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Vernissage


Franco Bernabè

Il nuovo presidente del Palaexpo si presenta: tra i suoi primi obiettivi, restituire un'identità al Palazzo delle Esposizioni, risolvere l'«equivoco» Casa del Jazz e fare della ricchezza culturale della città una risorsa e non più, paradossalmente, un problema

Franco Bernabè di fronte a «Concetto spaziale» (1960) di Lucio Fontana conservato al Mart. Foto © Mart, Jacopo Salvi, 2014


Il Municipio di Roma ha finalmente scelto il nuovo consiglio di amministrazione dell’Azienda Speciale Palaexpo, sulla base delle candidature presentate entro il 18 dicembre scorso tramite avviso pubblico. Ai cinque posti del Cda siederanno, tutti a titolo gratuito, Franco Bernabè (presidente), Claudia Ferrazzi, Silvana Novelli, Claudio Strinati e Lorenzo Zichichi. Bernabè, 65 anni, notissimo manager già alla guida di Telecom ed Eni, in campo culturale ha operato come presidente alla Biennale di Venezia (2001-03) e, dal 2004, al Mart di Trento e Rovereto, ruolo che lascia dopo la nomina romana.

Presidente, com’è avvenuta la sua nomina?
Nel modo più semplice, con una telefonata del sindaco Marino. Ci siamo incontrati, gli ho chiesto qualche giorno per un approfondimento sulle condizioni e sui problemi dell’azienda e le possibili soluzioni da concordare insieme, dopo di che gli ho dato la mia disponibilità.

Ha chiesto particolari garanzie?
Le due «Kunsthalle» che compongono il Palaexpo, le Scuderie del Quirinale e il Palazzo delle Esposizioni, in quanto tali non  hanno proprie collezioni da offrire in contropartita ai prestiti di altre istituzioni. In una situazione del genere non si può programmare un’attività senza avere almeno certezze sulle prospettive finanziarie. Certo, il decreto Salva Roma non è stato ancora approvato, ma ho accertato la disponibilità del sindaco a contribuire a risolvere i problemi, che non sono piccoli, e mi sono anche sentito in dovere di dare una mano alla città. Oggi la certezza sui soldi non la può dare nessuno.

Come gestirà i rapporti con la politica?
Io di rapporti con la politica non ne ho e l’autonomia di gestione è prevista dallo statuto. Il mio impegno è quello di far emergere tutte le potenzialità del Palaexpo.

Quali sono i punti critici dell’azienda?
Palaexpo è composto da tre realtà distinte: le Scuderie del Quirinale, che offrono mostre di grande prestigio e hanno un’identità precisa e vincente in termini di politica culturale; il Palazzo delle Esposizioni che, al contrario, ha problemi di identità, paradossalmente aggravati proprio dall’arrivo in azienda delle Scuderie, diventate il luogo delle mostre d’eccellenza; e la Casa del Jazz, che ha una storia particolare in quanto nasce da un sequestro di beni alla criminalità organizzata, ha una missione non coerente con quella delle altre due sedi e per di più si sovrappone a quanto già svolge la Fondazione Musica per Roma. Ne ho parlato con il sindaco: le va trovata una collocazione corretta che non può essere l’attuale, perché assorbe risorse importanti e contribuisce a rendere incerta l’identità di Palaexpo.

E il rapporto con il Macro? A un certo punto si era parlato anche di fusione...
Altre municipalità in Italia hanno ridisegnato in modo organico e coerente la propria identità e missione nella sfera museale-espositiva. Uno degli esempi secondo me più riusciti è la Fondazione Musei Civici di Venezia, che rappresenta un benchmark, poi ogni realtà è diversa: come a Torino, dov’è stato fatto un lavoro analogo ma diverso, come Brescia, che sta andando in quella direzione. A Roma invece l’assetto è ancora da ripensare; noi possiamo dare una mano, ma le decisioni di indirizzo dipendono dal Campidoglio. Certamente l’indirizzo attuale non è il migliore: Venezia è un riferimento di cui tener conto, anche perché la Fondazione Musei Civici di Venezia non grava più sulle casse del Comune. Certo Roma è molto più complessa, ha una ricchezza di istituzioni culturali come poche città al mondo, ed è bene, come diceva Mao, che mille fiori fioriscano. Però sono davvero sostanziali sinergia, collaborazione tra istituzioni (Stato, Comune, accademie straniere, fondazioni, università ecc.) e ottimizzazione delle risorse, specialmente in tempi di scarsità di fondi per la cultura e tanto più per due luoghi espositivi simbolo di Roma come le Scuderie e il Palazzo delle Esposizioni. Ci stiamo già muovendo in questa direzione.

Il Palazzo delle Esposizioni ha i suoi punti deboli, per esempio i mesi estivi. Pensate anche a strumenti tipo «call for proposal»?
Assolutamente no, perché va definita prima di tutto l’identità del Palazzo delle Esposizioni e solo dopo vengono le iniziative. È sbagliato pensare a un luogo da riempire con eventi occasionali. C’è un’area nella quale il Palazzo delle Esposizioni ha dimostrato di essere un punto di riferimento, ossia quella delle grandi mostre a carattere divulgativo, storico e scientifico. Lì va ricercata la sua missione. Ogni contenitore ha bisogno di una sua identità precisa, perché solo così si riesce a fare vera politica culturale e nel lungo periodo a costruirsi un pubblico. Il suo problema oggi è che è ondivago, non si capisce bene che cosa propone.

