Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Economia


Un regalo per gli inglesi

La Francia sfida la concorrenza fiscale: Iva al 10%

L’economista Giovanna Segre commenta l’innalzamento dell’Iva sull’importazione delle opere d’arte in Francia (era il 5% nel 1994), che perde competitività con Londra (68% del mercato)

Parigi. Alla vigilia dell’adozione in Francia, prevista per il primo gennaio 2014, di un’ali- quota dell’Iva sull’importazione di opere d’arte del 10% (contro l’attuale 7%), le tre associazioni di categoria locali dei principali attori del mercato dell’arte, cioè gli antiquari, i galleristi di arte contemporanea e le case d’asta, hanno commissionato a due analisti, l’economista del mercato dell’arte Clare McAndrew e il fiscalista Jacques Fingerhut, un rapporto sulla situazione francese attuale del mercato dell’arte e sulle conseguenze dell’eventuale applicazione della nuova aliquota. Abbiamo chiesto all’economista Giovanna Segre di commentarlo.

Il mercato degli oggetti d’arte è come il mercato dei capitali. È questa in definitiva l’argomentazione principale su cui si basa l’analisi condotta dalle tre principali organizzazioni che rappresentano i distributori professionali di opere d’arte, il Comité professionnel des Galeries d’Art (Cpga), il Syndicat National des Antiquaires (Sna), e il Syndicat National des Maisons de Vente Volontaires (Symev), in un rapporto dedicato alle conseguenze dell’aumento dell’Iva previsto dal Governo francese nel mercato dell’arte. In Francia l’aliquota Iva sulle importazioni delle opere d’arte e degli oggetti di antiquariato è in crescita dal 2011. Dopo essere stata aumentata dal 5% (in vigore fino al 2011 da quando nel 1994 era stata recepita la direttiva europea che chiedeva l’applicazione dell’Iva alle opere d’arte e oggetti da collezione e di antiquariato importati, fino a quel momento esenti) al 5,5% fino a gennaio 2012, è oggi del 7% e passerà al 10% dal primo gennaio 2014. L’arte è un bene che, come i capitali, si sposta facilmente sul mercato internazionale, è trasferibile e mobile, e perciò la presenza di condizioni fiscali migliori in un Paese rispetto ad altri può rapidamente portare alla migrazione del mercato in quel Paese. È per questo che i capitali hanno aliquote di tassazione basse, e simili tra gli Stati. Da dove fossero tassati sensibilmente di più, si sposterebbero facilmente altrove, provocando per le casse pubbliche un azzeramento delle entrate fiscali. Un effetto contrario a quello voluto, dunque. Diverso è il caso delle persone, che per spostarsi hanno alti costi umani e finanziari, ben maggiori degli eventuali risparmi di imposta offerti da luoghi con aliquote inferiori. E così il lavoro è tassato ben di più del capitale.
Quando i Governi riducono la tassazione per attirare capitali o magari, come per anni ha fatto l’Irlanda vedendo crescere moltissimo il suo Pil, addirittura le sedi delle multinazionali, stanno utilizzando la leva della cosiddetta «concorrenza fiscale». Strada che, se intrapresa per dare sostegno al proprio sviluppo, viene anche considerata, per la verità, abbastanza «sleale». La decisione francese di quasi raddoppiare in due anni l’Iva sulle importazioni fa invece un rega- lo alla piazza inglese, per la quale non è stata prevista alcuna variazione dell’Iva rispetto al 5% in vigore. Trattandosi sostanzialmente di un dazio alle importazioni (non recuperabile dal venditore) più alto di quello in vigore nel Regno Unito, che tra l’altro detiene già la maggior quota delle importazioni provenienti dall’esterno (in gran parte dagli Stati Uniti) verso l’Unione Europea, con il 68% del valore nel 2012, il mercato francese sarebbe ulteriormente sacrificato rispetto alla sua attuale quota del 10%, a vantaggio di quello inglese.
Le conseguenze negative si dispiegherebbero a catena tra gli operatori del commercio e tra gli organizzatori di grandi eventi e fiere, in termini di minori scambi, minori ricavi e perdita di posti di lavoro. Il danno colpirebbe anche le finanze pubbliche, che, nell’evidente tentativo di aumentare le entrate attraverso un aumento dell’Iva, potrebbero invece trovarsi a vederle diminuite di quasi 7 milioni e mezzo di euro, ovvero di oltre il 43% delle entrate complessive che aveva generato l’Iva sulle importazioni nel 2012. A ciò va poi aggiunta la perdita in termini di minori entrate per imposte e contributi sul reddito versati da un mercato che si ridurrebbe in valore e in occupati.
È vero che i compratori di oggetti d’arte sono ancora e sempre individui generalmente ricchi e l’idea che possano permettersi di contribuire di più alle entrate pubbliche pagando un’Iva maggiore sui loro acquisti di beni di lusso può da molti punti di vista essere condivisibile. Ma se la traslazione dell’onere dell’imposta su di essi non è possibile perché ci sono altri mercati facilmente accessibili dove gli oneri sono più bassi, il tutto si riduce a un impoverimento dei settori legati a questo mercato, delle casse dello Stato e del patrimonio culturale nazionale che si potrebbe accrescere invece con le importazioni. Una lettura che anche il nostro Paese deve tenere ben presente.
E questo, oltre a tutto, in un contesto che vede in generale l’Europa perdere terreno. L’intera Ue ha perso una notevole quota del valore del mercato globale, passando dal 53% del 2003 al 36% del 2012. È chiaro che questo fenomeno è dovuto a diversi fattori, tra cui il cambiamento nella distribuzione della ricchezza nel mondo e l’emergere di mercati come quello cinese, ma è anche comunemente accettato che uno dei fattori determinanti sia stato l’aumento degli oneri normativi e amministrativi, che rendono il mercato europeo una piazza più complessa e costosa.

Giovanna Segre
Professore di Economia della Cultura Università Iuav di Venezia

di Giovanna Segre, da Il Giornale dell'Arte numero 335, ottobre 2013


Ricerca


GDA novembre 2017

Vernissage novembre 2017

Sovracoperta GDA novembre 2017

Focus on Figurativi 2017

Vedere a ...
Vedere in Emilia Romagna 2017

Vedere in Canton Ticino 2017

Vedere in Sardegna 2017

Vedere a Torino 2017


Società Editrice Umberto Allemandi & C. spa - Piazza Emanuele Filiberto, 13/15, 10122 Torino - 011.819.9111 - p.iva 04272580012