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La solitudine del satiro


La solitudine del satiro

Gli incendiari

Nel nome di Caravaggio anche Mario Resca s’improvvisa critico d’arte

«Temo che le sovvenzioni pubbliche continueranno a diminuire. Questa è la prospettiva che il Louvre e gli altri musei europei dovranno affrontare. Il mio compito è costruire un sistema di governance nuova che non sia quello di un’impresa commerciale, ma di una grande istituzione al passo con il ventunesimo secolo». Finiva così una recente intervista del direttore del Museo del Louvre, Henri Loyrette, sulle pagine de «la Repubblica» e ci si domandava quali risultati abbia sino a ora registrato l’apertura al mondo privato operato da quel direttore, che ha una robusta formazione storica e non è un manager prestato alla direzione di un grande museo. Conosco male le vicende delle «succursali» mediorientali del Louvre, ma ogni volta che entro in quel luogo e ne visito le raccolte permanenti o le mostre ho la consapevolezza che per il momento ricerca e spettacolo per il grande pubblico riescano a convivere armoniosamente; senza dimenticare che l’imminente apertura della nuova grande ala dedicata all’arte islamica ci restituirà l’idea che il museo sia l’unica grande «chiesa» ecumenica della nostra era alla quale tutti vorremmo continuare a esprimere la nostra devozione.
Visto dall’Italia sembra un altro mondo, anche perché se la Francia impiega umanisti nella difficile macchina amministrativa dei musei con ottimi risultati, qui da noi manager ed economisti si improvvisano talvolta critici d’arte. Non credevo che Mario Resca, un manager su cui lo Stato ha puntato tutto o quasi per mettere le «cose a posto» nel settore dei beni culturali, fosse un conoscitore d’arte militante, come farebbe pensare la scelta di promuovere nelle sale di Palazzo Venezia a Roma, sede della Soprintendenza, l’attività di un artista non proprio indimenticabile. Sulle pagine del catalogo della mostra organizzata dalla Galleria Benucci, e dedicata a «Moreno Bondi. La luce e l’ombra di Caravaggio nel contemporaneo» (21 marzo-25 aprile), si poteva leggere dalle parole di Resca che quell’iniziativa è stata «un significativo inizio di valorizzazione per quel particolare settore dell’arte contemporanea che guarda con estremo interesse e partecipazione alla pittura del passato, non ultimo a quella caravaggesca, la quale in questi anni sta realmente “incendiando il mondo” come messaggera della cultura italiana in ogni parte del Pianeta». Incendiario è il termine esatto per definire quanti partecipano allo sfruttamento improprio e alla degenerazione degli studi caravaggeschi (dove ormai non c’è limite al peggio nell’accrescimento inverosimile del catalogo del grande artista lombardo). Resca è un vero e proprio piromane, visto che Bondi (e parlo del pittore e non dell’ex ministro a cui Resca deve gran parte della sua carriera tra le fila del Ministero per i Beni culturali) non si può definire artista caravaggesco quanto piuttosto neomanierista o citazionista: ma simili definizioni farebbero meno effetto nelle sale della Galleria Benucci ora trasferite in Palazzo Venezia.
È dunque la valorizzazione di Bondi e della Galleria Benucci che lo rappresenta il grande contributo alla vita dei musei italiani di Mario Resca, la sua eredità che coincide con la scadenza del suo incarico di Direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale presso il Ministero per i Beni culturali? Ma non sarebbe stato meglio darsi da fare perché la Galleria Sabauda a Torino non chiudesse in sordina per fare posto alla prepotente avanzata del Museo Egizio? E perché, sempre a Torino, non sprangasse la Pinacoteca dell’Accademia Albertina per mancanza di fondi? O, ancora, perché le sale del Cinquecento e del Seicento della Galleria Nazionale di Parma tornassero a essere aperte al pubblico con il personale di custodia necessario? E il cahier de doléances potrebbe continuare a lungo, regione per regione, città per città.
Certo, Resca ha capito che nel nostro Paese è più semplice occuparsi di Caravaggio e della sua fortuna. Lo fanno tutti, perché non lo può fare anche lui che ha studiato a Milano (alla Bocconi, come molti tecnici del Governo), dove il grande pittore è nato e cresciuto?
© Riproduzione riservata

di Alessandro Morandotti, da Il Giornale dell'Arte numero 320, maggio 2012


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