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Città del Vaticano

Qui non ci sono sindacati, il nostro sistema è autocratico e paternalistico. Anzi, divino

Nominato da Benedetto XVI, Antonio Paolucci è stato confermato da papa Francesco per tre anni alla guida dei Musei Vaticani

Città del Vaticano. Dopo una carriera di successo come soprintendente dei musei di Firenze e ministro della Cultura nel 1995-96, Antonio Paolucci è stato richiamato al lavoro nel 2007 da Benedetto XVI che lo ha nominato alla guida dei Musei Vaticani. Il suo mandato è stato ora esteso per altri tre anni da papa Francesco (cfr. lo scorso numero, p. 2). Paolucci è un insigne storico dell’arte, ammirato per il suo pragmatismo e il savoir faire. Una guardia di sicurezza mi ha gentilmente raccontato di come abbia modernizzato l’amministrazione di questo grande e difficile museo (cfr. n. 333, lu.-ago. ’13, p. 11), adottando misure (di buon senso) come la vendita anticipata dei biglietti, che ha ridotto le lunghissime code a tempi di attesa tollerabili. Ma Paolucci lavora anche a stretto contatto con il suo superiore ecclesiastico, il cardinal Gianfranco Ravasi, che ha organizzato alcune tra le migliori mostre viste a Milano quando era prefetto della Biblioteca Ambrosiana, e che vuole che la Chiesa e la creatività contemporanea si avvicinino e traggano reciproco sostentamento, come ha voluto dimostrare con la partecipazione alla recente Biennale di Venezia.
Dottor Paolucci, che cosa direbbe a chi pensa che la Chiesa dovrebbe vendere tutti i suoi beni e darli ai poveri?
Se vendesse tutti i suoi capolavori, i poveri sarebbero ancora più poveri. Qui tutto è per gli abitanti di tutto il mondo.
La nomina di papa Francesco I ha cambiato qualcosa?
Grazie a lui ancora più pellegrini vengono a Roma. Dopo la preghiera dell’Angelo la mattina e dopo le udienze papali, vogliono vedere i musei. Abbiamo 5,1 milioni di visitatori l’anno e ora vorrei non aumentassero più.
Qual è il ruolo dei Musei Vaticani?
La gente si aspetta che siano molto pii; invece si possono vedere molti più nudi maschili e femminili di altri musei. Hanno abbracciato la cultura dell’umanità con grande facilità. La Chiesa ha preso l’antichità classica e ha detto: «Questo va bene perché la rivelazione ha santificato l’antichità, allora posso metterlo in casa mia». La metafora più autentica per Dio è l’arista e qui si trova la più vasta creazione artistica, da Michelangelo nella Cappella Sistina ai Raffaello, all’arte giapponese, agli etruschi, agli egiziani...
Si occupa di altre collezioni?
Siamo una specie di Soprintendenza per il Vaticano, con lo scopo di tutelare e conservare il suo patrimonio. Sono più di 40 ettari, metà giardini e metà monumenti di alcuni tra gli architetti più celebri mai esistiti: Michelangelo, Bramante, Bernini e Borromini, e migliaia di opere d’arte. Ci occupiamo anche di alcuni luoghi esterni al Vaticano, come le grandi basiliche di Roma, il santuario di Loreto, la basilica di Sant’Antonio a Padova. E siamo anche un servizio archeologico.
Cosa ci dice dei regali che nel corso dei secoli sono stati fatti ai papi?
Dovremmo fare una mostra. Ci sono intere credenze piene di oggetti, alcuni davvero straordinari, come il trono donato a Paolo VI da un capo tribù dell’Africa centrale, fatto di kalashnikov. Il simbolismo è che sedendovisi il papa possa portare la pace al mondo.
Come vi dividete le responsabilità per la cultura nel Vaticano lei e il cardinal Ravasi, presidente del Concilio pontificale per la Cultura?
Siamo due dipartimenti di uno stesso Ministero culturale vaticano. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo organizzato insieme il padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia. Ravasi era assolutamente favorevole e i Musei Vaticani lo hanno realizzato fisicamente. È questo il tipo di rapporto che abbiamo, oltre alla nostra profonda amicizia.
Vi confrontate?
Il suo obiettivo centrale è quello di ricostruire il rapporto tra l’arte di oggi e la Chiesa, un rapporto che si interruppe più di 200 anni fa con l’inizio della Modernità. È un progetto molto coraggioso e Ravasi è consapevole degli ostacoli; definisce il padiglione della Biennale come un piccolo germoglio verde, il segno delle intenzioni della Chiesa.
Qual è la differenza tra essere direttore di museo in Vaticano e in Italia?
Una differenza fondamentale è che qui non ci sono sindacati, ma è un regime autocratico e paternalistico. Le persone vengono assunte e se non lavorano bene vengono licenziate. Chi dice che il sistema della competizione aperta è necessariamente migliore? I Musei Vaticani sono sotto il controllo del Governatorato, attualmente diretto dal cardinal Bertello, il dicastero che amministra la vita quotidiana in Vaticano.
Avete dei donatori?
I donatori statunitensi hanno appena finanziato il restauro da 4 milioni di euro della Cappella Paolina di Michelangelo e ora ne daranno altri 2 per i lavori della Galleria delle Mappe e altri 2 per la Scala Santa. Ogni anno riceviamo circa 5-6 milioni principalmente da Stati Uniti, Regno Unito, Belgio e altri Paesi.
Fate prestiti?
Molti. I nostri criteri per autorizzare un prestito comprendono il merito scientifico e culturale della mostra, ma anche le priorità della Chiesa. Per la sua recente visita in Brasile, papa Francesco voleva una mostra sul «Volto di Cristo» e quando Benedetto XVI è stato a Dresda abbiamo mandato «La Madonna di Foligno» di Raffaello in modo che potesse venir esposta insieme alla celebre «Madonna Sistina».
Qual è il vostro più grande problema pratico?
Il numero di visitatori. Abbiamo ridotto i tempi di attesa grazie al sistema di prenotazioni online, ma l’afflusso può creare dei danni, soprattutto nella Cappella Sistina, che tutti vogliono vedere. Al culmine della stagione vi entrano 20-25mila persone al giorno con un’emissione pericolosa di monossido di carbonio e vapore e polvere. Abbiamo chiesto a Carrier, una ditta leader americana, di studiare un modo per tenere sotto controllo l’umidità; altrimenti dovremmo ridurre il numero di ingressi, cosa che non vorrei fare perché magari qualcuno arriva dalla Corea apposta per vedere Michelangelo.
Cosa le piace di più di questo lavoro?
Dopo che se ne sono andati via tutti stare nella corte ottagonale alla luce del tramonto, con le sue splendide sculture, il Laocoonte, la Venere Pudica, intorno a me. O nelle Stanze di Eliodoro, con l’affresco della Liberazione di san Pietro. Raffaello è stato il più grande pittore di tutti i tempi. E pensare che mi pagano anche!



di Anna Somers Cocks, da Il Giornale dell'Arte numero 338, gennaio 2014


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