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Vernissage


Grazia Quaroni

La Fondazione Cartier, istituita dal celebre marchio di gioielleria, festeggia trent'anni di mostre e di committente interdisciplinari, da Panamarenko a Kitano, da Ron Mueck a Moebius

Grazia Quaroni

Il jet Kelvin 40 del designer Marc Newson e la monumentale sfera di James Lee Byars «The Monument to Language», il sommergibile di Panamarenko «Panama Nova Zemblaya» e «In Bed» di Ron Mueck: con la mostra «Mémoires Vives», aperta dal 10 maggio a settembre, la Fondation Cartier pour l’art contemporain espone le opere della sua collezione. L’istituzione compie trent’anni; ha all’attivo più di 100 esposizioni e 800 opere prodotte. Top secret la cifra globalmente investita per le committenze; si sa soltanto che l’80% viene finanziato dall’azienda e il restante 20% da risorse della Fondazione. Inaugurata il 20 ottobre 1984 a Jouy-en-Josas, poco fuori Parigi, nel 1994 la fondazione si è trasferita in boulevard Raspail, nel moderno edificio di vetro e metallo disegnato da Jean Nouvel. Un’istituzione che, sotto la direzione di Hervé Chandès, ha aperto le porte agli artisti visivi, ai registi (David Lynch, Takeshi Kitano e
Agnès Varda), al filosofo Paul Virilio o al fumettista Mœbius. Abbiamo intervistato la curatrice Grazia Quaroni, alla Fondazione da una ventina d’anni.

Come si caratterizza l’identità della Fondation Cartier?
Intanto per una forma di mecenatismo che si basa sulla durata e si allontana dallo sponsoring, entrando in un’ottica di sostegno regolare all’arte contemporanea. Quando la Fondazione ha aperto, nel 1984, pochissime aziende in Europa davano tanto spazio al mecenatismo culturale: in questo Cartier è stato pioniere. Inoltre, sin dall’inizio, la casa madre ha voluto che la fondazione fosse completamente indipendente e il suo fondatore, Alain Dominique Perrin, all’epoca presidente di Cartier International e tutt’ora presidente della Fondazione, ha tenuto fede a questo principio. L’altro aspetto su cui si fonda l’identità della Fondazione è che il lavoro è sempre stato fatto in diretta con gli artisti e senza limitarsi alle arti visive, ma aprendosi a tutte le forme di creazione del nostro tempo come design, architettura, cinema, musica e moda. Nonché ai campi del sapere, alla scienza, alle scienze sociali. A questo proposito è stata molto innovativa la mostra «Mathématiques, un dépaysement soudain», che ha fatto molto scalpore nel 2011. E tutto è sempre trattato con la stessa volontà di eccellenza.
Qual è lo stile Fondation Cartier?
Pluridisciplinare. Al giorno d’oggi può apparire banale, ma quando, negli anni Ottanta, la Fondation Cartier propose una mostra sulla Ferrari ed Enzo Ferrari, presentando il design industriale con la stessa eccellenza che si riserva alla pittura o alla scultura, si aprì un campo completamente nuovo. Già all’epoca la Fondazione era un laboratorio. Quella mostra registrò del resto un record imbattuto di visitatori per più di 20 anni.
L’arrivo a Parigi, nel 1994, è stato un momento chiave?
Certo, ha segnato un totale cambio di politica culturale. Fuori città, per quanto il luogo fosse bello, la Fondazione era marginalmente considerata nel panorama parigino e la programmazione si concentrava in estate. Spostarsi in centro ha permesso di essere considerati come un museo parigino imperdibile.
Quali legami stringete con gli artisti?
Di fedeltà assoluta. Per molti di loro una monografica con noi è spesso l’inizio di una lunga avventura. Penso a Marc Couturier e a Huang Yong Ping, al fotografo William Eggleston e a Raymond Depardon. E a Ron Mueck, che è stato da noi nel 2005 e poi nel 2013, con un’esposizione record, che ha accolto 300mila visitatori.
Com’è organizzata la mostra organizzata per i trent’anni?
La collezione viaggia molto ed è raramente esposta qui, perché preferiamo utilizzare gli spazi per progetti temporanei. Ma abbiamo davvero voglia di mostrarla. Quindi, per una volta, la stragande maggioranza delle opere esposte sarà costituita da pezzi nostri.
Come le selezionate?
Ogni giorno abbiamo nuovi desideri, vorremmo poter mostrare tutto, ma naturalmente è impossibile. L’idea è di variare il più possibile, non per esporre il maggior numero di lavori, ma per raccontare il maggior numero di storie, quelle più intense. Per l’occasione alcuni artisti, come Alessandro Mendini e Peter Halley, hanno deciso di collaborare. Ma non è una regola da anniversario, è il risultato della trama di relazioni umane consolidate in questi trent’anni.
Quante opere esponete?
Difficile a dirsi perché sarà, appunto, una mostra in divenire. Partiamo da un centinaio di opere, ma spero che prima di settembre saranno molte più.
Se la sente di stilare un bilancio di questi trent’anni?
In realtà stiamo già pensando ai prossimi trenta. Questo anniversario è una tappa interessante, ma non segnerà alcuna rottura perché continueremo con lo stesso slancio di sempre. Se tuttavia ci guardiamo indietro, ci rendiamo conto che abbiamo collezionato soprattutto le opere che abbiamo esposto e che, al contempo, questa collezione, nata sul filo degli incontri, è una testimonianza di quanto è successo concretamente nell’arte contemporanea dell’ultimo trentennio. Per noi è rassicurante: vuol dire che siamo sulla strada giusta.

di Luana de Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014


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