Ha qualche idea per dargli un’identità più definita?
Sicuramente con le grandi mostre che le dicevo, storico-scientifiche-divulgative, e poi con un recupero del suo senso originario, quando era all’avanguardia nel campo della museografia: il senso della modernità, della contemporaneità, che non significa fare arte contemporanea ma avere la contemporaneità come riferimento, come chiave di lettura, come visione e anche come uso di strumenti contemporanei, ma sempre in un’ottica prevalentemente didattica e informativa. Sono linee generali, di riflessione, poi il Cda deciderà collegialmente.

Che cosa porta a Roma dalle sue esperienze alla Biennale di Venezia e al Mart?
Al Mart ci sono stato in tutto dodici anni, alla Biennale di Venezia solo due, però l’esperienza di Venezia è stata importante, soprattutto per l’edizione del 2003, fucina di una generazione di giovani curatori come Bonami, Gioni e Hanru. La rivendico con orgoglio, quella Biennale ha marcato una discontinuità molto forte e positiva. Dal Mart porto la conoscenza delle problematiche di un museo, della relazione tra il museo e il suo pubblico, della definizione di identità culturale. Ma anche l’esperienza con due persone straordinarie, Gabriella Belli e Cristiana Collu, e con i loro modi molto diversi di interpretare il museo, il suo ruolo, la politica di programmazione. Due figure positive, in sintonia coi tempi: la Belli grande storica dell’arte e organizzatrice, che ha dato un impulso straordinario al Mart e ora sta facendo un ottimo lavoro alla Fondazione Musei Civici di Venezia; la Collu con una capacità di innovazione, fantasia, desiderio di esplorazione incredibili. Cultura e conoscenza da un lato, ricerca e sperimentazione dall’altro. E per me rivendico di essere riuscito a tenere l’istituzione totalmente fuori da qualsiasi tipo di interferenza politica, che va sempre a scapito della qualità.

Il rapporto con i privati come sarà?
È un elemento molto importante, anche perché il pubblico ha sempre meno soldi e se si vuole la qualità c’è bisogno anche di risorse, che bisogna andare a cercare, cosa non facile. A Roma c’è un esempio d’eccellenza nel rapporto pubblico-privato, quello tra la Soprintendenza per i Beni archeologici ed Electa nella gestione del Colosseo-area archeologica centrale. Grazie a quella sinergia si sono verificate molte condizioni auspicate dalla legge Ronchey: lo Stato ha avuto più risorse per svolgere il suo ruolo di tutela e conservazione, e i privati hanno avuto una funzione importante nel campo dello sviluppo e valorizzazione. Una collaborazione proficua che ha portato risultanti importanti per la città in termini di crescita del numero di visitatori e di qualità dei servizi. Palaexpo ha aperto una riflessione; nel suo futuro di certo andrà riallacciato il dialogo con la Fondazione di Roma, estremamente ricca e attiva, altro esempio d’eccellenza grazie alla politica intelligente e autonoma svolta dal presidente Emanuele. Ci sono modi differenti di interpretare il rapporto pubblico-privato, alcuni abbastanza spregiudicati come Thomas Krens col Guggenheim o il Louvre con gli Emirati Arabi, ma è possibile esplorare e trovare forme di collaborazione non solo rispettose della missione culturale dell’istituzione, ma che siano in grado persino di potenziarla.

Zichichi nel Cda può essere un problema? Come editore (suo Il Cigno GG) e organizzatore di mostre non si trova in conflitto di interessi?
Le nomine spettano al sindaco, noi prendiamo soltanto atto. I conflitti di interessi, nel caso ci siano, vanno semplicemente dichiarati, in modo che tutti ne siano consapevoli, poi spetterà alla collegialità del Cda non creare situazioni critiche; certo, laddove l’amministratore si trovasse in conflitto di interessi deve astenersi dal prendere delle decisioni. 

Da oggi inizia una nuova avventura.
L’Italia è un Paese che nella globalizzazione ha immense difficoltà. È un Paese piccolo con un mare di problemi, tra i quali un debito pubblico enorme. Quello che può salvarla è la capacità di innovare, sperimentare, definire nuovi canoni, anche di tipo estetico. Ed è il motivo per cui abbiamo ancora successo nel mondo: basti pensare ai nostri stilisti. Dobbiamo lavorare su questo, su storia, cultura e arte. Trovo stupefacente che si metta in discussione l’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole, dimostrando una totale incapacità di capire quali sono i vantaggi competitivi dell’Italia. L’arte, la cultura in generale, è importante non perché dà o non dà da mangiare, come diceva Giulio Tremonti, ma perché è il lievito che consente a tutto il resto di crescere. Il brand dell’Italia nel mondo, il ruolo che può avere, è la creatività, cosa che la distingue da tutti gli altri Paesi. Ma questa creatività va nutrita di musei, mostre, archeologia ecc. Va fatto uno sforzo enorme in questa direzione, per questo dico che la riqualificazione dell’offerta culturale è lo strumento più importante per rivitalizzare la città. È necessario uno sforzo d’investimento a tutti i livelli, sia da parte pubblica sia privata.


Il reportage completo è pubblicato nel numero di «Vernissage» allegato a «Il Giornale dell'Arte dell'Arte» di maggio.

di Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014


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