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Vernissage


Roma

Il Saturday del Village

Per Danilo Eccher, Norman Rockwell non era solo il più popolare cantore dell’American Dream, ma anche il Warhol dell’illustrazione che «citava» Caravaggio e il Quattrocento, David e il Manierismo

«Freedom from Want» (1943). © 1943: SEPS, Norman Rockwell Museum Collections

Roma. Gli «happy days» di un’America in irresistibile ascesa, la Nazione ottimista, farcita di tacchini del Ringraziamento e torte di mele, abitata da famiglie che oggi diremmo residenti nel Mulino Bianco, gratificata da un rubizzo Babbo Natale e governata da presidenti giusti e buoni, andava settimanalmente in scena sulle copertine di «The Saturday Evening Post». Ne era autore, dal 1916 al 1963, un illustratore dotato di un mostruoso e precocissimo talento, Norman Rockwell (1894-1978), cui la Fondazione Roma Museo - Palazzo Sciarra dedica dall’11 novembre all’8 febbraio 2015 una completa retrospettiva, «American Chronicles: the Art of Norman Rockwell».
La mostra, fortemente voluta dal presidente della Fondazione, Emmanuele F.M. Emanuele, è organizzata dal Norman Rockwell Museum di Stockbridge nel Massachusetts e dalla Fondazione Roma-Arte-Musei in collaborazione con La Fondazione NY e la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico artistico ed etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma; allinea un centinaio tra dipinti, fotografie e altra documentazione, oltre alla raccolta completa delle 323 copertine originali di «The Saturday Evening Post».
Il testo qui pubblicato è tratto dal saggio in catalogo (Skira) di Danilo Eccher, direttore della Gam di Torino e curatore della rassegna con Stephanie Plunkett (curatore capo del museo americano intitolato all’artista), e offre una sorprendente lettura dell’opera di Rockwell: dietro il dotatissimo illustratore si celava un pittore colto e attento ai turbamenti della realtà.

