a destra)

Milano. Di Giuseppe Arcimboldo (Milano 1527-93) si rammenta sempre la stagione vissuta alla corte degli Asburgo, prima a Vienna con Massimiliano II, poi a Praga con Rodolfo II. E le mostre che, dopo secoli di ombra, lo hanno riportato alla fama, si sono sinora appuntate solo su questi anni. La rassegna «Arcimboldo. Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio», promossa da Palazzo Reale (che la ospita dal 10 febbraio al 22 maggio) e Skira (catalogo) con Cariparma e curata da Sylvia Ferino del Kunsthistorisches Museum di Vienna con un folto comitato scientifico, sposta invece l’asse su Milano e si interroga sulle radici culturali lombarde di Arcimboldo, non meno che sulle ragioni che indussero sovrani esigenti e sofisticati come gli Asburgo a chiamarlo a corte, colmandolo di onori, fino a nominarlo conte palatino. L’esordio di Arcimboldo si pone nel solco di Leonardo, con il suo gusto per il bizzarro, il caricato, il metamorfico, e sono proprio alcuni disegni grotteschi vinciani ad aprire la mostra. Ma poi?
Dottoressa Ferino, quale fu a suo parere la ragione della chiamata a corte di Arcimboldo?
Questo resta un enigma. Del suo primo periodo milanese i documenti attestano solo opere religiose: le vetrate del Duomo di Milano, con il padre Biagio, il cartone per l’arazzo del Duomo di Como, il gonfalone di Sant’Ambrogio, alcuni affreschi... Opere non certo tali da incuriosire Massimiliano II. Questa domanda attraversa l’intera mostra ma solo le opere più tarde possono offrirci degli indizi. Certo, nel Cinquecento Milano era famosa per la produzione di beni di lusso, ricercati da tutte le corti d’Europa: armature da parata, cristalli, gemme, oggetti preziosi, sui quali la lezione di Leonardo aveva lasciato un’impronta evidente. Nel caso di Arcimboldo è probabile che sia stata l’attività di regista di feste e tornei ad attrarre il sovrano. In un ambito affine, abbiamo in mostra una novità: un suo disegno per una fontana, dal Museo di Innsbruck, finora conosciuto sotto altro nome.
Dopo le due sezioni che delineano lo scenario milanese e quella dedicata ad Arcimboldo a Milano, c’è una novità: i disegni naturalistici.
Li abbiamo presentati per la prima volta nelle mostre di Parigi e Vienna del 2007-2008: con la scoperta delle Americhe si creò una rete internazionale di scienziati attraverso la quale circolavano i disegni delle nuove specie animali e vegetali. La presenza di Arcimboldo in questo ambito è frutto di studi recenti: io stessa ho riconosciuto più disegni di sua mano, sebbene 4 o 5 fossero già stati pubblicati in Italia. Alcuni, utilizzati da Ulisse Aldrovandi, sono in mostra, con le riproduzioni digitali dei volumi che non possono viaggiare.
Tutti però conosciamo Arcimboldo per le sue «Teste composte».
Che traggono alimento proprio da questa conoscenza minuziosa della natura (nella «Primavera» dipinge 80 specie di fiori!). In mostra ne abbiamo parecchie, con un’importante novità attributiva di Francesco Porzio, che gli assegna una serie di «Stagioni» sinora ritenute di bottega, che sarebbero invece le prime, ancora milanesi, di questo nuovo genere da lui inventato partendo dalla pittura bassa delle insegne di osteria e portandola a un livello aulico. Sinora si riteneva che le avesse realizzate solo dopo l’arrivo a Vienna: è una proposta che certo stimolerà il dibattito. Non solo; c’è in mostra la «Testa delle quattro stagioni», da me presentata per la prima volta nella mostra di Vienna, che, appena giunta alla recente mostra Washington, è stata acquistata dalla National Gallery.
Al suo ritorno a Milano, Arcimboldo si preoccupò di tramandare ai posteri la sua fama. Come si mosse?
Tornato a Milano, nel 1587, riunì intorno a sé un cenacolo di intellettuali, dettò le memorie dei suoi anni a corte ai più influenti letterati e storici milanesi del tempo, da Paolo Lomazzo a G.P. Morigia, e suggerì ai poeti composizioni sui suoi celebri dipinti. Non a caso qui c’è l’«Autoritratto» con la testa cartacea, in veste di letterato e poeta. Ma lasciò anche un’importante eredità: qui sono presentati due suoi veri capolavori, le due «Teste reversibili», insieme alle nature morte di Figino e Fede Galizia, artisti le cui botteghe milanesi erano talmente vicine a quella di Caravaggio, che questi non poté non conoscerle.

© Riproduzione riservata

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 306, febbraio 2011


  • Giuseppe Arcimboldo, «Il Fuoco», 1566

Ricerca


GDA novembre 2018

Vernissage novembre 2018

Focus on De Chirico 2018

Vedere a ...
Vedere in Canton Ticino 2018

Vedere in Sardegna 2018

Vedere a Torino 2018

Vedere in Emilia Romagna 2018

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012