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Il re nudo


Il re nudo

La Corte dei Conti vuol fare i conti

Agenzie di rating, supermercati doc e alluvioni: diario italiano

Corte dei Conti vs agenzie di rating: non hanno tenuto conto del «valore»  del patrimonio artistico italiano

La Corte dei Conti intende chiedere un risarcimento di 230 miliardi a Moody’s e Fitch e a Standard & Poor’s perché queste, nel valutare nel 2011 l’affidabilità creditizia del nostro Paese, declassandola, non avrebbero tenuto conto del valore del patrimonio artistico, citando Cappella Sistina, Divina Commedia e «La dolce vita». La richiesta appare bizzarra. Peraltro in linea con un’altra uscita bizzarra della Corte che a febbraio, invocando di nuovo il valore del nostro patrimonio artistico, diceva 3.430 i nostri musei, mentre sono oltre 4mila, 10mila le chiese, mentre sono 80mila, 30mila dimore storiche, mentre sono 10mila in più, e così via senza ben sapere quel che diceva. Qui, invece, la Corte dei Conti vuole monetizzare la Sistina, che è all’estero, in Vaticano, la Divina Commedia e «La dolce vita», cioè un libro e un film, quindi vuole monetizzare cose che non valgono nulla. Di più, restando alle opere d’arte, mai le due agenzie avrebbero potuto compiutamente monetizzare visto che nessuno sa quante sono e dove siano perché, all’oggi, ancora ne manca un catalogo. Né credo la fatica sarebbe servita a molto visto che il patrimonio artistico è, ex lege, un bene indisponibile in quanto vincolato. Non è allora che ha ragione Standard & Poor’s a definire questa uscita dell’Italia «poco seria e senza fondamento»? Cioè un’alzata d’ingegno da far ridere mezzo mondo?

Un supermercato per i buoni agricoltori
Il sindaco di Bologna Virginio Merola darà a Oscar Farinetti, patron di Eataly, un’area agricola di 72 ettari dove mettere in piedi una Disneyland del «cibo italiano doc», con polli che ruspano contenti, mucche in libertà, latte con cui fare in diretta parmigiano, tomini e mozzarelle, bistecche in cui ridurre le suddette mucche, acqua di fonte in cui far bollire zamponi e galline. Insomma, gli stessi «cioccolata, caffè, vini e presciutti» che don Giovanni (Farinetti) ordina a Leporello (Merola) d’imbandire così da ingannare Masetto (il popolo). Intendiamoci. Nulla di personale con Farinetti e Merola. Il primo, perché fa giustamente i suoi affari, inoltre ha per me il merito assoluto d’essere figlio del leggendario «Nord», di cui Beppe Fenoglio narra in Il partigiano Johnny. Il secondo, perché continua a confondere, peraltro in linea con moltissima della nostra sinistra, Disneyland con la politica. Ho invece da eccepire su due cose che riguardano il popolo. La prima, l’uso del territorio, che sembra epigrafe del completo fallimento della stagione emiliana in cui il museo doveva andare, appunto, al territorio, cioè al popolo. La seconda, l’inganno fatto di nuovo al popolo da un’economia e da una politica che continuano a non comprendere che perseguire il bene sociale non significa annullare le differenze tra gli uomini, assicurando loro un benessere consumistico da animali post storici, ma riconoscere e valorizzare quelle differenze in un progetto che sia insieme economico, morale ed etico. Un esempio. Si è pensato a quale effetto avrà sulle sempre più fragili e malate economie agricole e commerciali del territorio e sulla desertificazione di paesi e frazioni del territorio (lo stesso dove dovevano andare i musei) la messa in funzione di questo ennesimo e immenso supermarket alimentare, pur se del cibo made in Italy?

Nuotare sott’acqua
L’Italia sta andando un’altra volta sott’acqua: dal 1960 al 2012, 541 inondazioni e 812 frane, con 7.128 vittime e 245mila tra sfollati e senza tetto; ciò senza contare danni e vittime dei terremoti. Ebbene, nel 1976, 38 anni fa, l’Istituto centrale del restauro di Giovanni Urbani aveva prodotto un piano pilota per la conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente. Un piano da sperimentare in Umbria, che poneva al proprio centro il problema dei rischi ambientali, idrogeologici e sismici in primis. Nelle intenzioni di Urbani, il piano era un modo per far uscire il problema della tutela dall’aleatorietà del restauro estetico, facendolo invece entrare in quello dell’ambiente, cioè nei concreti interessi della società. Ciò, sia operando sul piano della prevenzione sia ponendo le premesse perché le opere d’arte venissero considerate componenti ambientali antropiche altrettanto necessarie al benessere della specie delle componenti ambientali naturali; in altre parole, l’apertura alla fondazione di una «ecologia culturale». Il progetto venne però fortemente contrastato dall’intero corpo dei soprintendenti, fino a farlo chiudere per sempre in un cassetto. Domanda. Visti i danni e le vittime create in questi ultimi decenni nel Paese dalla mancata prevenzione dai danni ambientali e visto che, ancora oggi, al Ministero dei Beni culturali si continua a far coincidere la tutela con il restauro estetico, cioè, per capirci, a curare l’agonia del patrimonio artistico con dei «pannicelli caldi», perché non chiudere a chiave il Ministero dei Beni culturali? Magari chiudendoci dentro non solo l’attuale ministro ma anche tutti quelli che lo hanno preceduto?

di Bruno Zanardi, da Il Giornale dell'Arte numero 340, marzo 2014


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