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Da Bologna a Rovereto

Il Mart: solido, competente, con una sede incredibile

Dal MAMbo, Gianfranco Maraniello passa a «un’eccellenza con autorevolezza internazionale a cui manca ancora piena consapevolezza di sé»

Gianfranco Maraniello

Bologna. Un’uscita con poche dichiarazioni dall’Istituzione Musei di Bologna e dal MAMbo che dirigeva, e un’entrata in «punta di piedi» a Rovereto per il neodirettore del Mart Gianfranco Maraniello, che è attivo in Trentino dal primo giugno e vi resterà fino al 2020. Nel 2005, dopo una prima scelta della società «cacciatrice di teste» Gea di Milano, Maraniello divenne a 34 anni direttore della Galleria d’Arte moderna e contemporanea di Bologna, due anni dopo trasformata in MAMbo e trasferita. «E nel 2012, spiega il direttore, feci una selezione pubblica per il ruolo di responsabile della nuova Istituzione Bologna Musei: divenne una sorta di reality show con Vittorio Sgarbi e molti fotografi presenti». Questo, in estrema sintesi, il cursus del neoresponsabile del Mart, progettato da Mario Botta e fatto crescere da Grabriella Belli prima dell’ultimo triennio di direzione di Cristiana Collu (cfr. articolo a p. 15). Il 4 giugno si è presentato a Rovereto e Trento, mentre in questi giorni ha incontrato in veste ufficiale il Cda del Mart presieduto da Ilaria Vescovi. Questa è la prima intervista che unisce riflessioni dei dieci anni trascorsi a Bologna, dove ha ideato e organizzato un centinaio di mostre, con i progetti per i prossimi cinque.
Come giudica i suoi inizi a Bologna?
Ebbi l’occasione importante di trasferire e trasformare un museo importante, passando dalla vecchia Gam di piazza Costituzione, che oggi compie 40 anni dalla realizzazione, alla nuova sede dell’ex Forno del pane in centro. Nell’occasione pensammo che il museo dovesse divenire il luogo della sperimentazione e che lo stesso suo percorso per arrivare all’obiettivo dovesse essere una istanza culturale da mettere nelle mani degli artisti. Ecco dunque le prime mostre di Ryan Gander, Giovanni Anselmo, Christopher Williams che servirono come una bussola per formalizzare il passaggio del museo visto non solo come spazio espositivo, ma come luogo della tradizione, dell’innovazione, dei servizi. Lo abbiamo anche identificato come un luogo del frammento e come una macchina del tempo e penso ancora a Gander che ideò l’installazione per un viaggio a elastico nel tempo, dal 1925 al 1977, dal presente del 2006 a un balzo vertiginoso al 2056. Ricordo anche le prime rassegne di Bojan Šarcevic, Jeroen de Rijke e Willem de Rooij, Wade Guyton e Kelley Walker e Trisha Donnelly oltre a quelle dedicate alla rottura linguistica di fine anni ’60 di Zorio, Penone, Calzolari, Anselmo. Tutto ci è servito per la nuova identità del MAMbo e sono orgoglioso di dire che tanti di questi artisti non erano certo noti come lo sono ora. Penso anche a Matthew Day Jackson e Sarah Morris.
Come si è modificata la situazione dei musei bolognesi dal 2005 a oggi?
Il MAMbo ha oggi un’identità internazionale, frutto anche di un lavoro continuo importantissimo sulla collezione permanente e sui servizi. Oggi è un museo sano che ha un chiaro stato patrimoniale e ha un avanzo attivo, senza complicazioni amministrative nonostante la crisi di questi anni e una programmazione impostata fino al 2017. Non voglio essere ingerente con l’attuale responsabile (Laura Carlini Fanfogna, fino al novembre 2016; cfr. articolo a p. 15).
E gli altri musei dell’Istituzione?
