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Venezia

Per capire l’architettura non servono archistar

La Biennale di Koolhaas è un libro di storia e un laboratorio di ricerca per riflettere su un secolo che, con la globalizzazione, ha uniformato lo stile internazionale. «Ospite d’onore», l’Italia

Paolo Baratta e Rem Koolhaas. Foto Giorgio Zucchiatti; Courtesy la Biennale di Venezia

Venezia. Potrebbe essere davvero diversa dalle altre questa 14. Mostra Internazionale di Architettura. Non solo perché, per la prima volta, inizia prima e dura più a lungo (sei mesi, dal 7 giugno al 23 novembre, come la Biennale d’Arte) e prevede interconnessioni con cinema, danza, musica e teatro, ma soprattutto perché si propone di essere una mostra-ricerca in cui il ruolo di protagonista è affidato all’architettura e non alle archistar. Queste le principali novità della Biennale firmata Rem Koolhaas, nominato curatore nel gennaio 2013 con largo anticipo rispetto alle edizioni precedenti.
L’architetto e teorico olandese classe 1944, fondatore del celeberrimo studio Oma e del laboratorio di ricerca Amo, era già stato interpellato in passato ma aveva posto come condizioni un periodo di apertura più lungo e un rapporto con le altre discipline della Biennale per stimolare il coinvolgimento di un pubblico più ampio e la maturazione di temi e dibattiti nel corso della rassegna. Koolhaas, spiega che «Fundamentals», questo il titolo della Biennale di Architettura 2014, è in programma da circa due anni, uno in più del tempo normalmente concesso ai curatori per preparare quella di arti visive: «È stato uno dei due fermi che ho richiesto; un altro è che non volevo architettura contemporanea». La sua biennale appare diversa anche per altri motivi. In coerenza con il titolo, che invita a un recupero dei fondamenti dell’architettura, è curata direttamente da lui e ha un’impostazione con regole del gioco apparentemente semplici e temi precisi da svolgere. E ancora una volta l’enfant terrible dell’architettura contemporanea riesce a sorprendere, proponendo chiarezza laddove eravamo preparati ad affrontare (con fatica) una cacofonia di informazioni visive e intellettuali. «Absorbing Modernity: 1914-2014» forse risparmierà ai visitatori la stordente babele dei padiglioni nazionali: i commissari dei Paesi invitati (60; erano 56 nell’ultima edizione di David Chipperfield) sono stati infatti chiamati, per la prima volta, a lavorare su uno stesso tema: individuare le resistenze e/o le caratteristiche peculiari assunte dalla modernizzazione nel confronto con le vere o presunte «identità nazionali», prevedendo un’ambiziosa rilettura degli ultimi 100 anni di architettura moderna. Il curatore, in sostanza, vuole che ogni Paese rifletta i processi che, nel corso del XX secolo, hanno portato alla perdita dei loro stili architettonici individuali a favore di un linguaggio architettonico moderno e globalizzato, ad esempio l’onnipresente grattacielo. «Il secolo scorso non è stato clemente, spiega. La guerra e la politica hanno costretto i diversi Paesi ad adattare i loro stili architettonici: sono le conseguenze della modernità».
Il Padiglione Centrale ai Giardini ospita «Elements of Architecture», prodotta direttamente da Koolhaas anche coinvolgendo in maniera importante il suo studio Oma sia per l’allestimento sia per le ricerche sugli elementi. Con sale trasformate in «cataloghi visitabili» dei singoli reperti, la mostra aspira a risvegliare una coscienza del sapere essenziale del lavoro di architetto, ovvero la conoscenza degli elementi base della co- struzione: balconi, scale, porte, finestre, muri. «Alcuni anni fa non avrei mai immaginato di proporre un’idea così blanda per una mostra, afferma il curatore. Ma quando abbiamo iniziato a ricercare le storie di questi elementi, è stato come guardare per la prima volta attraverso un microscopio e scoprire specie totalmente sconosciute. Spero che i visitatori proveranno lo stesso entusiasmo». Koolhaas sceglie poi di dare una speciale rilevanza al nostro Paese come luogo emblema di ossessioni e visioni «nutrienti» per un architetto, dedicandogli un importante spazio che nelle edizioni passate ospitava mostre di taglio internazionale, le Corderie dell’Arsenale. Non sovrapponibile
al Padiglione Italia, la mostra «Monditalia» mette in scena la complessità, le potenzialità e le contraddizioni della nostra penisola anche attraverso riferimenti ad altre discipline della Biennale come la danza, il teatro, la musica e il cinema: «Abbiamo scelto l’Italia per il suo ruolo storico nell’arte e perché è un Paese in bilico tra il suo potenziale e il difficile clima politico», spiega Koolhaas, aggiungendo che «non si tratta di una critica dell’Italia, ma di un paradigma della situazione generale che interessa molti Paesi». Può sorprendere che il geniale autore di «Delirious New York» (1978) e «Junkspace» (2006), dopo anni di riflessioni sulla globalità, sollevi i temi delle architetture nazionali, del passato e degli elementi architettonici. Ma l’evoluzione di pensiero e l’abilità di intuire con largo anticipo i cambiamenti in corso sono indice di genialità. E forse Koolhaas ha intuito che oggi servono tranquillizzanti punti fermi e un’intima indagine su che cosa siamo e che cosa siamo stati per uscire dal pantano di una crisi che non è solo economica.

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