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Frank Gehry

Sappiamo tutto di lui, autore di alcuni tra i più importanti edifici contemporanei. O forse no. L’archistar canadese si racconta

L'esplosione di colori del Bioparco di Panama

Parigi. A 85 anni, Frank Gehry ha ancora voglia di costruire e di sperimentare. Mentre a Parigi s’inaugura la Fondation Louis Vuitton del miliardario Bernard Arnault  e a Panama apre il coloratissimo Biomuseo, il Centre Pompidou gli dedica una mostra (8 ottobre-26 gennaio 2015).
Il critico Paul Goldberger ha definito la Fondation Vuitton «né carne né pesce», lontano dal Guggenheim di Bilbao ma anche dalla sede della Iac a New York, il quartier generale dell’InterActiveCorp inaugurato nel 2007. Quali sono stati i suoi riferimenti nel progettarla?
Anche per la Iac ho utilizzato il vetro e qui è stato l’unico modo per raggiungere quell’altezza, non avevamo il permesso di realizzarla con altri materiali. E una volta che abbiamo iniziato a giocare con il vetro, questo ha assunto sempre più la forma delle vele. A me suscita l’immagine di una regata.
Quali sono le differenze tra lavorare con il vetro curvo e i metalli curvi?
Il vetro può essere piegato senza ricorrere a stampi e senza bisogno di modellarlo in un forno. Ma c’è un limite da non superare affinché non si rompa, che bisogna rispettare rigorosamente.
Come è stato lavorare con Bernard Arnault, proprietario di Lvhm?
Piacevole, aveva le idee chiare su ciò che voleva. Nel mio lavoro cerco sempre di coinvolgere il cliente, cosa che mi aiuta a non ripetermi.
A cosa si è ispirato per il Biomuseo?
Panama è un paradiso per la biodiversità, la fauna e la flora sono spettacolari, ma ai giovani tutto questo non viene insegnato. La mission del Bioparco è quella di invogliarli a scoprire il proprio Paese. I colori sono un omaggio alla popolazione indiana, che vive in povertà sulla costa atlantica, a soli 80 chilometri da Panama City, che è invece protagonista di una grande crescita economica.
L’ampliamento del Philadelphia Museum of Art prevede alcune sale sotto l’attuale edificio neoclassico. Una scelta rispettosa della struttura esistente. Forse alcuni ritengono che lei non sia in grado di realizzare qualcosa di «visibile, ma discreto»?
Mi succede ogni volta, è una specie di maledizione. Quando accettai il lavoro, mi fu chiesto «qualcosa di eccitante come a Bilbao, ma inserito nel tessuto di questo edificio ottocentesco». La mia soluzione per legare insieme ambienti originari e nuovi è stata utilizzare il tunnel sotterraneo voluto da Horace Trombauer (uno dei progettisti del museo). Si estende per tutta la larghezza dell’edificio, ha un soffitto a volta ed è pieno di meravigliosi dettagli: un ingresso perfetto per le gallerie sotto la piazza.
Ha molti amici fra gli artisti, da Ron Davis a Ed Ruscha e molti altri. Le hanno mai dato consigli per realizzare un museo?
Da sempre mi confronto con loro per i miei progetti. E da sempre mi dicono l’esatto contrario di ciò che vorrebbero Glenn Lowry (direttore del MoMA) e colleghi: una white box, un immacolato spazio bianco. Gli artisti, i giovani in particolare, vivono tale «purezza» come un’imposizione. Infatti tutti amano Bilbao, così come tutti i direttori lo odiano.
La mostra al Pompidou farà scoprire qualche aspetto del suo lavoro ancora sconosciuto?
Ci saranno molti disegni, per la prima volta. E verrà analizzata la tecnologia 3D che utilizziamo per studiare come le diverse parti di ogni edificio si relazionano, per evitare modifiche ai progetti, conflitti e sprechi. Una cosa che nessuno sa è che i miei progetti rispettano sempre tempi e budget. Qualcuno dirà che sono costosi, ma Bilbao è costato 300 dollari al metro quadrato (233 euro ca) e la Disney Hall 270 milioni di dollari (210 milioni di euro ca), cioè il budget a disposizione.

di Jori Finkel, da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014


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