Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Vernissage

Firenze

Il principe che ingioiellava i papi

Dal fondatore Mario al figlio Gianmaria, i 100 anni dello «Stile Buccellati», amato dal jet set internazionale ma anche dalla discreta borghesia milanese

«Spilla Gran Dama» (2003) con perla centrale «Melo-Melo», oro giallo, verde, rosso, bianco e rosa, e brillanti fancy di Gianmaria

L’espressione francese «La belle ouvrage» è decisamente il modo perfetto per descrivere il mondo dei Buccellati. Sono trascorsi quasi 100 anni da quando Mario Buccellati (Ancona, 1891 - Milano, 1965), rilevando l’attività di oreficeria della famiglia, aprì il suo primo negozio nel 1919 a Milano; poi ci saranno Roma nel ’25 e Firenze nel ’29. All’inizio l’ispirazione di Mario Buccellati sarà fortemente influenzata dal Liberty, malgrado a Parigi e a Londra nello stesso periodo si fosse già quasi alla fine del periodo Art Déco. Non dimentichiamo che in Italia si passa quasi direttamente dal floreale allo stile degli anni Trenta, e il cosiddetto periodo Art Déco non sarà così diffuso. Un incontro che ha dato un forte impulso alla crescita del marchio Buccellati attraverso una nuova linea stilistica detta stile Vittoriale fu quello tra Mario e Gabriele d’Annunzio. Nel 1922 il poeta entrò per la prima volta nel negozio milanese: ne nacque non solo una grande amicizia con «il principe degli orafi» (come era solito definirlo), testimoniata da 83 lettere di consigli, schizzi e indicazioni precisi di D’Annunzio, ma anche una delle storie più interessanti tra un committente e il suo esecutore. Il risultato sarà una serie d’oggetti per il Vittoriale (portagioie, portasigarette e portapillole con incisi motti e immagini cari a D’Annunzio), ma anche cassetti pieni di gioielli per le amanti del poeta. Come controparte di questo patrocinio sulfureo, Buccellati sarà l’orafo del Vaticano, specialmente di Pio XI e di Pio XII, senza dimenticare i Savoia, i Borbone di Spagna, i reali del Belgio e re Faruk d’Egitto. Queste committenze avranno un’importanza capitale per lo sviluppo dell’azienda e le ricche borghesie e aristocrazie belghe, madrilene, cairote e italiane saranno la base della clientela di Mario Buccellati. Durante quasi tutto il suo secolo di vita, la ditta Buccellati ha seguito la stessa ispirazione molto lombarda e spagnola, proveniente più dall’arte del metallo che del gioiello puro. Non è un caso che la prima mostra internazionale che lancerà Buccellati sarà a Madrid nel 1921. Le pietre rivestono un interesse di secondo piano, e l’attività della ditta Buccellati è più accomunabile all’arte decorativa erede delle botteghe di Milano, di Toledo e anche del Cairo mamelucco, con le loro tecniche specifiche oggi dimenticate come il telato, il rigato, il segrinato oppure il modellato. L’attività dell’azienda viene quindi distribuita in due laboratori, uno per l’oggettistica l’altro per la gioielleria, anche se, secondo la tradizione milanese, molto lavoro è eseguito da artigiani a casa. Stranamente la fonte d’ispirazione delle due linee è assai diversa: l’argenteria, prevalentemente per la tavola, ha un’ispirazione molto rococò («La coppa dell’Amore» del 1975), lussureggiante, caratterizzata com’è da tripudi di frutta, uccelli e fogliame tipici del gusto anni Cinquanta perfettamente edonista. La gioielleria è invece più severa e «neutra», per un’alta borghesia che non vuole farsi notare e la indossa su un abito di velluto nero all’opera in una nebbiosa serata milanese, newyorkese o di Tokyo. La grande abilità di Mario Buccellati è di avere individuato una seria di tecniche (il vero segno distintivo della casa è la lavorazione a «tulle» o a «nido d’ape», in cui il fine traforo è esaltato dall’incastonatura di brillanti e pietre preziose) che attraggono una clientela tanto diversa (giapponese, americana, cinese, indiana e di quasi tutte le culture d’Europa), perché in ognuno di questi Paesi c’è oppure c’è stato un uso simile del metallo nelle arti decorative di lusso, che dunque consente alla clientela locale di identificarsi facilmente in questi monili. Il bracciale d’oro a tre colori guilloché è stato ed è ancora un segno distintivo per ricche signore tradizionali e discrete: l’anti bling-bling, mentre stranamente oggi l’azienda produce custodie per iPhone, che avrebbero certamente fatto inorridire Mario Buccellati. Con l’attuale declino generale delle arti della tavola, quest’attività è adesso molto più ridotta e la maggior parte delle collezioni è destinata alla gioielleria. Alla morte del fondatore Mario, Gianmaria (Milano, 1929) e tre dei suoi quattro fratelli procedono alla diffusione dell’immagine del lavoro del padre, ampliando l’espansione internazionale (Gianmaria sviluppa la distribuzione in Estremo Oriente, Hong Kong e Giappone). Gianmaria è sempre stato estremamente dotato per i rapporti umani e commerciali (a soli 19 anni inizia a dirigere il negozio di Milano) tanto che il suo nome sembra aver messo in ombra quello del padre, vero fondatore del marchio: Mario ha impostato tutti i codici creativi dell’azienda, mentre Gianmaria, certo con grande maestria grazie alle sue doti di disegnatore e creatore, li ha «solo» sviluppati. La sindrome della terza generazione ha colpito anche la famiglia Buccellati. I figli di Gianmaria e i loro cugini, tutti nipoti del fondatore Mario, non hanno trovato una sinergia comune per portare avanti l’azienda, che hanno venduto al fondo d’investimento Clessidra. Al fine di salvaguardare il patrimonio di conoscenze, oggetti e disegni di Mario e soprattutto di Gianmaria, è stata istituita la Fondazione Gianmaria Buccellati, che punta a divulgare l’arte orafa italiana nel mondo. Il primo appuntamento è la mostra «I tesori della Fondazione Buccellati. Da Mario a Gianmaria, 100 anni di storia dell’arte orafa» (catalogo Skira), allestita nel Museo degli Argenti di Palazzo Pitti dal 2 dicembre al 22 febbraio e che riunisce oltre cento opere tra gioielli, lavori di oreficeria e di argenteria disegnati da Mario e Gianmaria, da apprezzare anche come veicolo di comunicazione della nuova gestione del marchio.


