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Mostre

Firenze

Così primitivi da essere snobbati

Come il collezionismo ha salvato l'arte antica

Bernardo Daddi, Cristo Benedicente, dal polittico per l'altare maggiore della Cattedrale di Firenze, collezione Pittas (© A.C. COOPER)

Firenze. La mostra «Tesori d’arte dalle collezioni tra Sette e Ottocento», alla Galleria dell’Accademia dal 24 giugno all’8 dicembre, curata da Angelo Tartuferi e Gianluca Tormen, colma un vuoto nell’ambito espositivo rispetto a un argomento che invece, nel campo della critica, ha visto importanti contributi tra cui quello, cinquant’anni fa, di Giovanni Previtali (La fortuna dei primitivi. Dal Vasari ai neoclassici, Einaudi, 1964), senza dimenticare gli studi di Venturi, Haskell e Pomian. Come sottolinea Tartuferi, la mostra, pur affrontando un argomento «di nicchia», si traduce in un percorso ricco di capolavori: volontà dei curatori è proprio porre in viva luce come solo grazie alla passione del collezionismo tali opere siano giunte fino a noi, e quale ruolo fondamentale abbia avuto quel fenomeno che è alle origini del mercato antiquario odierno. Mercato che vede tuttavia, oggi, un forte declino nella valutazione dei primitivi, le cui quotazioni sono quasi irrisorie rispetto alle opere d’arte contemporanea. Per la pittura i grandi nomi si sprecano: da Ambrogio Lorenzetti a Taddeo Gaddi, da Beato Angelico a Cosmè Tura, dal Maestro della Maddalena a Lippo Memmi, da Filippo Lippi ad Andrea Mantegna; ma troviamo anche figure meno note come il Maestro del Crocifisso d’Argento o Grifo di Tancredi, del quale sono riuniti tre dipinti dalla National Gallery di Washington e il san Giovanni Battista da Chambéry. Per la scultura, si comincia dalle statue di Arnolfo di Cambio per la facciata del Duomo: nel suo saggio in catalogo (Giunti), Enrica Neri ricorda che i primi episodi di collezionismo si ebbero proprio all’indomani della decisione di affidare agli scalpellini lo smantellamento della facciata gotica del Duomo, nel 1587, e famiglie come gli stessi Medici e i Riccardi ne entrarono in possesso. Importante anche l’attenzione dedicata alle miniature, cui è dedicato il saggio di Ada Labriola, e alle opere d’arte suntuaria. Benché i prestiti provengano da musei italiani ed esteri, Firenze è il luogo privilegiato per questa iniziativa, data la ricchezza dei pezzi che vi circolarono. Gli anni più fecondi per la formazione dei primi nuclei collezionistici furono quelli delle soppressioni napoleoniche dei conventi, che videro un fitto intreccio di mercanti, agenti, procacciatori e restauratori: un tessuto ben reso nel catalogo, nel quale Gianluca Tormen ha ricostruito, ad esempio, tramite i documenti, la figura di Giovan Battista Caruana, mercante che aveva la sua bottega a Ponte Vecchio, accanto a quella di un ortolano, nella quale pare sia stato venduto il «Trittico» di El Greco oggi alla Galleria Estense di Modena. La varietà dei collezionisti era amplissima, per rango e per professione: dai semplici abati, come Francesco Raimondo Adami, studiato da Sonia Chiodo, ai più potenti cardinali, come Joseph Fesch zio di Napoleone Bonaparte, conoscitori come Vincenzo Gatti, nobiluomini ed eruditi: Tommaso degli Obizzi, Agostino Mariotti (del quale Simona Pasquinucci ha trovato le carte nella Biblioteca Vaticana); e ancora, tra gli altri, Stefano Borgia, Angelo Maria Bandini, Alexis-François Artaud de Montor, Teodoro Correr, Girolamo Ascanio Molin, Alfonso Tacoli Canacci, Sebastiano Zucchetti, Anton Francesco Gori, Matteo Luigi Canonici, Giuseppe Ciaccheri, Gabriello Riccardi, Giovan Francesco De Rossi, Guglielmo Libri. Su tutto aleggia la figura dell’abate Luigi Lanzi, mentore spirituale di questi orientamenti di gusto del collezionismo.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 343, giugno 2014


  • Arnolfo di Cambio, Angelo adorante,  Firenze, Museo dell’Opera del Duomo (© Opera di Santa Maria del Fiore/Nicolò Orsi Battaglini)

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