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Vernissage


Londra

Ritratto del duca come Pierrot

Dal sancta sanctorum di David Bowie una mostra (blockbuster annunciato) che mescola suoni e costumi ispirati alla Delaunay, con Warhol e fotografie sorprendenti

David Bowie, «Self portrait in pose», utilizzato anche come immagine di copertina di «Heroes», 1978. The David Bowie Archive 2012, Image VA Images

Londra. Ancora una volta David Bowie ha magnetizzato l’attenzione dei media uscendo a gennaio con il suo nuovo singolo, «Where are We Now», il primo dal 2004, in occasione del suo 66mo compleanno, ma Victoria Broackes, curatrice del dipartimento del Teatro e dello Spettacolo del Victoria and Albert Museum, aveva avuto il sentore che «qualcosa di grosso fosse nell’aria». La curatrice aveva deciso di includere in «David Bowie is», la mostra di punta del cartellone primaverile del museo londinese, i burattini realizzati per il cinquantesimo compleanno del musicista, ma il loro arrivo a South Kensington ha subito un ritardo dal momento che Bowie ha deciso di usarli nel suo nuovo video.

La mostra, aperta dal 23 marzo al 28 luglio, è la prima retrospettiva internazionale di Bowie. La rock star, che ha venduto più di 140 milioni di dischi nella sua carriera, aveva ricevuto «un’infinità di proposte», ma il V&A è il primo museo ad avere avuto accesso al suo archivio conservato a New York. «Non avevamo idea che possedesse questo archivio», spiega la Broackes, che ha collaborato con Sandy Hirshkowitz, l’archivista di Bowie, e ha esaminato la collezione diverse volte in compagnia del cocuratore, Geoffrey Marsh, direttore del dipartimento del Teatro e dello Spettacolo del V&A.
«Il materiale è entusiasmante. La prima volta che ho visto le foto sono quasi caduta dalla sedia». L’archivio contiene circa 75mila oggetti, con più di 100 costumi conservati in vetrine climatizzate. Ne saranno esposti una sessantina, tra cui quello ispirato a Sonia Delaunay disegnato da Bowie per la sua performance al «Saturday Night Live» del 1979 e il costume da Pierrot realizzato da Natasha Korniloff per il video degli anni Ottanta «Ashes to Ashes».

La mostra, che comprende più di 200 oggetti, presenta anche strumenti musicali, testi di canzoni scritti nello stile dei «cut-up» di William Burroughs, annotazioni
di diario degli anni Settanta e materiale scenico dalla carriera di attore di Bowie. I visitatori possono anche assistere al suo primo incontro con Andy Warhol, che fu, come spiega la Broackes, «piuttosto deludente. Warhol lo filmò ed è evidente che Bowie non era a suo agio. Trovarono un terreno comune solo parlando di scarpe».
Le influenze di Bowie sono molteplici, dall’Espressionismo tedesco al kabuki giapponese, e i curatori hanno preferito un «punto di vista basato più sulla performance che sulla moda» per raccontare la lunga carriera del cantante. I visitatori possono ascoltare la musica di Bowie con gli auricolari e Tony Visconti, produttore di vecchia data dell’artista, ha creato un mix di brani ad hoc. Su grandi schermi viene proiettato il tour di Bowie del 1974 «Diamond Dogs» e per a prima volta verranno esposti i suoi bozzetti per un docufilm sul tour, poi mai girato.

La mostra, sponsorizzata da Gucci e dalla società di audioelettronica Sennheiser, dovrebbe fare tappa a Parigi, Berlino e in Brasile, e forse anche in Australia e in Giappone. La Broackes, che sul silenzio di Bowie, durato dieci anni, adotta il «punto di vista duchampiano» («era lui e qualsiasi cosa facesse l’opera d’arte ed è ancora così»), spera che il musicista vada a visitare la mostra. «Non ci aspettiamo che venga alla mostra ma non sarei sorpresa se arrivasse con uno dei suoi cappelli e desse un’occhiata in giro. Non posso credere che non ne rimarrebbe affascinato».

di Ria Hopkinson , da Il Giornale dell'Arte numero 329, marzo 2013


  • The Archer, Station to Station tour, 1976. John Robert Rowlands

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