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Io, avido, maniaco e psicotico

L’attore Steve Martin, appassionato collezionista, ambienta nel mercato dell’arte contemporanea il suo nuovo romanzo

Steve Martin © Getty Images/Giulio Marcocchi

Los Angeles. Steve Martin, attore, scrittore e commediografo, è anche un appassionato collezionista. Ha comprato la sua prima opera, una grafica di Ed Ruscha, nel 1968. Oggi la sua collezione comprende dipinti di Picasso, Edward Hopper, Hockney e De Kooning. Da poche settimane è uscito il suo ultimo romanzo, An Object of Beauty (edito da Grand Central Publishing), che segue l’ascesa e la caduta del mercato dell’arte a New York negli ultimi vent’anni attraverso la storia di Lacey Yeager, una giovane donna che dagli scantinati di Sotheby’s arriva a gestire una sua galleria a Chelsea.
Steve Martin, nel suo libro descrive il collezionismo come «grezza avidità», «mania» e «infermità mentale». È così anche per lei?
Sono passato attraverso tutte le fasi. Sono cose diverse in tempi diversi. Ci sono diversi tipi di collezionisti descritti nel libro e io penso che ogni collezionista sia diverso. Ma non ho mai incontrato nessuno che collezioni cinicamente. So che ne esistono, ma io non ne ho mai incontrato uno.
Quando la protagonista del romanzo vede un Warhol, lei la descrive come «sospettosa e non impressionata», in seguito però è veramente rapita da un dipinto della serie «Flowers» e finisce col comprarlo. Lei ha mai avuto questo tipo di reazione?
Non so se sia vero, ma pare che  Ed Ruscha abbia detto: «Cattiva arte: la guardi e dici “Wow! Huh?” Buona arte: la guardi e dici “Huh? Wow!”».
Ci ho messo un po’ per apprezzare molti artisti. Come Twombly, mi ci sono voluti un paio di anni per rendermene conto: «Wow, ma questo qui è un genio!».
All’inizio del romanzo, Lacey viene assunta da Sothe­by’s e comincia a guardare ai dipinti in modo diverso. Lei scrive: «I suoi piedi percorrevano un terreno dal quale è difficile ritornare: iniziava a convertire oggetti di bellezza in oggetti di valore». Pensa che questo sia qualcosa di pericoloso?
No, penso sia qualcosa che avviene in ogni settore dell’arte, laddove esiste un lato commerciale. Effettivamente mette in moto la competizione, è parte del divertimento.
Lei ha detto di non avere molta esperienza nel mondo dell’arte contemporanea…
Ne ho un po’. Ho smesso quando la competizione è diventata così dura da non poter avere più neanche una risposta a una telefonata. E non c’era tempo, bisognava agire così rapidamente. Io non ci ero abituato. Quindi semplicemente ho smesso.
Non seguirà l’esempio dei suoi colleghi collezionisti costruendo un suo museo personale?
Assolutamente no. Piuttosto spenderei i soldi per comprare un altro dipinto.

© Riproduzione riservata

Helen Stoilas, da Il Giornale dell'Arte numero 306, febbraio 2011


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