Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Documenti


Gli insuperati e contesi violini del Michelangelo degli strumenti ad arco raggiungono quotazioni altissime

Straordinari Stradivari

Opere d’arte non sono soltanto i dipinti, i vasi, le sculture, gli edifici, i mosaici, gli arredi e le oreficerie: anche gli strumenti musicali della leggendaria liuteria italiana del XVII e XVIII secolo. Ora li celebra un libro tedesco di dimensioni strepitose in cui sono riprodotti al naturale violini e violoncelli

Al «Molitor», costruito da Stradivari nel 1697, spetta il record di vendita per uno strumento musicale: è stato infatti venduto a New York il 19 ottobre 2010 in asta da Tarisio per 3,6 milioni di dollari

I nomi di Guarneri del Gesù, Amati, Gasparo da Salò, Guadagnini, Gagliano, Montagnana rivaleggiano, per chi ami l’automobile, con il mitico Bugatti. Ma, soprattutto, quello del cremonese Antonio Stradivari. Il suo violino Molitor del 1697, forse di Napoleone e con il cognome di un suo generale, già nella collezione del Curtis Institute di Filadelfia, e spesso suonato dall’americano Elmar Oliveira, a ottobre ha spuntato la cifra record di 3,6 milioni di dollari a un’asta a New York, poco più, sempre nella Grande Mela, da Christie’s nel 2006, dell’Hammer del 1707, che non trae il nome dalla traduzione di «martello», bensì dal collezionista svedese Christian, nell’Ottocento. Fino ad allora chi desiderava acquistarne uno se l’era cavata con la modica somma, si fa per dire, di 2,5 milioni di dollari, anche se un Guarneri è valutato 18 (cfr. box). Per carità: sempre assai meno dei 106 pagati per un Picasso, o dei 104 per una scultura di Giacometti (due altri primati, nel 2010); ma cifre non da poco. E quella liuteria è sempre stata molto ambita. A Stradivari (non si sa neppure se sia nato nel 1644 o nel 1648, muore nel 1737, di lui non esiste un ritratto certo e poco si conosce della vita privata) si rivolgono Guglielmo II d’Inghilterra e Carlo III di Spagna; ai cremonesi, da Parigi, Carlo IX ordina un’intera orchestra. Lo sapevano perfino Hitler e Lenin: questo li confisca e statalizza; quello fa conservare e restaurare gli strumenti strappati agli ebrei dell’Est Europa per collocarli nel futuro, macabro, e per fortuna irrealizzato, «museo della razza estinta», dopo la guerra, a Praga, dove erano ammassati (vi erano quasi più rastrelliere di violini che scaffali della Torah), schedati da ebrei uccisi a lavoro finito e dopo la scoperta dei loro legami con la resistenza.
Ma torniamo ai nostri liutai: i loro strumenti sono assai rari. Andrea Amati (1505-77) apre una genealogia che il pronipote Girolamo chiude nel 1740. Di Andrea sopravvivono quattro violini uno dei quali appartiene al Comune di Cremona (il violino Carlo IX di Francia 1566), mentre il più antico è all’Ashmolean Museum di Oxford. Al nipote Nicola (1596-1684), maestro di Stradivari, Galileo chiede uno strumento per un congiunto che suona, e si fa aiutare perfino da Claudio Monteverdi, maestro di cappella in San Marco, a Venezia.
Fabbrica, pare, 150 violini Giuseppe Guarneri «del Gesù» (1698-1744), detto così per la sigla «IHS», con croce greca, accanto alla firma, nipote di Andrea (1626-98), capostipite e garzone in casa di Nicola Amati. Suo lo strumento forse più famoso al mondo (in Italia ne restano pochissimi): il mitico Cannone deve il nome alla potenza del suono drammatico; più largo del solito, e costruito un anno prima della morte, è in una cassaforte a Genova, ed è suonato ogni tanto, con gran pompa: con lui, Paganini stupiva le folle d’Europa per il virtuosismo.
Stradivari ne lascia quasi 500, tra cui circa 10 viole e 50 violoncelli. Il violino è lo strumento più nomade (sir Yehudi Menuhin, grande esecutore con il Soil 1714 ora imbracciato da Itzhak Perlman, spiegava così perché i maggiori violinisti fossero ebrei: «Mai visto qualcuno fuggire con un pianoforte sulle spalle?». Non a caso il coevo Stradivari da Vinci 1714, si chiama anche Juif errant). Il loro mercato non ha confini. Nascono senza nome, ma quando passano di mano ne acquistano uno o più: sono certificati di battesimo che ne svelano le qualità particolari o le avventurose vicende. Molti prendono il nome da chi li suona o li possiede. Tra i più famosi, il Cremonese ex Joachim 1715, comprato nel 1962 dal Comune di Cremona dove da sempre è la forma, e, con una sottoscrizione, donato nel 1889 a Joseph Joachim (ne aveva cinque), «spalla» alla corte di Weimar, cui Beethoven dedica alcuni brani. O il Sarasate, pure già di Paganini e donato da Isabella di Castiglia al compositore spagnolo Pablo, che aveva dieci anni. O, ancora, l’Emiliani (dal violinista di Bologna Cesare, 1805-87), a lungo della brava e splendida Anne-Sophie Mutter che ora ha il Lord Dunn-Raven Strad 1710. Muto è il celebre Messia, così detto per il timbro soave, protetto all’Ashmolean in una teca