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Il re nudo

La polveriera di Gerusalemme

Israele e Palestina: a chi spetta che cosa? I responsabili si accapigliano sui siti rischiando di «bruciarsi», gli esperti non governativi cercano soluzioni

Un corpo di guardia israeliano protegge i lavoratori palestinesi dell’Israel Antiquities Authority. © David Silverman/Getty Images

In attesa della richiesta alle Nazioni Unite da parte palestinese del riconoscimento nazionale, in settembre, israeliani e palestinesi si affannano a rivendicare siti di interesse culturale in Cisgiordania. Entrambe le parti stanno investendo denaro in scavi, acquisizione e classificazione dei siti come propri, vantando legami storici e di identità nazionale. Se le due parti sono già operative sul terreno, non sono ancora state fissate le regole per i siti oggetto di contesa: di chi è la proprietà culturale? Chi può manomettere i siti culturali o trarne profitto? Quali sono le questioni legali di rilievo? Se si arrivasse al riconoscimento di uno Stato Palestinese, i negoziatori dovrebbero essere pronti a porsi queste domande. Ma se le questioni non sono mai state discusse, esperti non governativi hanno lavorato dietro le quinte, nell’eventualità della firma di un trattato di pace, per preparare la documentazione necessaria a una politica di proprietà culturale.

Cambiare le frontiere
Quando, nel 2009, i palestinesi hanno annunciato un piano biennale per la costruzione dello Stato, l’obiettivo era di sviluppare infrastrutture, tra cui l’adeguamento del Ministero delle Antichità e del Turismo. Era forte la speranza di creare un turismo sostenibile nei siti culturali, tra i quali Gerico, Betlemme e le rovine archeologiche di Tell Balata, vicino a Nablus. A settembre 2010, mentre in appoggio agli sforzi palestinesi confluivano aiuti internazionali, il Ministero del Turismo israeliano ha elevato di 2,6 milioni di dollari il proprio budget per il turismo nei siti culturali della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.
Lo scorso febbraio, cinque mesi dopo lo stallo dell’ultima tornata dei colloqui di pace, i palestinesi annunciavano la nomina dell’antica Chiesa della Natività di Betlemme a primo sito iscritto al Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco in territorio palestinese. Questo, insieme all’elenco di altri 20 siti di interesse culturale pronti per una potenziale nomina, fa parte di un progetto palestinese per ottenere il riconoscimento del patrimonio culturale in Cisgiordania come palestinese e non israeliano, ha riferito un dirigente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).
Pochi giorni dopo la nomina di Betlemme, Israele, in disaccordo con l’Unesco, ha annunciato progetti che comportano la visita di diplomatici e studenti ai siti culturali della Cisgiordania per sottolinearne la sovranità israeliana e i legami storici con l’ebraismo. Dal 2010 Israele ha esteso anche alla Cisgiordania la sua lista dei siti del patrimonio nazionale di cui è previsto il restauro, decisione che ha suscitato un  dibattito internazionale (cfr. n. 307, mar. ’11, p. 58).

