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Dear Sir


Le Accademie non sono Conservatori e viceversa

Desideriamo formulare delle osservazioni riguardo alle lettere della senatrice Sbarbati e del maestro Troncon recentemente pubblicate su questo giornale. C’è un passaggio, nell’intervento della senatrice Sbarbati, che è molto interessante: «Inutile sottolineare che il Ddl partiva con un articolato ben diverso, che di seguito ha subito modifiche per le forti opposizioni scatenatesi in ben determinati settori». Al di là dei toni allusivi (sarebbe stato certamente più utile a tutti i lettori se la senatrice avesse finalmente fatto chiarezza sugli specifici settori ai quali si riferiva), il passaggio dichiara una grande verità.
È verissimo, il Ddl partiva diversamente. In particolare l’art. 2 era molto diverso. E leggendo l’art. 2 del Ddl 688 qualche dubbio viene sul perché della modifica che ha portato poi all’art. 2 della l. 508/99, che, invece, non dice, di fatto, nulla, se non ribadire il dettato costituzionale, forse anche un po’ travisandolo (l’art. 33 della Carta Fondamentale dice che Università e Accademie sono Istituzioni di Alta Cultura e non parla né di Conservatori né di Isia … ma lasciamo pure perdere questo «dettaglio»).
L’art. 2, invece, del Ddl 688 diceva ben altro: «Le Accademie di belle arti, l'Accademia nazionale di danza, l'Accademia nazionale di arte drammatica, gli Isia, i Conservatori di musica e gli Istituti musicali pareggiati, mantenendo ciascuno la propria denominazione, confluiscono in istituti di istruzione superiore di grado universitario, denominati Istituti superiori delle arti (Isda), i quali succedono in tutti i rapporti attivi e passivi, secondo le modalità di cui al comma 2». Dove finì, gentile senatrice, quella dicitura «istituti di istruzione superiore di grado universitario»? Perché fu cancellata? Forse, anziché esprimere tante opinioni, relative all’incapacità di chi ha scritto su questa testata in merito alla L. 508/99, attribuendogli «giudizi non obiettivi, se non addirittura falsi», «giudizi inappropriati», per «scarsa conoscenza della legge» medesima, forse sarebbe stato più utile che la senatrice avesse fatto chiarezza sul perché da un Ddl che effettivamente si proponeva di riformare le nostre istituzioni, portandole, senza se e senza ma, a un livello universitario, si è poi arrivato a un pasticcio legislativo a costo zero, che non solo non ha riformato nulla, ma che ha contribuito a creare questo disastro che negli ultimi 15 anni è stato l’Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica, Ndr).

Su tutte le altre inesattezze (per esempio quella secondo cui la l. 508/99 «consentiva una parità di livello dei titoli rilasciati da Accademie e Conservatori con quelli universitari»: a soli due anni dal varo della legge, nel 2002, si dovette intervenire con un’altra legge, la 268, per modificarne l’articolato relativo ai titoli di studio ed equiparare questi a quelli rilasciati dalle allora Facoltà universitarie), presenti nell’articolo della senatrice Sbarbati, preferiamo sorvolare (vogliamo essere più generosi di lei che non sembra essere stata nemmeno sfiorata dal pensiero che persone, come i sottoscritti, sono costrette a vivere le storture di quella l. 508/99 sulla propria pelle da 15 anni).

Al collega Paolo Troncon, invece, che, almeno, vivendo la drammatica situazione delle Afam dall’interno, dice le cose come stanno, rilevando che la 508/99, mai conclusa, rende impossibile attuare delle soluzioni, giudizio che condividiamo in pieno, vorremmo far notare che, al di là di questo (o forse proprio per questo), la sua replica, forse malgrado i suoi stessi intenti, enuncia una grande verità: la 508 non funziona perché ha cercato di far stare insieme (senza peraltro prospettare nessuna regola che potesse creare un collante) istituzioni con natura e finalità assolutamente diverse come Accademie e Isia, da una parte, e Conservatori e Accademia nazionale di danza, dall’altra. I Conservatori, per esempio, per ammissione dello stesso Troncon, fanno iscrivere ai corsi accademici, corrispettivi, sulla carta, di quelli universitari, discenti privi del diploma di scuola media superiore e privi conseguentemente della maggiore età. È vero che per lo studio della musica e della danza l’età anagrafica non è indicativa del livello teorico-tecnico e artistico raggiunto. Ma è altrettanto vero che è travisare il senso della disposizione legislativa pensare di rendere regola fissa una eccezione.

