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L’incredibile storia di Pico Cellini, geniale, imbattibile cacciatore di falsi

Fake buster

Non era laureato, non aveva neppure la licenza media, ma fu un personaggio unico e inimitabile nel mondo dell’arte, un grande intenditore, uno straordinario restauratore e uno studioso dotato di un fiuto infallibile. Lontano da impiegati di Stato in cerca di potere, eccentrico e solitario, allenò l’occhio sui materiali per sessant’anni

Un ritratto di Pico Cellini (Roma, 1906-2000),  di genere anacronistico  o neofigurativo, dipinto  da un suo vecchio allievo  e amico, Bruno di Maio,  con il quale aveva restaurato molte opere

Terminata la guerra il nuovo Governo italiano, finalmente democratico, pensò di inserire tra le necessità urgenti il cambio della destinazione d’uso di Palazzo Venezia. Da quel balcone non si sarebbe mai più affacciato un oratore a esibirsi in discorsi allo stesso tempo ridicoli e minacciosi. E doveva sparire anche la Sala del Mappamondo, lo studio di Mussolini, con la luce sempre accesa anche di notte, perché il duce, intento a lavorare alle sorti dell’Italia, per definizione non riposava mai, e con la scrivania messa in fondo fra le due finestre distanti una quarantina di metri dall’entrata. Questa strategia scenografica serviva a mettere in imbarazzo tutti i visitatori senza eccezione che dovevano percorrere quello spazio sotto lo sguardo corrusco del duce. Il palazzo fu trasformato in un museo dedicato soprattutto all’arte antica ma che spaziava nei secoli.

E come prima esposizione furono scelti degli immacolati marmi alessandrini, che già da lontano ispiravano purezza in virtù del loro biancore originale che avrebbe fatto dimenticare il lugubre nero orbace del regime.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

di Stefano Malatesta con la collaborazione di Elena Sorrentino, da Il Giornale dell'Arte numero 350, febbraio 2015


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