antiproiettile. Anne Akiko Meyers, nata nel 1970 a San Diego in California da padre statunitense e madre giapponese, possiede il Royal Spanish del 1730 (il maestro cremonese aveva circa 86 anni), già del re di Spagna. Per comperarne uno la coreana Kyung-Wha Chung ha convinto la madre a vendere casa. Matteo Fedeli ha un progetto, «Uno Stradivari per la gente»: finora ne ha fatti udire 14 e gli hanno dedicato un libro. Leonidas Kavakos ha suonato il Falmouth 1692; Joshua Bell il Tom Taylor 1732; Viktoria Mullova lo Jules Falk 1723, ma ne ha anche un altro; Salvatore Accardo sceglie tra lo Hart 1727, già di Zino Francescatti, l’Uccello di Fuoco 1718, colorato in arancio su fondo dorato e già di Antoine de Saint-Exupéry, e un Guarneri del Gesù del 1734. Anche Uto Ughi, oltre al suo Kreutzer 1701 e a un Guarneri del 1744, suona un ex Francescatti, proprietà della Banca Cariplo. E solo la vittoria a un concorso in Canada ha permesso al solista ucraino Edvin Marton di ottenere per tutta la vita in concessione uno Stradivari del 1697, già usato duecento anni prima da Paganini e proprietà di una banca svizzera; anche all’ex bambino prodigio David Garret a 13 anni ne hanno prestato uno, il San Lorenzo 1718.
Sono strumenti così preziosi che spesso appartengono a fondazioni o a istituti di credito che li concedono a nomi famosi perché li suonino: l’inattività, infatti, è tra i loro nemici peggiori. Sotto il mento di Pavel Vernikov, c’è il Baron Knoop, il più celebre violino creato da Pietro Guarneri a Venezia, dove vive dal 1717 (il patrizio possedeva anche 11 Stradivari): è della fondazione Pro Canale, creata a Milano nel dopoguerra dall’industriale Paolo Peterlongo, per «salvare il patrimonio degli strumenti antichi italiani dalla dispersione». Sergey Khachaturian, quarantenne violinista americano, famiglia del compositore Aram, suona lo Huggins 1708, della Nippon Music Foundation; Frank Peter Zimmermann, il Lady Inchiquin 1711 di una banca tedesca; un’altra fondazione italiana ha prestato a Giuliano Carmignola (che suona un veneziano Pietro Guarneri) il Baillot 1732. E a Luigi Alberto Bianchi, in casa a Roma nel 1998, è stato rubato il Colosso di Stradivari del 1716, il «periodo d’oro», già del compositore Cesare Viotti e di Jacques Thibaud, che formava un celebre trio con Alfred Cortot e Pablo Casals. L’aveva acquistato per 900mila dollari del 1987 a un’asta di Christie’s a Londra, e assicurato con i Lloyd’s per quattro milioni di franchi svizzeri. Bianchi ha scarsa fortuna con gli strumenti rari: a Milano, nel 1980 gli è stata portata via dall’automobile una viola Amati, tra le cinque decorate sulla cassa e fabbricate nel 1595 per la corte di Francia, ritrovata dai Carabinieri nel 2006. Recuperato nel 2001 anche lo Stradivari Oistrakh 1671, già dell’osannato violinista David, rubato al Museo della Cultura musicale di Mosca nel 1996. A una decina di furti del genere non sono mai seguiti i recuperi. Il più recente a dicembre: in centro a Londra, approfittando della distrazione della violinista coreana Min-Jin Kym che mangiava un sandwich in un caffè, gliene hanno portato via uno del 1696; l’assicurazione ha offerto una taglia di 15mila sterline.
Famose le collezioni del re di Spagna (5 strumenti), dello zar Alessandro (9), della Nippon Music Foundation (14), della Libreria del Congresso di Washington (il cello Castelbarco, il violino Betts 1704) e della piccola capitale, non solo italiana, di questa arte antica: Cremona che ha rilevato la bottega Stradivari, circa 700 oggetti (apparteneva al primo grande studioso di liuteria, Ignazio Alessandro Cozio conte di Salabue) e ne ha fatto un museo, 7 strumenti in città, compresi quelli del Comune. Uno, del 1690, lo possiede anche il Museo dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma.
Il Cremonese, il da Vinci o Juif errant, quelli appartenuti a Ludwig II di Baviera, a Caterina di Russia e Nathan Milstein, l’Aranyi 1667 (venduto da Sotheby’s nel 1986), l’Hellier 1679 dello Smithsonian di Washington, quello della Fondazione Peterlongo (già Conte di Fontana e Oistrakh, del 1702, ora impugnato da Massimo Quarta che nel 1991 ha vinto il concorso Paganini), l’Hammer, il Lady Inchiquin, il Greffulhe 1709 (uno dei dieci intarsiati) e la viola Cassavetti 1727, sono tra i 148 Stradivari fabbricati dal 1666 al 1736, che un libro, certamente singolare e prezioso (pure lui), fotografa a grandezza naturale; per i violoncelli, come ad esempio il Castelbarco 1687, immagini lunghe fino a un metro e larghe mezzo. E di questi strumenti narra le vicende, spesso degne di un film. Il libro è ovviamente di grandi dimensioni, quattro tomi di 96 x 45 cm: impossibile sfogliarlo a letto. è in duemila copie (2.150 euro) e cento rilegate in cuoio (3.200 euro). È edito in Germania e ulteriori informazioni si possono ottenere sul sito www.stradivaribooks.com. Responsabile della