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Archeologia


Sergio Donadoni, 70 anni di Egittologia

Il celebre studioso è mancato a 101 anni

Sergio Donadoni sul cantiere di scavo di Sheshonq nel 1989

Roma. Il 31 ottobre scorso è scomparso Sergio Fabrizio Donadoni.
Con la sua morte si chiude un’epoca dell’Egittologia italiana che abbraccia quasi settant’anni. Donadoni nasce a Palermo il 14 ottobre 1914 e frequenta i corsi della Normale di Pisa dove si laurea nel 1935 sotto la direzione di Evaristo Breccia, direttore del Museo Greco-Romano di Alessandria d’Egitto; per perfezionare le proprie conoscenze egittologiche Donadoni si reca poi a Parigi dove frequenta i corsi impartiti dai maggiori studiosi dell’epoca. Nello stesso periodo prende anche parte agli scavi dell’Istituto Papirologico di Firenze ad Antinoe, la città fondata dall’imperatore Adriano in memoria dell’amato Antinoo. Viene in seguito chiamato da Achille Vogliano, docente di Filologia Classica presso la Regia Università di Milano, a partecipare alle ricerche archeologiche sul sito di Medinet Madi dove si occupa della pubblicazione preliminare del tempio della XII dinastia (XIX-XVIII secolo a.C.).
Lo scoppio della seconda guerra mondiale coglie Donadoni ad Antinoe. Tornato al Cairo viene catturato dagli inglesi e internato in un campo di prigionia dal quale riesce però a fuggire.
Nel dopoguerra, dopo un breve soggiorno a Copenaghen, dà alle stampe Arte egizia, un’opera che cambia il modo di porsi di fronte alla produzione scultorea e pittorica della civiltà faraonica. A distanza di sessant’anni il libro mantiene intatto il suo valore scientifico e costituisce una delle più rapide e incisive introduzioni all’antica cultura della Valle del Nilo.
Tra il 1956 e il 1960 Donadoni è professore all’Università Statale di Milano. In quegli stessi anni scava in Bassa Nubia a Ikhmindi, Sabagura, Quban e Tanit, siti sotto la minaccia di scomparire sommersi dalle acque di quello che diventerà di lì a poco il Lago Nasser. Nel 1957 Donadoni pubblica Storia della letteratura egiziana antica e nel 1959 La Religione dell’antico Egitto, due altre opere fondamentali.

Agli inizi degli anni Sessanta, quando viene lanciata la campagna per il salvataggio dei templi della Nubia, Donadoni è ad Abu Simbel dove copia alacremente alcune delle più importanti parti della decorazione di santuari. In quel periodo Donadoni viene anche chiamato a insegnare Egittologia all’Università «La Sapienza» di Roma. Nello stesso periodo conosce Anna Maria Roveri, tra le prime donne italiane ad avere intrapreso la carriera di egittologa e che dal 1984 al 2004 si troverà a dirigere il Museo Egizio di Torino.
I due si sposano e per cinquant’anni condivideranno vita e lavoro. Donadoni riprende gli scavi sul sito di Antinoe, ma quando, alla fine degli anni Settanta, il conflitto arabo-israeliano induce le autorità egiziane a raccogliere a Luxor tutte le missioni archeologiche straniere, sceglie di scavare la Tomba di Sheshonq (TT 27), alto funzionario vissuto intorno alla prima metà del VI secolo a.C. Di lì a poco Donadoni apre anche un cantiere di scavo al Gebel Barkal, l’antica Napata, in Sudan. Qui riporta alla luce i resti di due templi e del palazzo del sovrano meroitico Natakamani, vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I d.C.

Questa, molto in breve, la lunga vita di Sergio Fabrizio Donadoni. In oltre sessant’anni di carriera ha scavato, fatto e scritto tanto, ma ha avuto soprattutto il merito di rilanciare l’Egittologia italiana dopo un lungo periodo in cui il nostro Paese si era occupato esclusivamente dell’antichità classica della Valle del Nilo.
Al di là di tutti i meriti, che gli hanno valso nel 2000 il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, Donadoni è stato tra i primi a guardare la civiltà faraonica in una prospettiva diversa da quella che la voleva legata indissolubilmente alla preoccupazione della morte e delle rinascita eterna. Quest’atteggiamento ha condotto Donadoni a toccare la vera essenza di persone vissute migliaia di anni fa e a capirle nella loro umanità più completa. Discutere di Egitto con lui era un arricchimento continuo. Lo è stato fino agli ultimi giorni della sua vita. Ha lasciato molto in eredità. Avesse continuato a vivere fino ai 110 anni che gli Egizi ponevano come limite massimo dell’esistenza umana, avrebbe continuato a farlo.

di Francesco Tiradritti , da Il Giornale dell'Arte numero 359, dicembre 2015


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