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Lo splendore dell'ovvio

Ottuso, noioso, kitsch e ciarlatano: ma da trent’anni Jeff Koons sopravvive brillantemente ai suoi detrattori e ora il Whitney Museum lo celebra con una retrospettiva

Jeff Koons è un evangelista che crede nel potere della sua parola. E come tutti i bravi pastori, guida il suo gregge cedendo il suo territorio. Nel 2012, quando conversò con Naomi Campbell per la rivista «Interview», la imbeccò per tutta la conversazione, seminando lungo il percorso idee che più tardi la modella sembrò aver scoperto da sola. Le disse che le sue opere erano «contro le critiche e contro i giudizi» perché non richiedevano nessuna conoscenza a priori per essere comprese. Spiegò che taluni non riescono semplicemente a capirlo, per questo definiscono kitsch la sua arte. «Non mi piace questa parola», rispose la Campbell e Jeff approvò rispettosamente, come se fosse stata fin dall’inizio un’idea della modella. «Neanche io amo questa parola, perché il solo fatto di utilizzarla implica un giudizio». Sconfiggere con astuzia le critiche è sempre stato il massimo successo di Koons. I suoi detrattori hanno provato in tutti i modi a smontare il miglior self-promoter del mondo dell’arte, ma con scarsi risultati.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Pac Pobric, da Il Giornale dell'Arte numero 343, giugno 2014


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