pubblicazione è Jost Thoene, Jan Roehrmann è il fotografo, Florian Leonhard, l’esperto di strumenti, affiancato da Alessandra Barabaschi, storica dell’arte, che ha scritto i testi, il lavoro ha richiesto vari anni. Nei volumi, altri saggi e con essi un dvd con le immagini e i dati degli Stradivari. Le foto documentano anche i dettagli degli strumenti; metà sono eseguite con metodo tradizionale e metà digitali, scattate con una Fuji 6 x 8, a 40 milioni di megapixel. Il sito pubblica l’elenco di centinaia di sottoscrittori e supporter: molti gli italiani, ma anche il Festival di Lucerna, la Fondazione Peterlongo, la Filarmonica di New York e i nipponici. Tra gli strumenti parecchi non sono mai apparsi in pubblico, il valore totale degli Stradivari fotografati supera i 600 milioni di euro. Rappresentati i tre «periodi» del liutaio più celebrato: dai primi «strumenti amatizzati», a quelli «lunghetti», fino alla maturità, con un centimetro in più nella cassa armonica che è leggermente più snella.
Sono strumenti estremamente delicati. Fedeli spiega che il loro peggior nemico è lo sbalzo termico, per questo vengono conservati in speciali custodie che lasciano passare temperature e umidità in maniera graduale: «quando, ad esempio, devo suonare in una chiesa d’inverno, lascio il violino nella custodia per alcune ore, in modo che possa acclimatarsi con tutta calma». Un paio d’anni fa, racconta il musicologo Sandro Cappelletto, la rarità e delicatezza di questi strumenti ha perfino giocato un brutto scherzo a uno dei più famosi solisti in attività, Uto Ughi, 66 anni, da Busto Arsizio, fermato alla stazione di Domodossola mentre, con il suo Guarneri, stava tornando da Losanna. In quel momento il solista non ha con sé la carta d’identità, viene fatto scendere dal treno e perde un po’ di tempo per chiarire la faccenda: ai finanzieri era stato segnalato un traffico clandestino. Ughi va almeno ogni sei mesi da un liutaio di Losanna a far controllare lo stato di salute dei violini che suona. C’è stata perfino una tragedia. Nel 2008, a Roma, Sergej Diatchenko, musicista russo allievo di Von Karajan e David Oistrakh, si è ucciso: i carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio artistico lo avevano arrestato perché scoperto a vendere come Stradivari o Guadagnini dei «pezzi dozzinali». Tre giorni con il sole a scacchi, quando è tornato a casa, dove lo attendeva la moglie, forse per la vergogna, si è tolto la vita.
Ma adesso basta. Neppure i quattro volumi del compendio su Stradivari, che è anch’esso una sorta di opera d’arte, riescono a risolvere il «segreto di Stradivari», cui da secoli danno la caccia parecchi studiosi. Forse per il semplicissimo motivo che di segreti non ne esistono. Si sa che Stradivari andava a scegliere gli abeti rossi di Paneveggio, sotto Passo Rolle, per la tavola armonica dei suoi capolavori, e spesso sono in pioppo o acero fondo, riccio e fasce, e che cercava gli alberi più sani, con anelli proporzionati. Quindi legni sceltissimi e rari. Ma la colla, come si è favoleggiato, non possiede ritrovati particolari. Gli ultimi, sofisticati esami sui quattro violini e la viola del Musée de la Musique di Parigi fabbricati dal 1692 al 1720, in Francia e Germania, dicono che le vernici sono assolutamente quelle in uso allora. Due strati di pittura, nell’esterno compaiono resine di albero (pino, abete o larice), quello più interno non include sostanze inorganiche o materiali proteici, derivati dell’uovo o del latte, gomme, cere, colla animale. A uno strato sigillante, vegetale e incolore, è sovrapposta una mano, con spessore da uno a tre centesimi di millimetro, anch’essa vegetale però lievemente colorata in arancione, che include alcuni ossidi. Ma già Simone Fernando Sacconi, celebre liutaio e amico dei massimi musicisti del Novecento, un anno prima di morire a New York nel 1973, aveva chiarito in un libro che ai figli Giacomo Francesco e Omobono Felice, i due degli undici che Stradivari aveva avuto da due mogli e che lavorano con lui proseguendo l’attività poi fino a metà Settecento, non ci sono segreti da trasferire. Sono rimasti in pochi a credere ancora a qualche ritrovato miracoloso: ad esempio, il biochimico ungherese Joseph Nagyvary, dell’Università del Texas, crede di rintracciarlo nel trattamento antitarlo del legno: sostanze come borace, fluoruro, cromo e sali di ferro avrebbero regalato agli strumenti un suono ineguagliabile. Dopo una Tac, un liutaio olandese e un ricercatore americano avrebbero appurato che tutto sta nella densità del legno utilizzato. Insomma, sembra proprio che l’unico mistero del «re dei violini» fosse la propria capacità di artigiano.
Una bella lezione: la voce incomparabile dei suoi strumenti, autentici capolavori d’arte, proviene solo da qui. Niente funghi del legno, vernici misteriose o altre «diavolerie», unicamente un’immensa e ineguagliata abilità.

di Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 306, febbraio 2011


  • Il violino «Carlo IX di Francia» si deve all’abilità del liutaio cremonese Antonio Amati, realizzato intorno al 1566 faceva parte di un gruppo di strumenti per la corte del re francese (Cremona, Sistema Museale, Collezione Gli archi di Palazzo Comunale)
  • Prima del «Molitor» il record di vendita lo deteneva un altro Stradivari, l’«Hammer» realizzato nel 1707, pagato il 16 maggio 2006 3,54 milioni di dollari in un’asta Christie’s
  • Il «Cannone», il violino di Niccolò Paganini, realizzato a Cremona nel 1743 da Bartolomeo Giuseppe Guarneri (Archivio Comune di Genova, Foto Prisma, Marco Ricci, per gentile concessione del Comune di Genova)
  • Nel 1715 Stradivari costruisce una decina di violini, tra questi uno strumento di grande formato, il «Cremonese 1715» (Cremona, Sistema Museale, Collezione Gli archi di Palazzo Comunale)

Ricerca


GDA novembre 2017

Vernissage novembre 2017

Sovracoperta GDA novembre 2017

Focus on Figurativi 2017

Vedere a ...
Vedere in Emilia Romagna 2017

Vedere in Canton Ticino 2017

Vedere in Sardegna 2017

Vedere a Torino 2017


Società Editrice Umberto Allemandi & C. spa - Piazza Emanuele Filiberto, 13/15, 10122 Torino - 011.819.9111 - p.iva 04272580012