Bruno Muheim, da Il Giornale dell'Arte numero 348, dicembre 2014


  • «Scrigno Mediceo» (1970) in oro giallo, acciaio brunito, castoni in oro bianco incassati in brillanti di Gianmaria
  • Tiara sforata a tulle in argento e oro giallo  con brillanti e diamanti (1929) di Mario.
  • «Spilla Panda» (2001) con corpo formato da perla barocca, in oro bianco, brillanti e oro giallo di Gianmaria
  • «Coppa Boscoreale Calice» (1923) in argento inciso «ad ornato» con fodera interna in ottone dorato di Mario.
  • «Coppa dell’Amore» (1974)  in diaspro rosso antico con oro inciso modellato a rouche di Gianmaria
  • Anello musone (1936) in oro e argento con zaffiro, brillanti e diamanti di Mario.
  • Gianmaria Buccellati.
  • «Cratere delle Muse» (1981) in giada antica, oro giallo modellato a rouches con zaffiri di Gianmaria; 9. «Spilla Gran Dama» (2003) con perla centrale «Melo-Melo», oro giallo, verde, rosso, bianco e rosa, e brillanti fancy di Gianmaria
  • «Coppa della Regina» (2002) in cristallo di rocca  e oro giallo con zaffiri multicolore di Gianmaria

Ricerca


GDA maggio 2018

Vernissage maggio 2018

Fotografia Europea 2018

Vedere a ...
Vedere a Venezia e in Veneto 2018

Vedere nelle Marche 2018

Vedere a Milano 2018

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012