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Il re nudo

Delitto perfetto nei musei locali

Sotto i colpi della spending review e del blocco del turn over, decine di istituzioni perdono i propri vertici e le necessarie competenze tecnico-scientifiche

Luca Baldin

Un delitto efferato ai danni del patrimonio culturale del nostro Paese si sta perpetrando con conseguenze difficilmente immaginabili nel medio e lungo termine. Si tratta dell’interruzione nel rinnovo dei vertici delle istituzioni museali degli enti locali, sotto il colpi ciechi della spending review, del blocco del turn over e, infine, delle consulenze, che avevano rappresentato per qualche anno un rimedio (pasticciato) a una situazione ogni giorno più incresciosa.
Da tempo assistevamo al progressivo declassamento dei vertici tecnico-scientifici delle istituzioni museali a causa del «riordino» dei ruoli dirigenziali della pubblica amministrazione; ma ora, e con una frequenza allarmante, si è passati alla pura e semplice cancellazione dei ruoli, persino forzando i regolamenti comunali.
Già il 5 giugno 2011 una raccomandazione di Icom Italia all’Anci, Associazione Nazionale Comuni Italiani, e all’Upi, Unione delle Province d’Italia, del tutto inascoltata, aveva lanciato l’allarme. Da allora, sotto i colpi della crisi, la situazione ha subito un degrado vertiginoso, al punto da costituire oggi un’autentica emergenza nazionale. Per dare un’idea dell’entità del problema è utile citare i numeri dell’indagine Istat del 2011 su musei, aree archeologiche e monumenti in Italia: da essa risulta che i musei di ente locale sono ben 2.090 e che il 40% non dispone di una direzione scientifica. Se possibile, dal 2011, la situazione è peggiorata: in Puglia i direttori di ruolo si contano sulle dita delle due mani a fronte di oltre 150 musei censiti; nel Veneto stanno saltando persino le direzioni dei capoluoghi di provincia, oltre a casi emblematici, come Vittorio Veneto (l’intero sistema dei musei civici e in particolare del Museo della Battaglia), orfano di responsabili scientifici a pochi mesi dal centenario della Grande Guerra; nelle Marche, il Museo del Mare di San Benedetto del Tronto, dopo un costoso allestimento è stato svuotato di qualsiasi competenza scientifica; in Lombardia, a un anno dall’Expo, i musei civici di Crema, Lodi e Cremona (il Museo Ala Ponzone) sono solo esempi di una sofferenza palpabile e di un progressivo azzeramento di un corpo tecnico-scientifico che è stato di livello europeo; in Piemonte, il Museo Civico di Casale Monferrato attende un direttore dal 2010... E l’elenco potrebbe continuare. La storica battaglia dei professionisti italiani per ottenere che il museo fosse riconosciuto come un’istituzione culturale dotata di indipendenza, apparentemente vinta col riconoscimento nel Codice dei Beni culturali, rischia di chiudersi con un disastro, determinato dal puro e semplice svuotamento di quelle stesse istituzioni di tutte le competenze indispensabili a funzionare.
Il silenzio attorno a questo delitto perfetto è stupefacente: non una voce si leva per segnalare quanto sta accadendo e anche i cronisti più attenti, nel perdersi dietro all’ennesima frana di Pompei, sembrano guardare più al dito che alla Luna, citando peraltro e sempre i soliti 400 musei dello Stato, e dimenticando gli oltre 4mila degli enti locali e dei privati, evidentemente figli di un dio minore. Proprio questi, invece, sono oggi quelli più a rischio, a causa di una legislazione nazionale cieca che favorisce e giustifica una disattenzione a livello locale colpevole e vergognosa, a partire dalle Regioni, che si guardano bene dal far rispettare le loro stesse leggi.

di Luca Baldin , da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014


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