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Il Giornale delle Mostre

San Pietroburgo

Manifesta per manifestanti

Nella Russia della censura e del neoimperialismo, la decima edizione è nel segno dell’arte politica

Wael Shawky, Cabaret Crusades. The Path to Cairo, 2012, fotogramma del video

San Pietroburgo (Russia). Il Museo dell’Ermitage è la sede, dal 28 giugno al 31 ottobre, della nuova edizione di Manifesta, la Biennale europea itinerante d’arte contemporanea. La mostra la dice lunga sulle responsabilità e i rischi cui vanno incontro i direttori dei musei quando i curatori si orientano verso l’arte politica. In una conferenza a Londra, il direttore dell’Ermitage Michail Piotrovskij, il direttore del British Museum Neil MacGregor, e Kasper König, curatore di Manifesta 10, sono stati molto schietti sulle questioni in gioco. MacGregor ha risposto alla domanda «Quanto può essere provocatoria un’istituzione pubblica?», sottolineando che in molti luoghi del mondo, come San Pietroburgo e Berlino, «il passato è un territorio pericoloso». Persino una mostra a Londra può creare problemi. MacGregor ha rivelato che nel 2006 il British Museum rinunciò a «Word into Art», che comprendeva una serigrafia raffigurante i graffiti di un muro a Gaza che invitavano a una resistenza armata contro Israele. «A Gun for Palestine» (1992) dell’artista palestinese Laila Shawa, non era tra le opere degli 80 artisti contemporanei mediorientali e nordafricani presenti in mostra, ma fa parte della collezione del Museo ed è quindi presente sul suo sito internet. MacGregor si è chiesto se fosse una scelta responsabile per un museo come il British esporre un’opera che avrebbe potuto originare violenza. Piotrovskij ha parlato di Manifesta 10 nel contesto di quanto avviene in Russia: «L’arte contemporanea è sotto attacco da tutti i fronti, ha dichiarato, e in Russia pochi hanno accolto con favore Manifesta. Non è come per le Olimpiadi, ma la sua importanza giustifica tutti i rischi. Quando si tagliano i ponti tra la Russia e l’Occidente, ha aggiunto, è vitale tenerne in piedi altri». Oltre alla crisi ucraina, Piotrovskij ha dovuto considerare anche le leggi contro gli omosessuali del suo Paese, nonché le nuove normative contro il linguaggio osceno e i sentimenti religiosi. «La situazione è davvero difficile», ha spiegato, sottolineando che l’Ermitage colleziona ed espone arte contemporanea da 250 anni, a partire dalle acquisizioni di Caterina la Grande. Ciononostante, alcune mostre recenti di arte contemporanea non sono state particolarmente apprezzate dal pubblico. Una in particolare, «Fine del divertimento», una mostra del 2012 di Jake e Dino Chapman, ha suscitato «uno scandalo enorme», con 300 proteste inoltrate all’ufficio del pubblico ministero e solo 15mila visitatori. Piotrovskij sostiene comunque gli artisti contemporanei e tra loro Ilya ed Emilia Kabakov, che nel 2011 hanno donato al museo la loro grande opera «Il vagone rosso» (1991), valutata circa 3,5 milioni di euro. I Kabakov temevano che le parolacce presenti nelle opere grafiche potessero essere un problema e infatti uno studente si è lagnato presso il pubblico ministero quando, usando una lente d’ingrandimento, è riuscito a individuarne una. Ad attendere i visitatori di Manifesta 10, che si tiene nel Palazzo dello Stato Maggiore, nel Palazzo d’Inverno e nel piccolo Ermitage, la sede originaria del museo, «sono opere dai messaggi fortemente politici» avverte König, e spiega che, considerate le crescenti tensioni tra Russia e Occidente e il gioco di potere internazionale sull’Ucraina, si potrebbe abusare dell’arte «attivista». «L’Ermitage difende il territorio dell’arte», ha aggiunto il curatore. In questo contesto, «le provocazioni da quattro soldi» o «l’arte isterica» non avrebbero alcuna efficacia politica. Tra le opere realizzate per Manifesta, cui partecipano le italiane Lara Favaretto e Paola Pivi, una serie di ritratti di grandi uomini del passato, alcuni stigmatizzati per la loro omosessualità, di Marlene Dumas,. Un’installazione fotografica dell’ucraino Boris Mikhailov presenta immagini dei dimostranti antigovernativi scattate in piazza Maidan a Kiev. Francis Alÿs ha girato un film, ispirato da un viaggio da Bruxelles all’Urss conclusosi in Polonia; nel finale un’automobile Lada si schianta contro un albero nel cortile dell’Ermitage. Alla domanda di chiarimenti sulla cinquantina di artisti che hanno declinato l’invito, König ha risposto che due terzi di loro hanno però accettato di partecipare agli eventi collaterali della Biennale. La lista degli artisti è in linea con l’attuale tendenza che vede alcuni ermergenti mescolati a firme consolidate (tra gli altri, Gerhard Richter, Cindy Sherman, Wolfgang Tillmans, Katharina Fritsch, Thomas Hirshhorn e Bruce Nauman) e propone un filone storico (Matisse) e postumo, con Joseph Beuys, Louise Bourgeois e Mike Kelley. Ma come «ghost star» c’è anche Piranesi.



Javier Pes, da Il Giornale dell'Arte numero 343, giugno 2014


  • Kasper König. Foto: Rustam Zagidullin / Manifesta 10

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