Approcci diversi
A margine di queste dispute ci sono le questioni da molto tempo irrisolte dei confini e di chi possieda il patrimonio culturale. In linea di principio, le questioni dell’archeologia e del patrimonio culturale, come altre, si sarebbero dovute definire nel quadro dei negoziati finali sull’assetto israelo-palestinese. Però ogni tornata dei trattati di pace è fallita prima che si potesse discutere seriamente di archeologia. Il comitato per il patrimonio, previsto dal Trattato di Oslo, è inesistente. Il vuoto ha contribuito a mantenere non trattabili le posizioni di israeliani e palestinesi e ha scoraggiato la cooperazione. I dirigenti israeliani hanno sostenuto che i siti del patrimonio con connessioni storiche ebraiche debbano rimanere sotto la sovranità israeliana. Una posizione ribadita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’anno scorso, dopo che l’Unesco aveva stabilito che i siti culturali di Betlemme e di Hebron sono palestinesi, pur essendo venerati da ebrei, cristiani e musulmani. Netanyahu ha denunciato la decisione come «assurda», definendola «un tentativo di separare la nazione di Israele dal suo patrimonio culturale».
I palestinesi ribattono che è la localizzazione e non l’identità religiosa, a determinare la sovranità di un sito. «I palestinesi sono fieri di ospitare un patrimonio culturale vario riferibile a religioni diverse quali l’ebraica, la cristiana e la musulmana. È politica palestinese rispettare e applicare le leggi internazionali che riguardano la proprietà culturale e il patrimonio, adottando un approccio professionale di conservazione e protezione dei siti basato sulla localizzazione geografica», ha dichiarato Gabriel Fahel, consulente legale per l’archeologia dell’Unità di supporto alla negoziazione dell’Olp (da poco chiusa). Ha anche accusato Israele di avere violato i trattati internazionali sottoscritti scavando in Cisgiordania e rimuovendo «reperti di proprietà palestinese». Israele, dal canto suo, rifiuta gli argomenti palestinesi sull’occupazione della Cisgiordania e sulle leggi internazionali.
«Molti proponenti di Israele hanno argomentato che Israele non starebbe occupando la Cisgiordania in quanto avanzerebbe una rivendicazione legale legittima sul territorio conteso», ha detto Kimberly Alderman, docente di diritto alla University of Wisconsin e autore del blog Cultural property and archaeology law. «La Convenzione dell’Aia del 1954 sulla protezione del patrimonio culturale in caso di conflitti armati non la definisce occupazione, ma la maggior parte della comunità internazionale, tra cui l’Unesco, ritiene che Israele  stia occupando la Cisgiordania».
Alla domanda su a chi spetti la conservazione del patrimonio della Cisgiordania, la Alderman ha risposto che «Israele potrebbe sostenere che, se stesse occupando la Cisgiordania, ai sensi dell’art. 5 della Convenzione dell’Aia del 1954, avrebbe il dovere di preservare e mantenere i siti culturali che vi si trovano. Questo argomento dipenderebbe dalla dimostrazione che i palestinesi da soli non stiano proteggendo abbastanza, o non siano capaci di proteggere, i siti da danni o distruzione e che Israele si stia adoperando solo in qualità di sostituto. La contro argomentazione sarebbe che l’apertura dei siti culturali al turismo si configurerebbe come sfruttamento, non come preservazione». Ha quindi aggiunto: «I siti culturali, grazie al ritorno turistico che generano, hanno un valore culturale che si fonda sul rapporto emotivo della gente del luogo con i siti. C’è una tesi legale secondo cui interferire con quel rapporto, o vietare l’accesso ai siti, equivarrebbe ad appropriazione indebita, in violazione dell’art. 4 della Convenzione dell’Aia del 1954». I palestinesi continuano a fare riferimento alle leggi internazionali, mentre gli archeologi del Governo israeliano sostengono di attenersi alle leggi locali sulle antichità. Il vicedirettore della Israel Antiquities Authority (Iaa), Uzi Dahari, sostiene che Israele occupò la Cisgiordania sottraendola non ai palestinesi ma alla Giordania. «Abbiamo occupato il territorio di un occupante», ha detto. La Giordania aveva le sue leggi sulle antichità, che Israele ha adottato per la Cisgiordania, con alcune modifiche. Israele ha un Governo locale, con l’Iaa che sovrintende all’archeologia e al patrimonio culturale. Ma oltre la linea dell’armistizio del 1967 in Cisgiordania, l’esercito israeliano conduce un’amministrazione separata, con leggi separate. «Tutto è fatto secondo le leggi giordane», dice Amir Koren, un portavoce dell’Amministrazione Civile in Giudea e Samaria (Cisgiordania).
«Possiamo scavare dove vogliamo nell’Area C (designata ad interim dagli accordi di Oslo come soggetta all’autorità provvisoria israeliana fino alla firma di un accordo, Ndr); se la troviamo di interesse archeologico possiamo dichiararla un sito archeologico. I palestinesi possono fare quello che vogliono nelle Aree A e B (dal 1996)».
Koren sostiene inoltre che tutto viene salvaguardato in modo separato dai ritrovamenti in Israele, perché si tratta di un territorio separato: «Rinveniamo meno di 80mila manufatti all’anno, ogni moneta è considerata un singolo manufatto, e non sono rimossi dalla Cisgiordania se non per essere inviati in un laboratorio in Israele, ad esempio per la pulizia, o come prestito temporaneo a un museo, per poi essere restituiti. Anche i profitti rimangono nel territorio. Scaviamo molti siti che non sono “ebrei”, come a Mevo’ot Yericho e Uja; siamo ansiosi di cooperare in materia archeologica».
Negli accordi di Oslo del 1993 e nei suoi annessi sono contenuti accordi sull’archeologia. Oslo doveva essere una condizione temporanea, e l’amministrazione delle aree della Cisgiordania sotto il controllo israeliano doveva essere gradualmente passata ai palestinesi. Ma, a seguito del fallimento delle trattative, la maggior parte degli accordi non è mai stata applicata. «Quando questi accordi furono presi, nessuno prevedeva che ci sarebbe stato un periodo di occupazione così lungo», ha detto l’archeologo Raphael Greenberg dell’Università di Tel Aviv. «Oslo si è incrinata perché elencava siti di interesse nazionale per Israele e c’è un corpo di guardia israeliano che protegge i lavoratori palestinesi della Israel Antiquities Authority dal fatto di non sottostare, per speciali interessi, alle leggi internazionali. Israele si considera nel pieno diritto di rivendicare siti in territorio palestinese, ma lo stesso diritto non si estende ai palestinesi: essi non possono rivendicare siti culturali in Israele. Entrambe le parti vantano importanti legami con la loro storia e identità da entrambi i lati del confine, e queste questioni non sono coperte da leggi internazionali e convenzioni. Dovranno essere inquadrate nel testo della legge».

