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Dear Sir


Renato Barilli: presentai Vasco Bendini già nel 1961 all'Attico

Ho letto sul «Giornale dell’arte», edizione online, un articolo di tale Giovanni Pellinghelli del Monticello, a proposito della mostra da me curata «Bologna dopo Morandi», in atto al Palazzo Fava della città felsinea. In esso si trovano alcune asserzioni del tutto contestabili o addirittura fallaci.

L’articolista critica un mio punto cardine dell’esposizione, il fatto che sul finire degli anni Sessanta sia esistito uno Studio Bentivoglio, in cui la presenza allora dominante era quella di Vasco Bendini, mentre, semmai, questa supremazia sarebbe da riservare all’allora giovanissimo Pier Paolo Calzolari. Ma non è questo l’aspetto più irritante dell’articolo in questione. Lo spazio da riservarsi a quel momento nella vita dell’arte bolognese è ormai consegnato alla storiografia e al relativo dibattito, potrei allegare la testimonianza dei miei concittadini che allora «c’erano» e frequentavano quelle stanze, a cominciare da me stesso, oppure potrei avvalermi dell’alta autorità di Maurizio Calvesi. Ma sono appunto questioni da riservare a un dibattito, come succede in tanti altri casi. Del resto faccio notare che nel catalogo e in tutta la segnaletica della mostra ho trattato Calzolari col massimo rispetto, dichiarando che proprio da quel luogo ha preso l’avvio la sua carriera di efficace membro dell’Arte povera, da me sempre riconosciuta. Peraltro, a rendere perentoria la situazione di allora, stavano fatti anagrafici, Bendini era un quarantenne già pienamente riconosciuto a livello nazionale, mentre il giovane Calzolari si trovava appena al nastro di partenza.

Il discorso del Pellinghelli diviene offensivo, fino a meritarsi una denuncia per diffamazione, quando insinua che il mio sostegno critico verso Bendini sia un fatto del tutto recente, e addirittura sospetto, Di che cosa? Di un coinvolgimento di mercato? In proposito devo ricordare al distratto autore che ho presentato Vasco già in una importante sua personale romana all’Attico nel 1961, con uno scritto molto impegnativo che si può leggere nel primo dei due volumetti Feltrinelli Informale oggetto comportamento. La prova decisiva della mia considerazione sempre rivolta a questo artista si è avuta alla Biennale di Venezia del 1972, dove accanto a Francesco Arcangeli ho curato il fronte dei sei adepti del comportamento, tra cui proprio Bendini, assieme a Poveristi di grande spicco come Merz e Fabro, e a brillanti appartenenti a diverse situazioni come Franco Vaccari e Gino De Dominicis. In quel momento non avrei potuto inserire anche Calzolari, in quanto non aveva ancora sviluppato appieno le sue peraltro eccellenti prerogative. Devo dire che in quell’occasione Bendini fece già un passo indietro, ritornando al suo più consueto esercizio di una pittura finissima e inesauribile in abili varianti. Nel lungo arco temporale fino a una recente mostra romana non ho mancato di rendergli ripetute testimonianze di stima e di vicinanza, sia sull'«Espresso», quando ne ero contitolare della rubrica d’arte a fianco del grande Argan, sia sull’«Unità», in anni precedenti all’attuale gestione. Pertanto, il pezzo a lui dedicato qualche mese fa non è affatto uno strano e improvviso interessamento, è invece la conferma di un consenso via via ribadito sul filo degli anni. Trovo poi, appunto, ingiuriosa l’insinuazione che a esprimere tanta adesione sia stato un interesse estraneo. In vita mia, non mi è mai capitato né di acquistare né di vendere opere d’arte, mi tengo ancora religiosamente quelle donatemi da Vasco a testimonianza di una indefettibile stima reciproca.


Querelle bolognese: Barilli, Calzolari e l'improvvisa riscoperta di Bendini

di Renato Barilli, edizione online, 12 ottobre 2016


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