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Bruno Zanardi, restauratore, docente universitario e polemista nel nome d’Urbani

Il re nudo

Il restauro si fa col photoshop

Un’operazione corregge l’impropria equazione tra restauro e filologia e fornisce nuove conoscenze agli studiosi per evitare nuovi e dannosi restauri

Maestro dell’Incoronazione di Bellpuig, Madonna dell’Umiltà, prima metà XIV secolo, Urbino, Galleria Nazionale delle Marche, dopo il restauro virtuale con ipotesi di rimozione delle ridipinture

Un mio brillante allievo del Corso di Laurea in Restauro dell’Università di Urbino, Luciano Ricciardi, nel novembre 2013 ha discusso una tesi di laurea sul restauro virtuale delle opere d’arte con photoshop. Intendiamoci, l’impiego di photoshop nel restauro non è una novità. Già alla fine degli anni Ottanta è stato usato dall’Opificio delle Pietre Dure (Opd) per alcune opere in restauro presso di loro, un Cosmé Tura, ad esempio, e negli anni ’90 dall’Istituto Centrale del Restauro (Icr) per l’Annunciazione di Palazzolo Acreide di Antonello. Sempre però, Icr e Opd, utilizzando photoshop come strumento per stabilire quali lacune di un’opera reintegrare e quali no, ovvero come condurne la reintegrazione, se a tratteggio, selezione, astrazione, tinta neutra eccetera, quindi nei fatti sempre finalizzando questa tecnica a una concreta operazione di restauro.
Diversa è invece l’applicazione che, nella sua tesi, ha fatto di photoshop il dottor Ricciardi su due opere della Galleria Nazionale delle Marche, messe a disposizione dalla soprintendente Rosaria Valazzi e dalla direttrice della Galleria, Agnese Vastano. Una Madonna dell’Umiltà del «Maestro dell’Incoronazione di Bellpuig» e una Vergine Annunciata di Olivuccio di Ceccarello, entrambi artisti di seconda metà del Trecento. Ha infatti reintegrato le lacune di colore usando parti di quelle stesse opere, ovvero di altre dello stesso autore. Per fare questo, prima, ha condotto una dettagliata campagna fotografica ravvicinata dei bordi delle lacune nei due dipinti esaminati per trovare tutti i possibili riferimenti, gli «attacchi», tra ciò che è rimasto e ciò che non c’è più e si deve ricostruire. Poi, ha soggiornato lungamente nell’archivio fotografico della Soprintendenza (e qui bisogna ringraziare il direttore, Gabriele Barucca) per esaminare in dettaglio la documentazione storica delle opere, entrambe soggette a più restauri negli ultimi decenni. Infine ha condotto (a sue spese!) un’indagine all’Ir e agli Uv delle due opere. Stabilendo che, nella Madonna dell’Umiltà, manto della Vergine e fondo erano stati completamente ridipinti nella prima metà del Quattrocento, mentre che nella Vergine Annunciata non esisteva ridipintura alcuna. A quel punto, nella Madonna dell’Umiltà ha rimosso (virtualmente) le ridipinture, restituendo all’opera il suo originario stato di «fondo oro»; dopodiché ha reintegrato la grande lacuna tra viso, collo e manto della Madonna, riprendendone le forme da un’altra delle altre opere del gruppo del «Maestro di Bellpuig», la «Madonna» della collezione Kisters, a Kreuzlingen (Svizzera), tra l’altro scoprendo che la sagoma del disegno dei due dipinti è uguale. Nella Vergine Annunciata di Olivuccio di Ceccarello ha reintegrato le lacune nel fondo oro e nell’architettura, usando le contermini parti intatte, mentre per la reintegrazione del viso del Dio Padre ha impiegato, rimpiccioliti, il viso della Vergine, ovvero dell’angelo, quindi lasciando aperte due diverse ipotesi di reintegrazione.
Tre i risultati che un simile modo di procedere coglie. Il primo, correggere l’impropria equazione coniata da Argan al convegno dei soprintendenti del 1938, e ancor oggi seguita come un oracolo nelle alte stanze ministeriali, tra restauro, scienza e filologia: «Il restauro è oggi concordemente considerato come un’attività rigorosamente scientifica e precisamente come indagine filologica». La corregge, riportandola alla formidabile differenza di statuto tra restauro e filologia evidenziata tempo fa da Gianfranco Fiaccadori, il primo a parlare di «restauro virtuale»; ovvero, sia rispetto alla piana evidenza di come, da Karl Lachmann in poi, vale a dire dalla prima metà dell’Ottocento, la filologia testuale è disciplina storica che mira alla ricostituzione dell’originale di un testo letterario per via documentaria e/o attraverso la critica interna, sia rispetto a quanto scriveva nel 1920 Giorgio Pasquali in un suo libro celeberrimo, ma evidentemente ignorato da Argan: «La filologia non è né scienza esatta né scienza della natura, ma, essenzialmente se non unicamente disciplina storica». Il secondo, sul piano critico, portare un ulteriore strumento di conoscenza alla storia dell’arte dei conoscitori. Conoscitori che procedono nei loro studi essenzialmente sulla base di confronti fotografici. Quindi offrendo loro l’accesso, oltre che alla foto dell’immagine al vero, a una o più ipotesi fotografiche virtuali e filologicamente fondate di restituzione ad integrum dell’immagine di partenza. Infine, con lo spostare i restauri sul piano virtuale (non solo le reintegrazioni, ma anche le puliture possono essere tali), evitando alle opere nuovi e sempre più o meno dannosi restauri, cioè consentendo loro di restare allo stato di documenti da tramandare alle future generazioni come tali.

Bruno Zanardi, da Il Giornale dell'Arte numero 339, febbraio 2014


  • Maestro dell’Incoronazione di Bellpuig, Madonna dell’Umiltà, prima metà XIV secolo, Urbino, Galleria Nazionale delle Marche, dopo il restauro virtuale con ipotesi di rimozione delle ridipinture
  • Olivuccio di Ciccarello da Camerino, Annunciazione, seconda metà XIV secolo, Urbino, Galleria Nazionale delle Marche dopo il restauro virtuale
  • Bruno Zanardi
  • Olivuccio di Ciccarello da Camerino, Annunciazione, seconda metà XIV secolo, Urbino, Galleria Nazionale delle Marche prima del restauro virtuale

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