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Mostre


Filippo di Sambuy allo specchio

Una «retroprospettiva» dell'artista romano nella Pinacoteca Albertina di Torino

Una veduta della mostra di Filippo di Sambuy allestita nella Pinacoteca Albertina

Torino. Con uno sguardo rivolto verso il passato, quello storico ma anche il suo personale di artista contemporaneo, Filippo di Sambuy allestisce nelle sale della Pinacoteca Albertina, presso l’omonima Accademia di Belle Arti, quella che potrebbe essere definita una «retroprospettiva», o una retrospettiva allo specchio, perché il passato, in questa occasione, apre a proiezioni sull’attualità.

Una mostra, quella aperta sino al 13 novembre e intitolata «AlleRetour», che potrebbe avere una delle sue chiavi di lettura nel «Doppio autoritratto a 30 anni di distanza», un’opera del 2009 in cui «metà del volto di trent’anni prima, scrive il curatore Francesco Poli in catalogo, si rispecchia e si fonde con quello attuale per creare, nell’accesa vibrazione sanguigna, una impossibile essenza unitaria». È un percorso speculare, di quelli che avrebbero divertito Jorge Luis Borges, nel quale la cronologia non incede ma si intreccia e si avvita su se stessa, il progetto di opere non realizzate (come il «pavimento stellare per Castel del Monte», 2003) si alterna a una pittura che dalla fissità dell’emblema e dello stemma approda da un lato a una rivisitata simbologia ricca di riferimenti e rimandi, dall’altro alla dimensione installativa, come in «Annunzio», realizzata per la Palazzina di Caccia di Stupinigi nel 2001.

Anche le tecniche e i complessi procedimenti utilizzati dall’artista romano (classe 1956) mescolano procedimenti tradizionali e nuove tecnologie. Capita così che, in questo viaggio nella storia costellato di emblemi, simboli, esoterismo e archetipi (ad esempio il vitalismo della spirale in «Rosa bianca, Rosa nera» o in «Giano», altro elogio della specularità che pervade tutta la mostra) di Sambuy conferisca una fisonomia allo «Stupor Mundi» Federico II, uno dei padri fondatori, a suo modo, dell’unità d’Italia, pulsi di una nuova vita grazie alla luce di un monitor. Il gioco alchemico tra le tecniche domina la sequenza le «Nuvole», sorta di grandi «pupille cosmiche» che fissano il visitatore nella sala dei cartoni di Gaudenzio Ferrari. La coesistenza speculare tra passato e presente culmina nell’ultima sala. Qui l’artista, nel momento in cui pubblichiamo questo articolo, sta lavorando a un omaggio a Giacomo Grosso uno dei maestri dell’Accademia Albertina. Alla parete, lo osservano non solo un nudo dello stesso Grosso ma anche il ritratto del bisnonno dell’artista, Ernesto di Sambuy, che fu presidente dell’Accademia torinese. Il suo discendente terminerà il dipinto davanti al pubblico che assisterà a questa «performance» il 5 novembre, nella serata di apertura prolungata delle gallerie e di alcuni musei cittadini in occasione di Artissima.

di Franco Fanelli, edizione online, 5 ottobre 2016


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