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Una storia vera

La sindrome di Rembrandt

Quindici anni fa Patrick Vialaneix ha rubato dal Museo di Draguignan «Il bambino e la bolla di sapone» del maestro olandese e l’ha nascosto a casa sua. Lo guardava ogni giorno da solo; nessuno in famiglia sapeva. Il dipinto però ha preso il controllo della sua vita causandogli un grave esaurimento che neppure lo psichiatra è riuscito a guarire. In preda alla depressione, l’uomo si è «separato» dalla tela lo scorso marzo

Dopo quindici anni di silenzio, Patrick Vialaneix ha deciso di arrendersi. Il 19 marzo ha raccontato la sua storia a un avvocato di Marmande (Lot-et-Garonne), che non ha voluto credergli. Gli ha mostrato le foto e l’avvocato ha dovuto ammettere che diceva la verità. Anche i gendarmi si sono mostrati scettici. Per sei ore, Patrick Vialaneix ha raccontato loro la storia della sua vita. Fino a mezzanotte. Hanno finito per arrendersi all’evidenza.
Dopodiché è tornato dal suo psichiatra per rivelargli ciò che aveva sempre taciuto: la vera causa delle sue angosce. Nel 1999, aveva rubato un quadro di Rembrandt dal Museo di Draguignan (Dipartimento del Var della Regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra). Per quindici anni ha vissuto con la tela nascosta, prima sotto il letto, poi in un armadio. Non ne ha mai parlato con nessuno, né alla moglie né ai due figli. Né al suo psichiatra. Il medico ha, di colpo, interrotto la cura.
Patrick Vialaneix mi riceve a casa sua, in piena foresta delle Landes. Interni modesti, solo una riproduzione di un’acquaforte di Rembrandt tradisce la sua passione per il maestro del chiaroscuro.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Soren Seelow, da Il Giornale dell'Arte numero 343, giugno 2014


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