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Polemiche alla Biennale

La pseudo-moschea diventata davvero un luogo di preghiera

Il Padiglione islandese curato da Christoph Büchel è andato al di là delle aspettative ed è stato chiuso

Il Padiglione dell’Islanda dentro l’ex chiesa di Santa Maria della Misericordia. Foto di Bjarni Grimsson

La prima e unica moschea di Venezia dei tempi moderni era stata aperta solo 14 giorni prima che il Consiglio Comunale la chiudesse. La ragione addotta era che la gente ci pregava davvero, quando le autorità non avevano autorizzato una vera moschea, ma solo un’opera d’arte chiamata «La Moschea» all’interno di una chiesa non più adibita al culto (cfr. questo numero di «Vernissage», tutto dedicato alla Biennale, a p. 19). In altre parole, andava bene per gli islandesi, di cui questo era il «Padiglione nazionale» per la Biennale, realizzare qualcosa che fingesse di essere una moschea, dove la gente potesse fingere di pregare, ma se si fosse davvero rivolta all’Altissimo sarebbe potuta diventare una minaccia per l’ordine pubblico: i terroristi islamici ci avrebbero potuto mettere radici, o qualche xenofobo avrebbe potuto molestarvi i musulmani. Nel dubbio, si sarebbero potute invocare «Igiene & Sicurezza», perché l’edificio era costantemente più affollato di quanto consentito, secondo la polizia, e quindi chiuderlo non era che un atto dovuto.
Ma se qualcosa ti viene tolto è peggio che non averla mai avuta.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

di Anna Somers Cocks, da Il Giornale dell'Arte numero 354, giugno 2015


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