Progetti di pace e database
I funzionari israeliani e palestinesi coinvolti sul campo non sono riusciti a negoziare le questioni inerenti l’archeologia e il patrimonio culturale; non così per gli esperti non governativi che lavorano dietro le quinte. In due sforzi mirati di «diplomazia civile», studiosi di svariate materie, tra cui archeologia, legge, diplomazia e sicurezza, hanno stilato raccomandazioni sulla politica del patrimonio, con riguardo agli interessi israeliani e palestinesi, alle leggi internazionali e ai precedenti.
La prima iniziativa è stata attuata quando, nel 2005, l’archeologo Ran Boytner della University of California di Los Angeles ha scoperto che né i negoziatori israeliani, né quelli palestinesi avevano archeologi in qualità di consulenti in tema di patrimonio. Boytner, con l’archeologo Lynn Dodd della University of Southern California, ha creato un comitato di consulenza israelo-palestinese allo scopo di redigere raccomandazioni, nell’eventualità di un accordo. Le raccomandazioni comprendono l’adozione della Convenzione dell’Aia e del trattato israelo-egiziano come precedenti per il rimpatrio di manufatti cisgiordani scavati dopo il 1967.
«L’Israeli Palestinian Archaeology Working Group è stato fondato per occuparsi di archeologia non come risorsa nazionale, ma come patrimonio di un antico contesto che necessita di protezione da parte di entrambi gli Stati», ha detto Dodd.
Una speciale sezione su Gerusalemme raccomandava a israeliani e palestinesi la reciproca individuazione  del patrimonio e dei diritti storici su entrambi i versanti della linea dell’armistizio, ha detto Greenberg, che ha collaborato con il Gruppo di lavoro e con un ricercatore, Adi Keinan dell’University College di Londra, alla compilazione di un primo database di tutti gli scavi israeliani in Cisgiordania dal 1967 al 2007 (scaricabile da:  http://digitallibrary.usc.edu/wbarc/Archaeological_Data_Files_Nov_2010.xls). Keinan continua a essere l’unica persona a classificare e catalogare tutti gli scavi in Cisgiordania, sia nelle aree sotto il controllo israeliano, sia in quelle sotto il controllo palestinese. Il Gruppo di lavoro ha anche lanciato una Mappa interattiva della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, in cui tutte le informazioni sono convertite in mappe Google interattive regolarmente aggiornate (http://digital library.usc.edu/wbarc/map.html). La proposta del Gruppo di lavoro è ora nelle mani delle parti in causa. «I palestinesi si sono dimostrati largamente collaborativi. I colleghi israeliani pensano sia un buon accordo, con un’eccezione: la questione del rimpatrio di una sottosezione dei Rotoli del Mar Morto, i frammenti che si trovavano al Rockefeller Museum, che prima del 1967 era il Museo Archeologico della Palestina», ha detto Dodd. «Non c’è una legge che possa obbligarci», ha risposto Dahari dell’Iaa. «Se si guarda alle convenzioni dell’Aia e di Ginevra, dovremo restituire tutti gli oggetti culturali provenienti dai territori occupati se, ad esempio, ci sarà un trattato di pace con la Siria, ma con i palestinesi non è la stessa cosa, perché legalmente la Cisgiordania era parte della Giordania». Dahari ha così spiegato la posizione di Israele: «I frammenti del Rockefeller Museum sono 15mila, equivalenti a 900 rotoli. I Rotoli del Mar Morto, la bibbia ebraica, scritta dagli ebrei, in lingua ebraica… deve rimanere in mani ebraiche per sempre, se stiamo parlando di giustizia storica. Tutti gli altri manufatti saranno oggetto di discussione tra le parti e noi rispetteremo le decisioni». Ha detto Dodd: «Tutti ci aspettiamo che in quei negoziati, argomenti di così grande importanza simbolica e politica saranno trattati dai leader come merce di scambio». Ulteriore sforzo «di diplomazia civica» è la Jerusalem Old City Initiative, una proposta, avanzata da diplomatici canadesi, di un regime di governance internazionale nella Città Vecchia per un periodo di transizione, fino a  che un accordo definitivo avrà risolto le questioni riguardanti l’interno della cerchia cittadina.
Con la legge israeliana che reclama l’intera città di Gerusalemme come parte del suo territorio e i palestinesi che considerano il settore orientale della città, inclusa la Città Vecchia, come parte della contesa Cisgiordania, Gerusalemme rimane la questione più esplosiva nel processo di pace, ha dichiarato l’avvocato israeliano Daniel Seidemann, che al momento sta lavorando con esperti palestinesi e internazionali alla parte del progetto riguardante il patrimonio culturale. «Gerusalemme è esplosiva e l’archeologia e il patrimonio culturale sono superesplosivi: quando i funzionari se ne occupano, finiscono per rovinarsi la carriera, ragione per cui il tutto è lasciato all’iniziativa dei cittadini», ha detto. «Il conflitto israelo-palestinese non è solo un conflitto territoriale, ma storico e di identità, l’archeologia è l’incarnazione fisica della storia. Affrontare queste questioni è strategico per le stabilità di israeliani e palestinesi?».

Corrispondente freelance
© Riproduzione riservata

Lauren Gelfond Feldinger, da Il Giornale dell'Arte numero 310, giugno 2011


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