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Il Giornale delle Mostre


Museo Archeologico di Firenze

L’America di Ligabue

231 reperti del «mondo che non c’era» dalla collezione dello studioso ed esploratore veneto

 Cane seduto in ceramica, Cultura Colima, Messico occidentale (100 a.C.-250 d.C.)

Firenze. Giancarlo Ligabue, scomparso a 84 anni lo scorso gennaio, è stata una figura più unica che rara nel panorama degli imprenditori italiani. A lui si deve la creazione a Venezia del Centro Studi e Ricerche Ligabue e la promozione di ben 130 spedizioni in tutti i continenti per ricerche in campo antropologico, archeologico e paleontologico. Ma Ligabue non si limitava al ruolo di generoso mecenate, voleva avere un ruolo diretto e di primo piano anche nelle attività di ricerca arrivando a considerarsi «paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore» senza rendersi conto che le figure degli specialisti a 360 gradi erano scomparse da oltre un secolo e che oggi gli specialisti, sono, appunto, o paleontologi o antropologi o archeologi e non le tre cose insieme e per di più part-time.

A lui il figlio Inti ha dedicato la mostra «Il mondo che non c’era. L'arte precolombiana nella collezione Ligabue», curata da Jacques Blazy, che si apre al Museo Archeologico Nazionale di Firenze il 19 settembre e resterà aperta fino al 6 marzo. Complessivamente sono presentati 231 reperti, quasi tutti della collezione Ligabue, a parte due reperti del Musée du quai Branly (MqB) di Parigi, cinque dei musei fiorentini e quattro di collezioni private.

Le opere esposte rappresentano quasi tutte le più note popolazioni dell’antica America, dagli Inuit (Alaska) ai Tehuelche (Patagonia), dagli Aztechi ai Maya, dai Mochica agli Inca. Naturalmente alcune sono rappresentate meglio di altre e sarebbe ingiusto sottolineare i buchi (si pensi, ad esempio, all’antica Amazzonia), tuttavia non si capisce perché, mentre il curatore per colmare le lacune sugli Aztechi ha chiamato in soccorso due opere, peraltro modeste, del MqB, non abbia fatto lo stesso anche per altre culture e sezioni tematiche presentate con opere di modesto livello artistico, che non riescono a far vedere lo splendore delle culture preispaniche, come invece si dichiara di voler fare.

Il caso più clamoroso, ma gli esempi potrebbe essere numerosi, è quello della sezione dedicata alla pittura vascolare maya, dove non compare un solo vaso con un testo epigrafico decente (in tutto il catalogo sono tradotti due soli glifi, quelli del n. 90), mentre non si spiega che molti dei glifi degli altri pezzi sono «pseudoglifi», disegnati o incisi da artisti che non sapevano scrivere (in compenso, per una curiosa legge del contrappasso, non vengono tradotti i veri glifi del n. 89 dei quali si dice erroneamente che «tendono verso quelli che vengono chiamati pseudoglifi»).

Dato che la mostra è carente sul piano delle opere, almeno si vorrebbe un catalo- go all’altezza. Invece non è così, perché il catalogo, pubblicato da 5 Continents Editions, almeno da quello che si vede dal pdf definitivo (al momento in cui andiamo in stampa non esiste ancora la versione su carta), presenta una serie di errori fattuali.
A pagina 142, ad esempio, l’illustre Claude-François Baudez scrive che il Conto Lun- go è di «1.882.000 giorni», quando invece è di 1.872.000 giorni. Una svista? Forse. Ma una riga più sotto lo stesso Baudez scrive che corrisponde a «circa 5.128 anni solari». Per quanto la questione sembri difficile, sono calcoli alla portata di un bambino delle elementari.
In realtà il Conto Lungo corrisponde a circa 5125,36 anni solari. Più sotto si fa finire la cultura Moche verso il 600 d.C. (pp. 39, 212), ma anche nel 500 o nel 700 d.C. (pp. 301, 294). Tuttavia la data media sulla quale oggi convergono i mochicologi, ovvero l’800 d.C., non compare mai. Ma il catalogo non frana solo sulle questioni «tecniche»; è un guazzabuglio dove si confondono le aree culturali con gli Stati attuali e dove la non conoscenza del lessico specialistico e delle metodologie della ricerca porta a risultati esilaranti (le bottiglie con ansa a staffa diventano «bottiglie a staffa») e a non indicare quasi mai la fonte dei passi citati.
Probabilmente Inti Ligabue pensava che fosse sufficiente chiedere dei testi a qualche nome più o meno famoso, ma ha sottovalutato il rigore necessario per fare un catalogo serio.
Tutto questo rende particolarmente grave il fatto che una mostra con queste caratteristiche sia stata ospitata al Museo Archeologico Nazionale e abbia avuto in prestito alcuni capolavori delle antiche collezioni medicee. Purtroppo la debolezza dei musei fiorentini in occasione di iniziative analoghe è stata notata da tempo.

di Antonio Aimi, da Il Giornale dell'Arte numero 356, settembre 2015


  • Urna funeraria in ceramica con effigie del dio Cocijo, Cultura zapoteca, Monte Albán, Oaxaca, Messico (450- 650 d.C.
  • Maschera, Cultura Teotihuacan, Valle del Messico, Messico - Classico, 450-650 d.C. - Venezia, Collezione Ligabue

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