L’art 7 co. 3 del Dpr 212/05, citato da Troncon, prevede sì la possibilità di iscrizione ai corsi accademici dei Conservatori di discenti privi di diploma di istruzione secondaria superiore, ma solo in presenza di «spiccate capacità e attitudini», come a dire: quando si è in presenza di allievi assolutamente geniali. Mozart componeva il suo primo minuetto a 5 anni. Di Mozart si può dire che fosse un genio. Ora, voler far credere che nei Conservatori, attualmente, centinaia di studenti siano in questa situazione, non sapremmo se sia cosa in grado di suscitare più ilarità che scoramento.

Diciamoci ancora una volta, fino in fondo, le cose come stanno: Accademie di Belle Arti e Conservatori hanno ben poco in comune. Le regole di base, che sono il fondamento della didattica di queste istituzioni, sono profondamente diverse. A 18 anni si è abbondantemente concluso l’iter di studi che porta un giovane a essere, poniamo, un pianista concertista. A 18 anni, invece, un aspirante artista visivo, designer, restauratore ecc. comincia appena a intraprendere un percorso di studi che, dopo anni, lo porterà a introdursi verso una carriera in quel determinato ambito, esattamente come capita a medici e ingegneri, storici o fisici. E questa è la ragione, gentile Troncon, per cui nei Paesi europei, per esempio, esistono facoltà e dipartimenti universitari di belle arti, ma solo due o tre conservatori o scuole di musica, per ogni nazione, di grado universitario. La stragrande maggioranza dei Conservatori, infatti, assolve il compito di una formazione di tipo regionale, che si ferma al diciottesimo anno di età. Quei pochi studenti che intendono specializzarsi al livello universitario, accedono alle due o tre istituzioni di grado universitario presenti sul territorio nazionale. In Italia ci sono circa 70 Conservatori. Tutti pretendono di fare formazione di tipo accademico (3+2, come l’Università). Siamo alle solite, alle solite soluzioni all’italiana. Ma con la furbizia non si va molto lontano, se non sulla strada che conduce al baratro.



Prof. Antonio Bisaccia (direttore dell’Accademia di Belle Arti di Sassari)

Il Consiglio accademico dell’Accademia di Belle Arti di Carrara all’unanimità:
professori Giuseppe Cannilla, Sergio Cervietti, Giovanni Chiappello, Marco Ciampolini, Francesco Cremoni, Stefania Di Marco, Marco Dolfi, Luciano Massari, Alberto Semeraro, Monica Michelotti; studenti: Alessandra Caliendro, Cristiana Petrosino

Prof. Dario Giugliano (docente di Estetica, Accademia di Belle Arti di Napoli)

Prof. Giovanni Albanese (docente di Scenografia per il cinema, Accademia di Belle Arti di Roma)

Prof. Michele De Luca (docente di Decorazione, Accademia di Belle Arti di Roma)

Prof.ssa Tiziana Tacconi (docente di Anatomia artistica, Accademia di Belle Arti di Brera di Milano)

Prof.ssa Laura Tonani (docente di Principio e tecniche di terapeutica artistica, Accademia di Belle Arti di Brera di Milano)

Prof. Sandro Scarocchia (docente di Metodologia della progettazione, Accademia di Belle Arti di Brera di Milano)

Prof. Stefano Pizzi (docente di Pittura, Accademia di Belle Arti di Brera di Milano)

Prof. Gianluca Murasecchi (docente di Tecniche dell'Incisione, Accademia di Belle Arti di Urbino)

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