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Editoriale


Ricominciamo da tre

All’improvviso, lunedì 12 maggio, a Milano, durante una riunione di un folto gruppo di operatori invitati dall’ex ministro Rutelli a ragionare di finanziamenti privati e pubblici nei beni culturali, alcuni si sono accorti che, silenziosamente, era successo qualcosa. Di inedito e di inatteso. Per la prima volta le contrapposizioni tra tutela e valorizzazione e tra privato e pubblico e tra conservazione e turismo che da decenni avevano animato ogni convegno del passato, sembravano svanite. Per la maggior parte dei presenti, non contavano più: erano diventate obsolete, inutili, perfino dannose. Declinanti come le nobili dispute tra comunismo e liberalismo oppure tra destra e sinistra. Superate dalla presa di coscienza di una realtà dei fatti soverchiante.
Quale realtà? Che i problemi del patrimonio artistico non possono più né attendere né dipendere da pregiudiziali ideologiche e che il sistema (centralistico e ministeriale) che governa i beni culturali è inceppato o, peggio, inadeguato.
A non lasciare dubbi non sono i risultati scadenti delle performance italiane nel confronto internazionale (per esempio, il modesto posizionamento di musei e mostre), ma ben di più gli esempi innumerevoli della diretta evidenza quotidiana: la struttura ministeriale, assai apprezzabile per molti versi e ancora dotata di sottostimati talenti, soccombe sotto un carico eccessivo. Appare logora, inerte, priva di mezzi e incapace di procurarseli o di utilizzarli, di rinnovarsi e di rinnovare. Sotto organico e vecchia. Demoralizzata e demotivata. Paralizzata da una legislazione complicatissima e mortalmente avvinta dalla piovra burocratica. Onnipresente, onnipotente e devastante in un organismo deperito.
Che fare? Con i problemi che affliggono il Paese (e contro l’ostinata reazione di chi vuole impedire qualsiasi cambiamento per difendere le proprie rendite di posizione), l’ipotesi di un’ennesima riforma susciterebbe sorrisi di scherno.
Il paradosso invece è che bastano tre sole decisioni per produrre un cambiamento copernicano:
q l’autonomia gestionale di tutti gli enti operativi*;
q il conferimento diretto a ciascuno dei propri introiti;
q la semplificazione delle incentivazioni fiscali.
Franceschini ha iniziato da quest’ultima lanciando il bonus dell’arte (cfr. articolo
a p. 9). Bene. Non farà miracoli (il mecenatismo non viene solo dai vantaggi fiscali, ma dalla fiducia nel sistema e da una cultura diffusa), ma ha voluto dimostrare che cambiare si può e che vuole cambiare. Che è venuto il momento di cambiare.

È impressionante la serie di vantaggi immediati che riusciremmo a generare
(sono descritti online in una breve analisi intitolata «La fiaba delle tre melarance. Ovvero il bene dei beni culturali italiani»; cfr. www.ilgiornaledellarte.com).

Autonomia non significa esautorare. Significa anzi che il Ministero recupera, potenziate, l’integrità delle sue funzioni originarie che sono l’indirizzo e il controllo (oltre la capacità di proposizione legislativa e la gestione dell’emergenza e delle calamità, da conferire a un’apposita squadra specializzata). Significa che rinascerebbe rivitalizzato e alleggerito da una salutare cura dimagrante composta di: chiarificazione, distinzione, semplificazione dei propri compiti.
Nel Paese delle cento città abbiamo incalcolabili capacità periferiche inutilizzate. Il centralismo talvolta le assorbe, quasi sempre le emargina. Dobbiamo fare in modo che riescano a manifestarsi l’ingegno di ciascuno e, soprattutto, le responsabilità di quanto viene fatto o non fatto o fatto male.
Autonomia non significa privatizzare. Significa adottare le regole e i metodi di funzionamento delle migliori aziende private per ottimizzare la capacità operativa. Siamo un Paese di persone scettiche e incredule, ma tutto ciò è fattibile. C’è chi lo ha appena fatto. Una dimostrazione concreta possono essere per esempio i risultati che Claudio De Albertis ha ottenuto gestendo con criteri privatistici di autonomia la Triennale di Milano. Leggiamo la sua nitida dichiarazione al «Corriere della Sera-Milano» (16 maggio): «L’unico modo per sopravvivere è rinunciare allo status di museo tradizionale diventando un’impresa culturale. Sia chiaro, non si tratta di una diminutio, ma di un processo evolutivo necessario in un momento in cui le risorse si contraggono sempre di più».
Non si capisce perché misure già collaudate in Paesi evoluti (talora perfino in Italia) non possano diventare le semplici ed elementari norme generali per aggiornare il nostro sistema di governo in materia di beni culturali: che deve smettere di essere così inutilmente arretrato, complicato e inadeguato.
Coraggio, cambiamo. Ricominciamo da tre. Se qualcuno non vuole, dobbiamo chiederci: perché non vuole?

* Le attività da rendere autonome localmente sono i musei, i restauri,
le mostre, la gestione dei siti archeologici e naturalistici e dei paesaggi protetti, la promozione turistica, l’istruzione e divulgazione culturale, i servizi e così via.

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di Umberto Allemandi, da Il Giornale dell'Arte numero 343, giugno 2014


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