L’Istituzione è un ente giovane, neanche tre anni di vita, e venne scelta rispetto all’organo «fondazione» perché esistevano già due istituzioni presso il Comune e perché l’amministrazione preferì mantenere un controllo pubblico più immediato. Immagini checosa avrebbe significato il cambio dello stato patrimoniale di ogni singolo oggetto dei 13 musei dell’Istituzione presieduta da Lorenzo Sassoli de’ Bianchi: oggi l’ente ha un avanzo positivo di 500mila euro e dunque le risorse per completare in autunno il restauro del Museo civico archeologico che tornerà a essere il grande centro espositivo della città. Il nostro bilancio è di 2,5 milioni di euro di cui meno di un milione arriva dal Comune, anche se va detto che l’ente locale si occupa della manutenzione delle sedi e del personale. In tutto i costi di gestione sarebbero intorno ai 9 milioni di euro. Per fortuna abbiamo fatto la nostra spending review a suo tempo e oggi mi dico che forse avremmo potuto lavorare meglio, ad esempio a livello di comunicazione.
Lei ha portato al MAMbo il lascito di Giorgio Morandi. Resterà lì?
Carlo Zucchini, il garante testamentario del lascito, il presidente Sassoli e io pensiamo di sì anche perché su Morandi si è fatta, prima in America e da fine 2015 in Oriente, un’operazione di conoscenza che non ha eguali. Oggi viene conosciuto per quel che vale, non solo a Bologna e in Italia. Oggi le opere di Morandi sono collocate nel cervello del MAMbo e sarebbe il caso di lasciarle lì. Serve anche per il museo visto il lavoro di collegamento fatto negli anni con Bernd e Hilla Becher, Wayne Thiebaud, Tacita Dean.
E ora, dal primo giugno dirigerà il Mart.
Una nuova avventura in un museo che oggi è un’eccellenza italiana con una autorevolezza internazionale straordinaria, frutto del lavoro di Gabriella Belli. Penso che occorra occuparsi di una sorta di autobiografismo del Mart, che ha collezioni permanenti quasi incredibili e depositi di privati molto importanti: forse manca ancora piena consapevolezza di tutto ciò e non a caso i principali musei del mondo si sono già fatti vivi con noi per collaborare. Dalle prime analisi il Mart è davvero quel che sembra: solido, con personale molto competente che lavora in un edificio incredibile: meriterà di divenire parte centrale nell’attività quotidiana che eserciteremo nei prossimi anni. Non vorrei trascurare questo aspetto legato all’architettura, alla sua funzionalità, al carattere identitario: su ciò faremo convergere la piattaforma di idee e la credibilità.
Cristiana Collu ha lasciato dicendo che «manca un progetto chiaro, non si può vivere nell’indefinitezza». Il Cda che cosa le ha detto?
Non parlo a nome del Cda che tra l’altro mi è gerarchicamente superiore. Posso solo dire che non credo nel protagonismo del direttore perché le istituzioni culturali vanno salvaguardate togliendole dal controllo e dagli automatismi diretti con la politica che nomina gli amministratori. Io cercherò di recuperare il ruolo con certi stakeholder come la Regione e l’Università (nel 2018 saranno cinquant’anni dal Sessantotto). E occorre anche sviluppare relazioni con il nostro gemello, il Muse-Museo delle Scienze di Trento, oltre che con il Festival dell’Economia di Trento.
Quali idee sta maturando per la raccolta permanente e l’attività espositiva?
Ho già un’idea per la prima rassegna della primavera 2016, ma non mi sbilancio. Occorre però individuare subito i nostri territori. Penso ad esempio al primo ’900, che qui è davvero eccezionale, e poi c’è il ruolo continuo che al Mart esercitano la ricerca e gli archivi. Insomma, disegneremo mappe e interpreteremo anche i cambiamenti linguistici dell’arte degli ultimi due secoli, in particolare gli strappi esercitati da Burri, Fontana, Scarpitta, la Land art e l’Arte ambientale.
Ultimo particolare, viste le polemiche recenti. Lei abita a Milano: a Bologna non era gradito.
Per nove anni ho vissuto a Bologna, poi ho anche una famiglia. In ogni caso con l’alta velocità uscendo da casa a Milano dopo un’ora ero nel mio ufficio al MAMbo. Ora starò a Rovereto da subito, anche se nessuno me l’ha chiesto. Intendo il ruolo del direttore anche in senso fisico: occorre vivere il museo di continuo per occuparsi di pratiche museali.




Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 354, giugno 2015


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