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Vernissage


Tatiana Trouvé

Una personale dell'artista italo-francese al Museion: «Cerco di fossilizzare ciò che è stato dimenticato. Mi piace immaginare tempi paralleli che, a un certo punto, possono incontrarsi»

Tatiana Trouvé © Courtesy dell’artista e di Gagosian Gallery Foto di Matteo D'Eletto, M3studio srl.


Tatiana Trouvé con le sue opere esplora il terreno polveroso delle emozioni, della memoria e della dimenticanza, trasformando i ricordi in misteriose sculture modulari e le sensazioni in piogge di pendoli metallici. Nata a Cosenza 46 anni fa, da padre francese e madre italiana, nel 2007 si è aggiudicata il Prix Marcel Duchamp e ha partecipato a due edizioni della Biennale di Venezia nel 2003 e nel 2007. Ora si contende con Céleste Boursier-Mougenot l’onore di rappresentare la Francia nell’edizione del 2015. Dal 24 maggio al 7 settembre il Museion di Bolzano ospita «I tempi doppi», la sua prima personale in un museo italiano, a cura di Letizia Ragaglia; tra le opere esposte, la grande installazione «350 Points Towards Infinity» del 2009 e la serie dei «Refolding».
«La mostra è realizzata in collaborazione con il Kunstmuseum di Bonn e la Kunsthalle di Norimberga, spiega l’artista. Si tratta dunque di un’esposizione itinerante, in tre sedi diverse (dopo Bonn e Bolzano, la prossima tappa sarà la Kunsthalle di Norimberga dal 13 novembre all’8 febbraio 2015, Ndr), in cui variano alcuni elementi da una tappa all’altra. Con il titolo “I tempi doppi” volevo comunicare l’idea impossibile di uno sdoppiamento del tempo. Nel Kunstmuseum di Bonn, infatti, il punto di partenza era la nozione di falso riconoscimento, ovvero la sensazione di aver già vissuto in passato una situazione che sta accadendo nel presente. Mi affascina il fatto che passato e presente possano essere intrecciati nel medesimo istante. La tappa centrale al Museion si fonda sui medesimi principi della mostra di Bonn, anche se riadattati e riplasmati al nuovo ambiente. Inoltre, interagisco  con lo spettacolare paesaggio in cui è collocato il museo».

Lei ha vinto l’edizione 2014 del Premio Acacia con la scultura «I tempi doppi», ora esposta a Bolzano. Come descriverebbe quest’opera?
«I tempi doppi» è un lavoro che ha bisogno di essere «cullato»: richiede, infatti, un certo impegno di allestimento per essere presentato. Si tratta di una scultura composta da un cavo in metallo ramato alle cui estremità vi sono, da una parte, il calco in bronzo di una lampadina, che pare spenta, e dall’altra una lampadina accesa. Quest’ultima si accende attraverso un collegamento elettrico, che viene celato sotto un finto pavimento. Per me è un’opera molto importante: è una sorta di omaggio alla «Lampada Annuale» (1966) di Alighiero Boetti. La sua opera è una lampadina che si accende per undici secondi solo una volta all’anno, in un momento non precisato: un lavoro che apre incredibilmente il campo del possibile e che si colloca nello spazio dell’imprevisto o dell’«hasard», un tema molto caro anche a Duchamp. Vi è un altro elemento, in questa mia opera, a cui sono molto affezionata: l’idea di un «tempo doppio», rappresentato appunto dalla duplice lampadina, quella accesa e quella «spenta» in bronzo. Mi piace immaginare l’esistenza di tempi paralleli che, a un certo punto, possono incontrarsi.

Suo padre era un professore di architettura a Dakar, dove lei ha vissuto dagli otto ai quindici anni. Anche la sua opera è pervasa da una spazialità architettonica: basti pensare ai «Polders», all’uso «spazialista» della linea e ai disegni. Come concepisce lo spazio e come si approccia a esso nei suoi lavori?
Tutto nasce da modellini dello spazio espositivo che realizzo nel mio studio in scala ridotta. Dopo di che comincio a produrre le opere, prima come modelli poi in scala reale. Quando mi trovo nel museo o nella galleria, esse vengono trasformate e rilavorate: un’opera viene realmente portata a termine soltanto sul luogo dell’esposizione. Per me dunque è fondamentale la fase di allestimento, che in genere dura due settimane. Durante questo periodo lo spazio espositivo diviene come un frammento del mio studio. La relazione con l’architettura è altrettanto essenziale. Ogni volta che penso alle mie opere, le immagino sempre in rapporto a un corpo e a uno spazio, a una passeggiata che è quella che intraprenderà il visitatore.

Il tema della memoria ricopre per lei un ruolo essenziale: lo si vede nei materassi in bronzo o nei «Refolding»...
Penso che non ci sia memoria senza dimenticanza: dimentichiamo alcune cose per ricordarne altre. Cerco di fossilizzare ciò che è sparito o è stato dimenticato. Ne sono un chiaro esempio i «Refolding»: si tratta di calchi in bronzo di imballaggi di opere d’arte, composti di materiali che non vengono conservati come cartoni, coperte, casse di legno e sostegni di gommapiuma; ricordano ciò che hanno avvolto, sostenuto o protetto. La serie dei «Refolding» è nata dal desiderio di ricreare in modo archeo-logico le impronte di questi imballaggi. Ho voluto mantenere le tracce di quei momenti dell’allestimento in cui tutto è ancora da definire e in cui i pensieri occupano ancora uno spazio di esitazione, d’indecisione e perplessità. È quello che ho cercato di fare con il lavoro che ho presentato a Punta della Dogana, «Appunti per una costruzione», nel 2011.
Questa idea è anche alla base del suo primo lavoro, il «B.A.I.» (Bureau d’Activités Implicites, 1997-2007), il cui scopo, ha detto, era quello di «impedire al deserto di avanzare». Consiste in un insieme di moduli architettonici che rielaborano ricordi ed esperienze personali.
Il «B.A.I.» nasceva proprio dall’impossibilità, durante i miei primi anni parigini, di realizzare un’opera d’arte, per diverse ragioni: economiche, artistiche ecc. Il mio primo lavoro perciò è scaturito proprio da questa avversità, da questo senso di mancanza e assenza. È così che ho cominciato a realizzare i vari modules che compongono il «B.A.I.». Quando quest’ultimo ha smesso di «prolificare», l’idea di conservare le tracce di ciò che è scomparso e di ciò che non è più visibile è divenuta la base dei miei lavori successivi.

Il reportage completo è pubblicato nel numero di «Vernissage» allegato a «Il Giornale dell'Arte» di maggio.

di Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014


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