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Vernissage


Venezia

La «vatessa» tra pavoni e levrieri

Musa e opera d’arte vivente, dark lady e futurista, dannunziana e occultista: a Palazzo Fortuny ascesa e caduta della «divina marchesa» Luisa Casati Stampa

La marchesa in costume da «Regina della notte» su disegno di Léon Bakst nel 1922.

Venezia. Basterebbe il solo ritratto realizzato nel 1908 da Giovanni Boldini, che la ritrae in un elegante abito nero e mauve accompagnata da un levriero, per riconoscere nella marchesa Luisa Casati Stampa (Milano, 1881 - Londra, 1957) una delle donne più eleganti della sua epoca, una femme fatale dominatrice delle cronache mondane parigine nei primi due decenni del Novecento, leggenda vivente, dark lady, importante collezionista d’arte e mecenate, musa di simbolisti, fauves, futuristi e surrealisti. Alla donna che affascinò D’Annunzio (nel 1903 divenne la sua amante dopo averlo conosciuto durante una mondana caccia alla volpe) e che dichiarò apertamente di voler fare della propria vita un’opera d’arte, viene ora dedicata una grande mostra a Venezia, aperta a Palazzo Fortuny dal 4 ottobre all’8 marzo 2015. «La divina marchesa. Arte e vita di Luisa Casati dalla Belle Epoque agli anni folli», coprodotta dalla Fondazione Musei Civici di Venezia e da 24Ore Cultura - Gruppo 24 Ore, è ideata da Daniela Ferretti e curata da Fabio Benzi e Gioia Mori. La rassegna presenta per la prima volta, in uno dei «luoghi» più amati dalla marchesa (al secolo Luisa Amman), un percorso con oltre un centinaio di opere tra dipinti, disegni, gioielli, sculture, fotografie e abiti provenienti da collezioni private e da musei internazionali che illustrano mode, usi, costumi e passioni della donna che a inizio Novecento, con il trucco esagerato, le trasgressive ed eccentriche performance e una vita sopra le righe, fu capace di trasformare se stessa in una leggenda vivente, conturbante e sorprendente rappresentazione di modernità e avanguardia e divenne musa dei più grandi artisti del tempo, da Boldini a Bakst, da Marinetti a Balla, da Man Ray ad Alberto Martini, da Van Dongen a Romain e Brooks. In mostra sono esposti numerosi ritratti che la immortalano in mise straordinarie, eccentriche e raffinatissime, tra cui quello di Augustus Edwin John dell’Art Gallery of Ontario e i dipinti che le dedicò Alberto Martini, oltre allo straordinario «Ritratto della marchesa Casati» di Giovanni Boldini della Gnam di Roma, realizzato tra il 1911 e il ’13 a Parigi, raffigurante la marchesa con un’eccentrica acconciatura di penne di pavone che esalta il virtuosismo pittorico dello stesso ritratto. Tra le sculture che immortalano la sua effigie si possono vedere la testa di ceramica policroma di Renato Bertelli e un’opera di Paolo Troubetzkoy che la ritrae sempre con un levriero. Emergono poi gli straordinari gioielli di Cartier a lei direttamente ispirati, oggi in collezioni private, e una serie di fotografie che ritraggono Luisa Casati Stampa immortalata dall’obiettivo di Adolphe Gayne de Meyer, Man Ray e Mariano Fortuny, e da quello di Cecil Beaton, che ne «ruba» l’immagine quando viveva in miseria a Londra. Il percorso della mostra, attraverso continui rimandi visivi, ricostruisce le relazioni sociali e artistiche che hanno caratterizzato la vita di Luisa Casati Stampa, passando dalla gabbia dorata dell’alta società all’incontro con Gabriele d’Annunzio, che più di tutti contribuì al suo cambiamento, approdando alle stravaganze dei travestimenti e alla pratica dell’occulto. Con l’abilità tipica dei grandi trasformisti la marchesa sposò poi la causa del movimento futurista, conosciuto grazie all’incontro con Filippo Tommaso Marinetti che scrisse di lei nel 1918 nel testo L’alcova d’acciaio. Di lei scrissero anche lo stesso D’Annunzio e Robert de Montesquiou, che le dedicò tre sonetti talmente irriverenti da rimanere celati fra le sue carte. La mostra di Venezia ha il pregio di presentare questa donna in una dimensione più consapevolmente «artistica», ricostruendo la sua attività di collezionista e restituendo alle sue azioni e ai suoi mascheramenti una dimensione estetica che la rende un’antesignana dell’arte performativa e della Body art, in una visione della vita e dell’arte senza soluzione di continuità che la portò alla rovina economica e all’esilio nella capitale britannica dove trovò la morte nel giugno 1957. Aveva dilapidato la sua immensa fortuna (era la ricchissima ereditiera di un industriale del cotone, Camillo Casati Stampa che sposò nel 1900 diventando la marchesa Casati) in feste spettacolari raccontate sulle riviste di tutto il mondo, in case allestite come musei, in opere d’arte, costumi e abiti.

di Massimiliano Capella, da Il Giornale dell'Arte numero 346, ottobre 2014


  • «Marchesa Casati» (1920) di Renato Bertelli.
  • Abito «Delphos» in seta con cintura realizzato da Mariano Fortuny.
  • Luisa Casati con, da sinistra, Paul-César Helleu e Giovanni Boldini durante una festa in maschera nei giardini di Ca' Venier dei Leoni a Venezia nel 1913 in una fotografia di Fortuny.
  • «La marchesa Casati» (1920) di Romaine Brooks.
  • «Ritratto di Luisa Casati» (1908) di Giovanni Boldini.

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