(...) Ciò che rende l’opera di Rockwell così importante non è solo la sua capacità di testimonianza, non è semplicemente la sua tempestività nel cogliere gli umori del presente; vi è in questa ricerca una complessità concettuale e una raffinatezza linguistica che consente all’artista di moltiplicare i livelli di lettura dell’opera, aggiungendo alla narrazione iconografica, così amata dal pubblico, una più attenta e sofisticata composizione artistica, capace di accarezzare i pensieri più attrezzati. (...) Già in un’opera giovanile come «Slim Finnegan» del 1916, quando Rockwell aveva 22 anni, realizzata per «The Saturday Evening Post», la costruzione si espone a più aree di interpretazione critica che oscurano l’immediato realismo narrativo. Vi si legge il piano simbolico di una Nazione ancora giovane ma assolutamente determinata, coraggiosa, intraprendente (...). Il rischio di un cedimento retorico è diluito attraverso la recitazione infantile che sposta l’ambito simbolico in un più rassicurante contorno ludico, dove comincia a emergere l’elemento caricaturale, che accompagnerà Rockwell per gran parte della sua carriera e che consente quel «corto circuito» linguistico necessario a stemperare il peso letterario. (...) L’elemento caricaturale ha indubbiamente il valore linguistico di addolcire la ruvidità del dato simbolico, come quarant’anni più tardi farà Andy Warhol con la ripetizione seriale, ma in Rockwell assume anche il ruolo di divertita citazione, scorribanda cleptomane come nel caso di «Christmas Trio» del 1923 (...). L’impianto grammaticale si definisce con ancora maggiore compostezza in due opere come «If Your Wisdom Teeth Could Talk They’d Say, Use Colgate’s» del 1924 e «The Stay at Homes» del 1927, dove, al di là del contesto specifico della loro realizzazione, una pubblicità e un giornale femminile, la struttura formale tende a uniformare il livello compiutamente illustrativo con quello più specificatamente artistico, attraverso il ricorso alla definizione del dettaglio, alla ricercatezza del particolare. Sia nella pittura di interno, con lo scorcio della sala attigua, la prospettiva del caminetto, il cinturone appoggiato alla sedia o il tappeto a righe, sia nel paesaggio di orizzonte, con i mattoni del camino, il fazzoletto che pende sotto la giacca del vecchio, i gradi del piccolo marinaretto, tutto concorre a definire un racconto verista, un’immagine composta nell’ordine di una realtà certa, affidabile, assoluta. Una realtà priva di dubbi, un’immagine tangibile, sicura, a cui affidare la semplicità dello sguardo, a cui consegnare la propria indifesa curiosità. Emerge in queste opere, più che l’atmosfera del realismo americano del secolo precedente, la sofisticata e colta ambiguità della retorica napoleonica di Jacques-Louis David, in queste opere di Rockwell c’è la «Morte di Marat», «Il Primo Console attraversa le Alpi», c’è l’uso straordinariamente abile di un realismo puntiglioso e letterario che protegge e sostiene la più sottile funzione simbolica. In questi eleganti richiami formali, si scorge lo spessore culturale di Rockwell, affiora la volontà di incidere nel corpo dell’illustrazione, imporre allo sguardo un’attenzione maggiore, riscattare l’ambito descrittivo dai suoi ambienti decorativi per introdurlo nelle più sospese atmosfere di una colta concettualità. Un processo che non può rinunciare al suo volto popolare, che non vuole abbandonare la semplicità di un racconto familiare, la leggerezza di un desiderio. (...) Un processo di ricerca e di affinamento linguistico che alimenta molte opere nei primi anni Quaranta ma che si esprime soprattutto in lavori come «A Scout is Helpful» del 1939, o, in modo ancor più evidente, in «Mine America’s Call» del 1944, dove gli elementi di commovente coinvolgimento emotivo e di forza narrativa si coniugano con la drammaticità della luce e con l’ossessivo realismo del dettaglio. È una sorta di composizione caravaggesca, dove i personaggi affiorano dall’oscurità dello sfondo per accendere una luminosità cinematografica capace di sottolineare l’importanza del dettaglio, di stuzzicare l’interesse per il frammento. È evidente come nella struttura dell’illustrazione, l’elemento scenografico e teatrale rappresenti una componente essenziale, lo studio nella disposizione delle figure, la luce da consegnare ai soggetti, i dettagli apparentemente abbandonati sul palcoscenico, tutto contribuisce a una «messa in scena» che certamente nasce dall’urgenza illustrativa ma suggerisce anche un colto bagaglio manierista. Rockwell oscilla costantemente tra una narrazione popolare, funzionale a un immediato coinvolgimento emotivo, e una dotta articolazione linguistica che cattura i profumi dell’arte classica, della letteratura, di una ricercata simbologia. (...) Più di trecento copertine di «The Saturday Evening Post» hanno reso Rockwell il più importante illustratore statunitense (...). Ma la vita di giornale è anche cronaca, e la cronaca è a volte dura, difficile da edulcorare, richiede una scelta, una presa di posizione, un coraggio che Rockwell non teme e che gli impone un’opera come «The Problem We All Live With» del 1963. Lo spunto è un noto fatto di cronaca a New Orleans, dove tutte le mattine gli sceriffi dello Stato accompagnavano alla scuola pubblica la prima bambina di colore per proteggerla dalle ingiurie e dalle minacce della comunità bianca. Questa illustrazione, pubblicata su «Look» nel gennaio del 1964, ha una profonda ed evidente impronta politica e, dalla nobiltà del passo della bambina, assume anche un potente valore etico, ma è nella sua costruzione pittorica che merita un’attenzione particolare. Come per molti altri lavori, Rockwell utilizza un’inquadratura cinematografica, racconta i fragili frammenti della storia, la copertina di stelle che riveste il quaderno della bambina, le fedi al dito degli sceriffi e la loro probabile paternità, il documento che esce dalla tasca, i pezzi di pomodoro scagliati contro il muro, ma, soprattutto, divide la scena in tre fasce di grigi: la strada, lo scalino, il muro. Tre intensità cromatiche, sviluppate nelle linee del tonalismo che, come nei drappi alle spalle delle Madonne Cinquecentesche, hanno il compito di isolare la scena e rafforzare l’intensità emotiva del soggetto, così la bambina esalta il contrasto cromatico dell’abito bianco sulla pelle nera e impone la sua immagine, anche rinunciando alla centralità del quadro, per lasciare spazio allo schizzo informe del pomodoro. (...) L’arte di Norman Rockwell si sviluppa dunque lungo due percorsi paralleli: l’uno, più accattivante e coinvolgente, rivolto al processo illustrativo, capace di accarezzare lo sguardo con la semplicità di un’immagine poetica ed emozionale; l’altro, venato da un colto classicismo, immerso nelle spirali della mente, nel rigore dei suoi studi, nell’azzardo della sperimentazione linguistica, nella complessità di pensiero. Sotto la figura, oltre il racconto, al di la del virtuosismo mimetico, Norman Rockwell rincorre una pittura ruvida, accidentata, ostica, più di quanto il luccichio della superficie può raccontare, più di quanto un linguaggio facile e una narrazione semplice possano suggerire.

di Danilo Eccher, da Il Giornale dell'Arte numero 347, novembre 2014


  • «If Your Wisdom Teeth Could Talk They’d Say “Use Colgate’s” (Youth and Old Age)» (1924), realizzato per la campagna pubblicitaria del dentifricio Colgate. © Norman Rockwell Family Agency. All rights reserved. Norman Rockwell Museum Collections.
  • «Norman Rockwell with The Connoisseur» (1961), uno scatto di Louie Lamone.
  • «Family Tree» (1959). © 1959: SEPS, Norman Rockwell Museum Collections.
  • «Art Critic» (1955). © 1955: SEPS, Norman Rockwell Museum Collections
  • «Christmas Homecoming» (1948), per il numero di Natale. © 1948: SEPS, Norman Rockwell Museum Collections.
  • «The Runaway» (1958);© 1958: SEPS, Norman Rockwell Museum Collections
  • «The Problem We All Live With» (1963), illustrazione per «Look» del 14 gennaio 1964. © Norman Rockwell Family Agency. All rights reserved.Norman Rockwell Museum Collections.

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